IL DL SCUOLA È LEGGE: PERICOLOSE NOVITÀ ALL’ORIZZONTE

senatodi Chiara Carratù

Giovedì scorso al Senato il DL 104 recante misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca è stato convertito in legge, dopo l’approvazione avvenuta alla Camera dei Deputati il 31 ottobre. I tempi di discussione del decreto sono stati strettissimi per evitare il rischio della decadenza e per scansare ulteriori ritardi è stato fissato anche un calendario molto rigido che non ha lasciato spazio alla discussione parlamentare al fine di evitare un ulteriore passaggio alla Camera.

Sul contenuto del DL 104 avevamo già scritto in un articolo pubblicato a settembre sul nostro sito.

Rispetto a quello che avevamo affermato, nulla di nuovo all’orizzonte: nessuna opposizione parlamentare significativa, anzi c’è stato il totale accordo di tutte le forze politiche sul contenuto di questo decreto. Anche quei partiti che sono collocati all’opposizione come SEL e il Movimento 5 Stelle nulla hanno fatto se non presentare qualche emendamento e qualche raccomandazione che non inficia il contenuto del testo di legge e che non ne modifica minimamente l’impianto. Qualche voce di dissenso si è levata dal PDL che, lungi dall’essere interessato alla sorte di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori e di milioni di studenti e studentesse, è attento solo alla sua personalissima lotta di potere all’interno del governo delle larghe intese.

carrozza-lettaLa linea di fondo del governo Letta resta sempre la stessa: nascondere dietro l’annuncio propagandistico dell’assunzione in tre anni di 16mila ATA e di 69mila nuovi insegnati, di cui 27mila solo nel sostegno, la continuazione delle politiche di austerità imposte in tutti gli stati dell’Unione Europea. La filosofia di fondo è spendere sempre di meno nei servizi pubblici licenziando personale e dequalificando sempre più un servizio ormai mortificato sia da anni di tagli alla spesa che non vengono affatto recuperati con i timidi investimenti proposti nel DL 104, sia dalla riforma delle pensioni che non ha permesso il cambio generazionale promesso e sia dalla perdita continua di salario da parte dei dipendenti che seguitano a restare tra i meno pagati d’Europa.

Vale la pena ricordare che il Contratto Collettivo Nazionale del comparto scuola non viene rinnovato dal 2009 e che resterà bloccato ancora per tutto il 2014, che per l’anno solare 2013 vige il blocco degli scatti di anzianità e dell’indennità di vacanza contrattuale, che in seguito alla spending review non verranno più monetizzate le ferie non godute agli insegnanti precari. Inoltre continuano a vigere gli effetti della pessima riforma Gelmini ma nessuna misura che contrasti questa realtà è contenuta all’interno del testo. Anzi dietro qualche contentino, come la diminuzione da cinque a tre anni per chiedere trasferimento in altra provincia, e dietro tanta demagogia sulle assunzioni (attenzione! Le assunzioni non saranno automatiche perché, di anno in anno, dovranno essere espressamente autorizzate dal Consiglio dei Ministri e una norma contenuta nell’articolo 15 del provvedimento prevede che le assunzioni siano legate anche ad una apposita sessione negoziale che garantisca l’invarianza di spesa.) si nasconde un vero e proprio attacco al contratto che si può leggere anche nelle dichiarazioni di qualche giorno fa della stessa ministra Carrozza (leggi qui).

Carrozza si riserva ancora un anno, come lei stessa ha dichiarato, per gettare le basi per il rinnovo del contratto anche se la sua proposta non si discosta molto da quella del suo predecessore Profumo. La ministra infatti vorrebbe un contratto con meno diritti e più doveri: si torna a parlare di aumento dell’orario di lavoro settimanale per i docenti con l’introduzione delle 24 ore (proposta che fu già restituita al mittente un anno fa) e dell’intenzione di superare gli scatti di anzianità arrivando ad un’ abolizione definitiva. Questo aprirebbe una strada spianata all’introduzione del famigerato merito targato INVALSI.

Di fronte a tutto questo come rispondono i sindacati?

Il 30 novembre CGIL, CISL e UIL convocano uno sciopero con tanto di manifestazione unitaria su una piattaforma ridicola e assolutamente insufficiente che non mette neanche il dito nella piaga (leggi qui). Il 30 novembre vede la ritrovata unità dei tre sindacati confederali e questo non è presagio di buone notizie! Nel 2009 la CGIL infatti si era giustamente rifiutata di firmare l’ultimo rinnovo contrattuale. Ora invece nella piattaforma presentata dai tre sindacati si continuano a chiedere piccoli aggiustamenti alla legge di stabilità e alla spesa (detassazione del lavoro e una non meglio specificata aggressione alla spesa pubblica improduttiva), si continua a ritenere centrale l’autonomia scolastica per far leva sul protagonismo del lavoro docente e si lascia la porta aperta all’introduzione di sistemi meritocratici altri rispetto agli scatti di anzianità purché questi continuino a contare qualcosina.

Ancora una volta le burocrazie sindacali ritrovano l’unità sul peggioramento delle condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori e ancora una volta cercano di sviare la discussione e la mobilitazione su binari morti.

Quel che servirebbe è costruire per quella giornata uno sciopero vero attraverso il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici che punti ad una piattaforma che abbia al centro proprio quei diritti e quelle rivendicazioni salariali ora sotto attacco. È necessaria una piattaforma che unisca tutti coloro che prima sono stati divisi tra garantiti e precari e poi ancora artatamente separati in mille rivoli a seconda delle forme di precarietà alle quali questi sono condannati.

Tutto ciò è possibile solo se si parte dalla ferma richiesta di cancellazione di alcune delle più nefande leggi degli ultimi anni come la riforma Berlinguer sull’autonomia scolastica, la riforma Gelmini che è stata una grossa batosta per l’istruzione pubblica e la riforma delle pensioni. Il quadro entro il quale costruire le mobilitazioni dovrebbe avere un chiaro profilo anticapitalista con al centro il rifiuto delle politiche di austerità sotto la cui scure si stanno assestando gli ultimi colpi di grazia non solo ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ma anche a quelli di studenti e studentesse, ormai sempre più inseriti all’interno di un sistema di selezione di classe che, se spinto ulteriormente su questa strada, porterà verso una buona istruzione solo chi ha le possibilità economiche di pagarsi gli studi. Per tutti gli altri resterà una scuola pubblica dequalificata. Non è un caso che anche molti collettivi studenteschi abbiano fatto sentire la loro voce contro la conversione in legge del DL 104 che non stanzia risorse sufficienti a garantire il diritto allo studio, lasciando molti senza borsa di studio pur avendone formalmente i requisiti.

Gli studenti, in continuità con la manifestazione del 19 ottobre, torneranno in piazza il 15 novembre con una giornata di mobilitazione nazionale.

Le manifestazioni del 18 e del 19 ottobre a Roma hanno sicuramente contribuito a rompere quella cappa di immobilità che avvolgeva il nostro paese dando più coraggio a tutti e tutte; il passaggio successivo è l’unione dei diversi percorsi di mobilitazione e dei diversi settori in lotta perché solo questa unione potrà fare davvero male a chi ci vorrebbe a testa china ad accettare quello che la borghesia e le istituzioni europee stanno decidendo per noi.