L’AUTOACCUSA DI BANKITALIA

I giornali hanno dato, nelle scorse settimane, ampio rilievo allo scontro politico, istituzionale e mediatico che si è svolto in relazione al decreto sulla Banca d’Italia. A dire il vero si sono soffermati più sulle vicende di superficie piuttosto che analizzare le ragioni per cui per la prima volta nella vita parlamentare, la Presidente della Camera, su sollecitazione del governo, ha usato la cosiddetta ghigliottina, cioè la possibilità autoritaria di chiudere il dibattito parlamentare e di procedere immediatamente al voto sul provvedimento in discussione. La posta in gioco intorno alla Banca d’Italia era molto alta e gli interessi delle banche cospicui. Sul sito abbiamo già indicato alcuni testi che spiegano la natura delle nuove norme. Ci ritorniamo oggi con questo articolo che esamina la nota giustificativa della Banca d’Italia ripercorrendo sul piano tecnico e politico i vari passaggi proposti dall’Istituto per dimostrare che si tratta in realtà di “una perfetta forma di autoaccusa non richiesta”(ndr).

di O. D.

Privatizzazione, regalo alle banche, truffa: tante erano le accuse a cui Bankitalia aveva il dovere di rispondere. Il 3 febbraio è uscita la nota di Bankitalia per smentire tutti i sospetti; peccato che abbia finito non solo col confermare tutto quanto già ampiamente rinfacciato, ma persino col divenire una perfetta forma di autoaccusa non richiesta.

La faccenda è ormai nota. Lo stato patrimoniale di Banca d’Italia, nel bilancio 2012, si componeva di un valore di circa 22,6 miliardi tra capitale sociale e riserve; di queste solo 156 mila euro erano capitale sociale, mentre 14,9 miliardi costituivano le riserve ordinarie e straordinarie, e altri 7,7 miliardi circa si registravano tra altre riserve. Tale composizione era dovuta da un lato alla iniziale costituzione del capitale sociale di 300 milioni di lire (156 mila euro) secondo quanto previsto dalla Legge Bancaria del 1936; d’altra parte è il frutto storico di un processo di accumulazione definito nell’articolo 39 del precedente Statuto di Banca d’Italia (ora modificato dal decreto 133), secondo il quale la formazione delle riserve, ordinarie e straordinarie, era pari complessivamente al 40% degli utili netti conseguiti nell’esercizio. Per esempio nell’ultimo bilancio 2012, su 2,5 miliardi di utili netti, 1 miliardo (ossia il 40%) è andato a riserve, i restanti 1,5 mld allo Stato; solo il 10% del capitale sociale a valere sugli utili netti finisce per dividendi (sempre previsto nell’art. 39 del precedente statuto), ossia 15,600 euro (praticamente un nonnulla). Giocoforza ciò si doveva al fatto che la formazione degli utili è per la quasi totalità dovuta al margine d’interesse (nel bilancio 2012 per una quota del 93%), ossia al potere di battere moneta, ossia a quella tassa oscura che si chiama signoraggio. E’ un’attività di servizio pubblico i cui proventi vanno giustamente a riserva o come utili netti allo Stato (allo Stato vanno anche le imposte, 1,9 miliardi nel 2012, che si aggiungono a 1,5 mld di utili, avendo, perciò, garantito nel 2012 3,4 miliardi allo Stato su circa 4,4 miliardi di utile lordo). Ovviamente i partecipanti (leggi gli azionisti, leggi le grandi banche e assicurazioni, da Intesa a Unicredit a Generali) non prendevano solo gli spiccioli di 15 mila euro. Lo statuto prevedeva, nel seguente articolo 40, che potevano prendere sino al 4% delle riserve cumulatesi; nel 2012 hanno, tuttavia, preso 70 milioni (lo 0,5%). Fin qui la storia; poi è arrivato il famigerato decreto 133 che ha imposto le modifiche allo Statuto di Banca d’Italia (artt. 39 e 40, ora nuovi di zecca) con la parallela rivalutazione delle quote.

Ma andiamo con ordine. Fu vera privatizzazione? Si direbbe di no poiché in fondo è già dai tempi delle privatizzazioni del Governo Amato che le ormai ex banche di interesse nazionale sono state privatizzate e che quindi i partecipanti, che furono pubblici, erano privati e privati resteranno. E invece, sì, nella sostanza è privatizzazione. Perché non va dimenticato l’art. 19 comma 10 della Legge 262 del 2005, il quale prevedeva il passaggio del capitale sociale di Banca d’Italia allo stato, cioè la nazionalizzazione della Banca d’Italia, entro tre anni dall’entrata in vigore della legge. Sia chiaro, in quel tempo, dopo i disastri del governatore Fazio sia nell’attività di vigilanza che di trasparenza, erano tutti d’accordo alla nazionalizzazione: dai DS alla Margherita, da Tremonti a Brunetta. Pertanto, quanto avviene oggi è come fosse una privatizzazione a normativa previgente, per quanto resa inadempiente. Ce lo ricorda, d’altra parte, la stessa nota di Banca d’Italia per cui quella legge non s’aveva da applicare e non si applicherà mai più.

E allora, fu vero regalo? Se lo domanda la nota di Banca d’Italia, la quale ci risponde che la riforma ha l’effetto di risolvere definitivamente un’ambiguità presente nello statuto della Banca d’Italia fin dal 1948 per cui i dividendi per i partecipanti erano fissati in un modo complicato che li legava alle riserve patrimoniali della Banca, come se tali riserve fossero di proprietà dei partecipanti stessi. Secondo il vecchio statuto, ai partecipanti potevano essere assegnati dividendi fino al 4% delle riserve complessive; queste erano pari a circa 15 miliardi nell’ultimo bilancio, quindi i partecipanti avrebbero potuto ricevere l’anno scorso fino a 600 milioni in dividendi, anche se ne hanno ottenuti solo 70, pari allo 0,5%. Attenzione, attenzione, Banca d’Italia ci fa sapere che le riserve non sono di proprietà dei partecipanti e rincara subito dopo la dose precisando che le riserve nel patrimonio della Banca si accumulano anno dopo anno grazie ai proventi dell’attività classica di una banca centrale, il “battere moneta”. In quanto derivanti da una tipica attività di interesse pubblico, queste riserve (così come le altre poste patrimoniali presenti nei conti della Banca d’Italia, incluso ovviamente l’oro) non sono di proprietà dei partecipanti, i quali possono vantare diritti solo in relazione al capitale in senso stretto della Banca, diritti assegnati loro dalla Legge Bancaria del 1936 e ora rivalutati. Questo viene chiarito con la riforma. Pertanto la riforma serve ad escludere che le banche prenderanno dividendi a valere sulle riserve, ma solo sugli utili. Così ci dice il nuovo statuto nell’art. 40 novellato, ossia non più sino al 4% sulle riserve, ma bensì sino al 6% del capitale sociale rivalutato e nei limiti degli utili netti. Ora il 6% del capitale sociale rivalutato a 7,5 mld equivale a un potenziale di 450 milioni contro il vecchio potenziale del 4% di 15 miliardi di riserve, cioè 600 milioni. Si aggiunge, inoltre, che le riserve crescono e si cumulano per cui la differenza sarebbe persino cresciuta. Ma si è visto che sinora solo lo 0,5% delle riserve era finito in proventi per i partecipanti, dovremmo essere certi che sarà così anche in futuro per i dividendi sul capitale sociale? La stessa nota ci riferisce che è vero, essa implicherà presumibilmente per i partecipanti un dividendo accresciuto nell’immediato (ma non nel tempo) rispetto a quello percepito negli anni recenti. E non finisce, certo, qui il regalo alle banche; basta continuare a seguire la nota.

Ma la rivalutazione delle quote fu veramente a carico dei contribuenti? Assolutamente no, sembra rispondere Banca d’Italia, i 7,5 miliardi della rivalutazione sono già nel bilancio della Banca d’Italia. Erano iscritti come fondi di riserva, ora entrano nel capitale sociale e servono a delimitare i diritti dei partecipanti. Né lo Stato né i contribuenti sborsano alcunché per questa riforma. Il patrimonio della Banca (capitale + riserve) resta inalterato. Dunque, trattasi di rivalutazione e non di ricapitalizzazione, per cui il patrimonio resta inalterato, solamente una parte delle riserve ora la troviamo nella voce del capitale sociale, come patrimonio di proprietà delle banche. Un momento: ma non era stata la stessa Banca d’Italia a dirci che le riserve non possono essere di proprietà dei partecipanti perché frutto di signoraggio? Carta vince, carta perde, qualcosa comincia a non tornare. Procediamo innanzi.

Ma il possibile riacquisto delle quote non è nient’altro che un trasferimento dallo stato alle banche venditrici; fu vera gloria per le banche, fu vera infamia per i lavoratori? La nuova norma prevede che i partecipanti possano possedere al massimo il 3% del capitale e vendere l’eccesso (Intesa deve vendere il 27%, Unicredit il 19%, Generali il 3% circa). Il principio scelto è quello della public company, che, sia chiaro, non ha niente di pubblico ovviamente, sul modello della Federal Reserve statunitense. Si dice che ce lo chiede l’Europa; peccato che la Bundesbank, la Banca di Francia, la Banca d’Inghilterra, la Banca di Spagna siano interamente statali. Ci scegliamo il modello peggiore, ovviamente; il Trattato ci chiede, semmai, l’indipendenza della politica monetaria, nell’ambito del SEBC, e anche su quello ci sarebbe da dire, in altra sede. Ma se le banche e assicurazioni private non riescono a vendere l’eccesso di quote? La legge di riforma considera il caso in cui il processo di redistribuzione e diffusione delle quote su una platea più ampia di partecipanti, che deve compiersi entro tre anni, incontri difficoltà, la Banca d’Italia può acquistare essa stessa, temporaneamente, parte delle quote in mano ai partecipanti che ne posseggono più del limite del 3 per cento e non riescano a scendere in tempo utile al di sotto di tale limite. Praticamente Banca d’Italia riacquista con soldi pubblici le quote rivalutate alle banche con i soldi pubblici. Due regali in una mossa sola. Chapeau! Si sottolinea, tuttavia, nella nota che in caso di riacquisto non solo sarebbero congelati i diritti di voto, ma i dividendi corrispondenti sarebbero riversati nei fondi di riserva, sui quali i partecipanti non hanno diritti. Salvo, un domani, regalare di nuovo le riserve al capitale dei privati e poi avere il buon pudore di battezzarla col termine di rivalutazione. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nei libri di scuola, d’altra parte, ci insegnavano che le azioni si comprano per due motivi: o per i poteri di voto o per i rendimenti, fatti di un flusso di dividendi futuri e di eventuali plusvalenze nella vendita. Ma se i poteri di voto, per fortuna, non ci possono essere, per statuto, allora ci devono essere per forza buoni rendimenti; e se anche i buoni rendimenti non ci saranno ci sarà la rivendita allo stato, ossia la reale riperdita per i lavoratori, delle quote non vendute. Compreso bene il gioco: testa perdono i lavoratori, croce vincono le banche. Pertanto, la nota ci informa che l’affermazione di un “mercato” per le quote della Banca d’Italia dipende dalla percezione della “qualità” dell’investimento. Ora, è presumibile che le quote avranno un rendimento non inferiore a quello di strumenti analoghi a parità di rischiosità. Come come, ripeti ripeti! Ah adesso si capisce meglio. Occorre garantire un rendimento non inferiore … bla bla bla.

Ma allora quanto vale il capitale; fu davvero conveniente per le banche? Siamo giunti finalmente al calcolo dell’aggiornamento delle quote, che si trova nell’allegato tecnico. Questo documento è stato redatto con l’ausilio del comitato di esperti di alto livello formato dai professori Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi. Il trio monnezza si componeva: dell’ex presidente della Corte Costituzionale, ed ex ministro delle finanze dello sciagurato governo dell’ex governatore di Bankitalia Ciampi (il governo delle politiche dei redditi, ops profitti, ricordate bene); dell’ex luogotenente della Merkel ad Atene, ovvero il Monti greco; e del professore di intermediari finanziari della Bocconi, per cui è ben noto che scuola bocconiana non tradisce mai. La formula per arrivare ai famigerati 7,5 mld viene dal dividend discount model (DDM), utilizzato per le rivalutazioni. Il valore di un’azienda è pari al flusso dei dividendi futuri attesi attualizzati. E’ un modo economico per dire che il valore di un’azienda si può approssimare con la somma dei dividendi che essa darà. Ebbene, nella formula c’è un dividendo iniziale e un tasso di crescita dei dividendi. Il dividendo iniziale è pari a circa 70 milioni, come quelli del 2012, per intenderci. Come è possibile? non si era detto che i 70 milioni delle riserve erano intoccabili? Ebbene no; piuttosto si era detto che erano intoccabili se posti tra le riserve, ma che erano pienamente disponibili se posti nel valore del capitale sociale: per Banca d’Italia il gettito di una tassa occulta, il signoraggio, era intoccabile e pubblica prima col vecchio Statuto, diviene pienamente disponibile ai privati nella formula del calcolo del nuovo valore del capitale sociale. Non basta, la formula prevede un tasso di crescita del dividendo del 5%. Se le cose vanno fatte con infamia, questa deve essere fatta per bene. Nella formula si evince che il valore contiene un rendimento del 4,6%, per tener conto della rischiosità del titolo, stranamente valutato rispetto al risk free del Bund tedesco, anziché al BTP italiano, come logica vorrebbe. Tutto al fine di aumentare il valore sino a 7,5 miliardi.

Ma la valutazione fu corretta, o vi fu anche un vero extraregalo? Poiché il tasso di crescita del dividendo al 5% nel numeratore è superiore al tasso di attualizzazione al denominatore la crescita del valore è infinita. Per questa ragione, il DDM si sviluppa in due fasi, nella seconda delle quali il tasso di crescita del numeratore viene ridotto. I saggi hanno previsto due scenari, finendo col scegliere quello più favorevole alle banche, ovviamente: nel primo scenario la prima fase dura vent’anni, nel secondo trent’anni. La seconda fase prevede un tasso di crescita del dividendo inferiore e pari al tasso di crescita atteso del PIL nominale, cioè il 3%. Peccato che, di solito, nelle aziende normali il DDM funziona diversamente: la prima fase dura cinque anni al massimo, e nella seconda fase si considera il tasso d’inflazione, inferiore al PIL nominale. Il valore reale sarebbe stato pari a 3,3 miliardi (il calcolo è stato fatto dall’economista Zingales), mentre un valore più alto delle riserve è finito in mano alle banche. Pertanto, non vi fu solo un regalo, vi fu anche un extra regalo. Se i rendimenti non saranno pari al 4,6% gli acquirenti delle banche per l’eccesso delle quote non ci saranno e la Banca d’Italia dovrà riacquistare. Altro extra extra regalo che si aggiunge all’extra regalo, che si aggiungeva al regalo.

Per il nobel dell’economia Renato Brunetta invece trattasi di svendita. Nella formula egli da un lato calcola, male, la rivalutazione ISTAT dei 156 mila euro; dall’altro lato nella formula egli consiglia di non partire da un dividendo iniziale di 70 milioni, cioè lo 0,5% delle riserve, ma al massimo potenziale, previsto dallo statuto del 4% delle riserve. Complimenti, in questo modo 600 milioni di riserve, cioè di tasse occulte, sarebbero passate ai privati. Il calcolo dello scienziato arriva a 30 miliardi. Ma non si accontenta. Ci mostra anche che applicando il price earnings, come si farebbe per qualsiasi altra banca privata, pari a 10, prudenzialmente, sui 2,5 miliardi di utili si ottengono circa 25 miliardi. Peccato che quelli sono dividendi di capitale sociale privato, e non di riserve pubbliche. Secondo Brunetta sarebbe quindi in atto una svendita della Banca d’Italia alle banche straniere, tedesche, che compreranno a prezzi stracciati le quote in eccesso. Al contrario, il vero premio è alle banche attualmente azioniste che si sarebbero viste aumentare il regalo da quella mente illuminata di Brunetta.

Alla mente geniale di Brunetta si deve il patrocinio dell’idea di costituire la copertura dell’abolizione dell’IMU sulle abitazioni principali con l’aggiornamento delle quote di Bankitalia, e la seguente tassazione sostitutiva. Tuttavia, la copertura, nel decreto legge 133, per l’esenzione della seconda rata IMU, pari a oltre 2 miliardi, è stata prevista attraverso l’incremento degli acconti IRES e IRAP sino al 128,5%, e sull’acconto dell’imposta sul risparmio amministrato. La norma sul capitale sociale rivalutato offre un extra gettito prudenziale. Pertanto, la tesi della presunta copertura dell’IMU semplicemente non corrisponde al vero. Non basta: non c’era necessità, non c’era urgenza; non c’era conformità di materia. Il decreto legge era decisamente incostituzionale; ma re Giorgio, evidentemente, aveva altri interessi da tutelare.

Ci informa, altresì, la nota di Banca d’Italia che l’incremento patrimoniale per le banche, comunque, non potrà essere incluso nel capitale iniziale valido ai fini dell’asset quality review delle maggiori banche europee condotto dall’Eurosistema in vista del lancio del Meccanismo unico di vigilanza, in quanto a tal fine si applicano i filtri prudenziali previsti nelle norme della Banca d’Italia; tutto ciò, tuttavia, dopo averci ricordato che ai fini della valutazione dei rapporti di capitale che le banche devono rispettare come requisiti di vigilanza, il patrimonio cosiddetto “di migliore qualità” potrà in effetti aumentare in relazione alla disciplina del Regolamento europeo; da quest’anno, tali requisiti non sono più oggetto di norme nazionali; questo è coerente con il fatto che la riforma rimuove le caratteristiche di immobilizzo permanente delle quote. L’aumento sarebbe di circa 40 punti base per la media delle banche partecipanti oggi al capitale. Questo incremento non è un artificio, si fa per dire, ma dipenderà dall’applicazione delle norme contabili internazionali. Tutto chiaro finalmente, il patrimonio delle banche potrà aumentare a partire dal 2014, essendo il nuovo Statuto della Banca d’Italia in vigore dal 31 dicembre 2013. Tempistica perfetta.

Fu vero esproprio di classe a favore delle banche? Ai posteri la facile sentenza.