Elezioni regionali sarde, sotto il vestito niente

Pubblichiamo la risoluzione delle compagne e dei compagni di Sis-Ma, l’organizzazione indipendentista sarda con cui Sinistra anticapitalista intrattiene rapporti politici e organizzativi fraterni.

Risoluzione di SIS-MA, Sinistra indipendentista sarda – Movimento anticapitalista

sismaLe elezioni regionali sarde presentano da tempo un quadro abbondantemente pregiudicato negli esiti elettorali, in quanto complessivamente “precostituito” nelle modalità politiche. Sarebbe stato certamente necessario e anche possibile sovvertire a tempo debito questa precostituzione del modo e questa predefinizione del risultato: ma per responsabilità diverse ciò non è stato, e dunque tale situazione richiede una comprensione del presente passaggio elettorale e una riorganizzazione radicale rispetto alla situazione politica che esso segnerà.

La disastrosa condizione politica ed economica italiana ha manifestato con largo anticipo in Sardegna la sua direzione rovinosa, dovendo scaraventare con urgenza e senza più finzioni le incombenze coloniali più stringenti: deindustrializzazione, regime usuraio dei trasporti aerei e marittimi, blocco totale delle reti occupazionali, cuccagna di incentivi per le multinazionali dell’energia e dei rifiuti, zona franca integrale (in tutti sensi) per il ministero italiano della difesa, pusher di riferimento dell’industria militare internazionale nel grande ghetto mediterraneo.

Sono questi, e soltanto questi, i parametri fondamentali del vero e unico “programma di governo” imposto alla Sardegna; tutti i cosiddetti “programmi” sventolati in queste settimane dai candidati governatori e dalle loro liste non sono altro che penose espressioni di giochi di ruolo in apparente confronto politico nelle tribune tv e nelle manifestazioni di piazzetta. E’ quindi necessario anzitutto, per onestà e sano realismo, tenere ben fermo il fatto che oggi e per i prossimi anni vige in Sardegna un solo Programma di Governo, che è quello imposto dallo Stato italiano, dalle sue cricche dirigenti, dalle sue clientele, e quindi dalle compatibilità europee di cui queste sono l’espressione politica e speculativa.

Un serio ostacolo alle previsioni dei governi italiani degli ultimi vent’anni sull’utilizzazione della Sardegna è venuto essenzialmente dai referendum del 2011 sul nucleare e sull’acqua, laddove l’azione politica di diversi movimenti antagonisti e indipendentisti ha guidato un pronunciamento elettorale che con una maggioranza indiscutibile del 98% ha bocciato le politiche di devastazione territoriale e di privatizzazione dei beni comuni. A tale risultato è immediatamente seguito, da parte dei partiti di governo italiani e dei loro complici minori, il lavoro ai fianchi su questo embrione di alternativa politica, da una parte con l’apertura di diversivi futili quali la zona franca, e dall’altra con un costrittivo giro di vite sulla legge elettorale stessa; ma non vanno taciuti gli errori politici dei movimenti allora vittoriosi, ivi comprese le effimere e illusorie sembianze politiche di movimenti sociali quale la cosiddetta “consulta rivoluzionaria”; così, nonostante la diffusione di comitati popolari contro le speculazioni sull’energia e sui rifiuti, e di forti movimenti di categorie in crisi quali pastori, agricoltori, operai e artigiani, le componenti che erano state protagoniste della lotta referendaria non hanno avuto la capacità di dare seguito alla strutturazione unitaria del fronte di opposizione e sono a vario titolo cadute nelle trappole dell’opportunismo elettoralistico e del settarismo.

In vista della meta, si può dare per certo ora che la vittoria aritmetica alle prossime elezioni sarà da ascrivere a quello che può con ragione essere definito “il fronte del rifiuto”, ovvero una quota del 40-50% dell’intero corpo elettorale che non andrà a votare, e che lo farà non per qualunquismo, ma proprio in quanto defraudata del diritto reale di rappresentanza. Questa parte di società sa che il “Programma” reale di governo è già scritto e che le parti politiche deputate ad eseguirlo sono appunto il dichiarato centro-destra e il sedicente centro-sinistra, ovvero i due schieramenti reazionari di sistema. Vi è quindi, nel restante 50% di corpo elettorale che comunque andrà a votare (comprensivo della quota rilevantissima di chi vi andrà obtorto collo o obturato naso), una equa spartizione tra centro-destra e centro-sinistra: diciamo il 20% degli elettori per una coalizione e un 20% per l’altra. Il restante 10% sarà ripartito fra le altre quattro squadre: metà di tali consensi sarà acquisito da Michela Murgia, mentre il resto finirà a scalare fino a cifre inferiori all’1% sui nomi di Pili, Sanna e Devias. E’ abbastanza chiaro che se fosse presente in modo non indecente una lista del Movimento Cinque Stelle il risultato di queste quattro liste sarebbe ancor più prossimo al fiasco: dunque, scimmiottando pseudoprogrammi di governo, nessuna di esse è stata in grado di corredarli di un realistico e minimo programma di opposizione, cioè l’unica cosa ragionevole da fare nella situazione data, piuttosto che compiacersi di invenzioni linguistiche inesistenti in Sardegna, quali quelle che appunto etichettano le liste associate a questi quattro fiaschi.

E’ possibile effettuare una rassegna breve delle motivazioni che hanno indotto alla sconclusionata presentazione di queste ultime quattro squadre. La presentazione di Mauro Pili è il prodotto del coagulo fra il narcisismo del personaggio e le lobby declassate del centro tradizionale, mentre la presentazione di Sanna è la risultante di ripiego dell’ultima ora di una sommatoria composita, inesorabilmente insabbiata nei precedenti mesi di trattative. Ma i due casi più sconcertanti sono proprio quelli che presentano la grave responsabilità delle due scelte opportuniste e settarie a causa delle quali è diventato impossibile portare alle elezioni regionali un fronte unitario di massa quale quello radicato nella prova referendaria contro il nucleare e per l’acqua pubblica, e sviluppato nei movimenti di lotta popolare dei mesi successivi. Resta sconcertante la scelta essenzialmente autoreferenziale e retorica di Sardegna Possibile (Michela Murgia), così come ancora più sconcertante la scelta autoreferenziale ed esibitoria del Fronte Unidu (Pier Franco Devias).

La presentazione di una lista minoritaria a fini di pura visibilità è sempre discutibile, ma può avere una sua giustificazione. In questo caso invece non si è trattato di una scelta di visibilità, ma semplicemente di una voglia di protagonismo e di un azzardo la cui inconcludenza elettorale comporta un catastrofico danno politico per quella stessa causa in nome della quale ci si è proposti alle elezioni. La candidatura Murgia, e ancor più quella di Devias, non solo non servono ad alcuna realistica ipotesi di governo, ma sono destinate a non servire o addirittura a rendere più debole ogni possibile ipotesi di opposizione. Si tratta di una seria situazione di complicità con quella stessa macchina politica che ha lavorato tre anni per tagliare fuori l’indipendentismo antagonista già vittorioso nei referendum dalla possibilità di una autonoma rappresentanza politica. Che la roulette elettorale possa poi consentire nel futuro Consiglio regionale sia una minoritaria presenza critica interna al centro-sinistra (Irs, Sel, ecc.), sia una presenza critica tra le minoranze non coalizzate (Sardegna Possibile, Fronte Unidu, Zona Franca), può essere possibile a condizione di una vittoria di Pigliaru. Non è dato prevedere ora quale piega potrebbe prendere un simile esito, misero ma forse ancora desiderabile. Ma una vittoria di Pigliaru, se si considera la sua stretta osservanza renziana e la concezione dogmaticamente liberista, assomiglia anche nel suono oltrechè in una storia che si ripete, a una pura e semplice vittoria di Pirro, e quindi alla equivalenza di fatto con una vittoria di Cappellacci.

Non va taciuto il fatto che in particolare nei travestimenti di sinistra di questa scena, ivi compresa l’intensa campagna di Michela Murgia e la frammentata costruzione di Devias, appare totalmente oscurata la ragione politica di una lotta anticoloniale capace di ricondurre le sue radici alle contraddizioni rovinose della presente fase storica; assistiamo quindi a un trionfo di luoghi comuni che appare deprivato di senso unitario e di credibile cognizione della realtà: come Sardegna Possibile si compiace di travestirsi genericamente da Gentes, da Comunidades o da Progres, sposando le brillanti nicchie di capitalismo sardo o di innocuità intellettuale, così il Fronte Unidu evita accuratamente l’analisi sulle forme oscure dello sfruttamento, sui migranti, sulla generazione fantasma che ogni giorno abbandona la Sardegna senza speranza alcuna, sulla dimensione internazionale dello scontro di classe, sulla irrinunciabilità della prospettiva socialista da riaprire in dimensione europea. Infine, sulla sostanziale accettazione da parte della ex sinistra radicale di un netto e militante collateralismo col PD “senza se e senza ma”, appare inutile tornare, poiché questo vuoto parla da solo: memore della penosa operazione Ingroia (per tanti versi simile alle autocandidature anticipate di Murgia e Devias) ciò che ora resta di quella storia politica gioca sull’opportunismo puro.

Cosa resta dunque da fare, oggi? Il dato politico più importante, alla vigilia della prova, è l’onda di rifiuto che si conta nei numeri del non voto. Questo dato, benché senza riscontro istituzionale, non è affatto neutro nel suo significato politico: esso va sostenuto e motivato in modo paziente e chiaro: pur essendo il portato di centinaia di migliaia di opzioni individuali, esso va innalzato come segno di una volontà collettiva di nuova partecipazione politica e di ricostruzione della prospettiva. A questo chiamiamo tutti quei settori di movimento e di lotta che riconoscono questa necessità e per questo, in coerenza con quanto esplicitato da noi in questi mesi, dichiariamo la nostra posizione di astensione alle elezioni regionali dellaSardegna e di rifiuto della sua macchina di inganno, confidando nella saggezza di tutti quelli che si vanno convincendo ogni giorno di più di questa drammatica situazione e impegnando noi stessi nel rilancio della lotta anticapitalista, internazionalista e anticoloniale.

Sis-Ma, Sinistra Indipendentista Sarda

6 febbraio 2014