Un appello per una ricostruzione ecologica del marxismo

di Daniel Tanuro (autore de “L’impossibile capitalismo verde”, Roma, Ed. Alegre)

impossibile capitalismo verdePer la prima volta nella storia, il genere umano deve immaginare la sua emancipazione inscritta in un quadro ecologico globale, il cui vincolo non può essere eluso da un aumento della produttività del lavoro.

Il riscaldamento globale incarna questo vincolo. Per stabilizzare il sistema climatico, il consumo complessivo di energia dovrebbe diminuire entro il 2050 del 50% nell’Unione Europea e del 75% negli Stati Uniti (Nazioni Unite, World Economic and Social Outlook 2011). Questi obiettivi non potranno essere raggiunti senza una riduzione della produzione materiale e dei trasporti, almeno nei cosiddetti Paesi sviluppati. Non è abbastanza per limitarne la crescita.

Nella migliore delle ipotesi, il sistema energetico basato sui combustibili fossili dovrà essere sostituito da un altro completamente nuovo e diverso. Un enorme cambiamento dovrà essere apportato nell’arco di due generazioni richiedendo investimenti e, di conseguenza, un aumento del consumo di energia. In altre parole, la transizione, almeno nelle sue fasi iniziali, sarà essa stessa una fonte aggiuntiva di emissioni, che dovranno essere poi riequilibrate. Perciò un piano che si fondi sull’efficienza energetica, non sulla redditività, è necessario.

FosterC’è appena bisogno di dire che queste misure non sono realizzabili nell’ambito del capitalismo. Sarebbe assurdo sperare che il capitalismo possa adeguarsi a un piano, ridurre la produzione ed eliminare il profitto in quanto criterio guida per gli investimenti. L’unica soluzione è sbarazzarsi del capitalismo.

Cionondimeno, il vincolo ecologico produce un cambiamento radicale nelle condizioni oggettive per la transizione al socialismo. Il punto è: il pensiero di Marx è ancora utile per affrontare il problema? Qualcuno sostiene che non lo sia. John B. Foster sostiene che lo sia, che l’ecologia sia al cuore del marxismo (J.B. Foster, Marx’s Ecology).

La mia tesi è leggermente diversa:

  • In primo luogo, la concezione di Marx circa il rapporto essere umano-natura è un quadro pertinente alla discussione sulla cosiddetta “crisi ecologica”.
  • In secondo luogo, la sua critica del capitalismo fornisce gli strumenti necessari alla comprensione della crisi.
  • Ma l’“ecologia di Marx” è solo tale in potenza. La sua attualizzazione richiede una riappropriazione critica, una ricostruzione. A tal proposito bisogna evitare due trappole : l’apologia e l’anacronismo.

MarxsecologyNon c’è tempo qui per discutere la concezione materialistica marxiana della natura, della natura umana, del rapporto storico tra il genere umano e la natura, e della sua evoluzione.
Passerò subito al secondo punto: la sua critica del capitalismo come utensile per la comprensione della cosiddetta crisi ecologica.

Le previsioni di Marx

Le previsioni circa il modo in cui il rapporto essere umano – natura si sarebbe sviluppato nel capitalismo sono numerose e ragguardevoli nell’opera di Marx. Non sono intuizioni ma conclusioni rigorose che nascevano dalla sua analisi della dinamica di accumulazione.

Va notato che per Marx lo sfruttamento del lavoro e il saccheggio della natura rappresentano due aspetti inseparabili dell’accumulazione, per le seguenti ragioni:

  • Primo, il lavoro umano è esso stesso una risorsa naturale. “La forza naturale degli uomini” e “la forza naturale della terra” sono le “due sole fonti della ricchezza”, saccheggiate dal capitalismo;
  • Secondo, l’uso della forza lavoro come merce presuppone che la forza naturale dei produttori sia separata da altre risorse naturali, e questo rimanda all’appropriazione capitalista della terra;
  • Terzo, il monopolio della terra dei proprietari terrieri consente loro di trattenere una parte del plusvalore in forma di rendita, a spese di altri settori e del resto della società. Sotto l’aspetto del consumo, la società paga i prodotti della terra al di sopra del prezzo di produzione, il che sottende uno spreco di lavoro sociale;
  • Quarto, lo sfruttamento congiunto di lavoro e natura comporta conseguenze sia per l’agricoltura che per l’industria. Nelle campagne, promuove un’agricoltura più intensiva e specializzata. Nelle città, aiuta a bilanciare la caduta del tasso di profitto con una caduta relativa del valore della forza lavoro, a causa di prodotti di sussistenza più economici.

La capacità che questa analisi ha di afferrare l’attuale crescente integrazione di industria, agricoltura e finanza, e le sue conseguenze, è palese nelle conclusioni di Marx alla fine della sezione sulla rendita nel Capitale:

“L’industria e l’agricoltura meccanizzata su vasta scala vanno di pari passo. Se in origine sono distinte dal fatto che la prima devasta e distrugge principalmente la forza-lavoro, dunque la potenza naturale degli esseri umani, e la seconda esaurisce la naturale vitalità del suolo, esse uniscono le forze nel corso dello sviluppo successivo, in cui il sistema industriale nelle campagne contribuisce a fiaccare i lavoratori, e l’industria e il commercio forniscono all’agricoltura, ciascuno per la sua parte, i mezzi per l’esaurimento del suolo” (Il Capitale, Vol. 3, Capitolo XLVII)

Produttivismo?

Marx non è un “produttivista”: egli oppone la produzione di valori d’uso ai valori di scambio e, nel Capitale, mette in evidenza che i primi sono vincolati alla finitezza dei bisogni umani, mentre i secondi “non hanno fine” perché “il principio e la fine sono la sola e medesima cosa, denaro…” (…). “Di conseguenza, il movimento del capitale non ha limiti” (Il Capitale, Vol. 1, Capitolo IV). Più precisamente, alcun altro limite che il capitale medesimo, e ciò implica lo sfruttamento dei produttori e l’appropriazione della natura. La formula che Marx utilizza per postulare l’esaurimento da parte del capitale delle due uniche fonti della ricchezza – la terra e il lavoratore – è il risultato diretto di questa analisi.

Le implicazioni a lungo termine della dinamica di accumulazione illimitata di valore sono indagate con sorprendente preveggenza in un passaggio poco noto dei Grundrisse:
“Si renderà necessario esplorare la Natura in ogni direzione al fine di scoprire nuove proprietà degli oggetti e nuovi usi, di scambiare, in tutto il mondo, i prodotti di ogni latitudine e di ogni Paese, e di sottomettere i frutti della natura a processi artificiali per conferir loro nuovi valori d’uso. La Scienza della natura verrà dunque sviluppata agli estremi” (Grundrisse, Capitolo sul capitale)

Ingegneria genetica, appropriazione del genoma e bioimitazione su scala industriale collimano perfettamente con questa previsione.

Alcuni pensano che la fede di Marx nelle possibilità di sviluppo delle forze produttive sia equivalente all’assurda nozione neoliberista dell’assoluta interscambiabilità del capitale alle risorse. Il seguente passo mostra che è vero il contrario:

“Supponiamo che macchinari in grado di sostituire forza lavoro, agenti chimici, ecc., siano impiegati più estensivamente in agricoltura, e che quindi il capitale costante aumenti dal punto di vista tecnico, non semplicemente nel suo valore, ma anche nelle sue dimensioni. In agricoltura (come nell’industria mineraria) non si tratta però solo di produttività sociale, ma anche naturale. È possibile che l’aumento della produttività sociale in agricoltura riesca a malapena a compensare, o nemmeno ci riesca, la diminuzione della forza naturale – tale compensazione sarà comunque efficace solo per un breve lasso di tempo” (Il Capitale, Vol. 3 Capitolo XLV)

Perché Marx scrive che un aumento della produttività sociale non riuscirebbe o semplicemente non controbilancerebbe la perdita della produttività naturale? Perché egli sapeva, grazie a Liebig, che l’aumento della produttività agricola non è lineare ma è funzione decrescente del capitale investito nella terra.

Perché, ad ogni modo, scrive che la compensazione sarebbe solo temporanea? Perché è consapevole del fatto che gli investimenti in capitale possono soltanto ritardare le conseguenze della rottura nel ciclo dei nutrienti, causata dall’urbanizzazione.

Agricoltura e industria: sviluppo ineguale e combinato

La comprensione dello sviluppo ineguale e combinato dell’agricoltura e dell’industria capitaliste consente a Marx di identificare una serie di contraddizioni specifiche. Ne citerò brevemente cinque:

  1. Fluttuazioni crescenti dei prezzi agricoli.“È nella natura delle cose che le sostanze animali e vegetali, la cui crescita è soggetta a certe leggi organiche, non possano essere accresciute nella stessa misura delle macchine e di altro capitale fisso, come il carbone, ecc., che viceversa è possibile riprodurre rapidamente. È quindi inevitabile che l’aumento della parte di capitale costante formata da capitale fisso, macchinari ecc. debba necessariamente eccedere la parte formata da materie prime organiche, a tal guisa che la domanda di queste ultime cresca più velocemente dell’offerta, generando un aumento del loro prezzo” (Il Capitale, Vol. 3, Capitolo VI)Marx estrapola la tendenza all’alternanza di inflazione e deflazione nel prezzo delle merci agricole, risultante nel rafforzamento delle regioni principali della produzione e nell’aumento degli investimenti in queste aree, in modo che la competizione sul mercato mondiale diviene ancor più sfavorevole per le altre aree. Ciò spiega la formazione nel corso dello sviluppo capitalista di ampie zone adibite a monocoltura, che sono venute a distruggere la sovranità alimentare, mandare in rovina i piccoli agricoltori e trasformare vaste aree in deserti verdi.

     

  2. Di conseguenza, è visibile una tendenza allo squilibrio degli investimenti nella produzione di cibo e merci agricole. Non svilupperò ulteriormente questo punto: la massiccia produzione di biocarburanti dai raccolti agricoli ne è un esempio, e tutti sanno che i biocarburanti a loro volta tendono ad accentuare la tendenza alla convulsione dei pressi descritta da Marx.
  3. Nella produzione di cibo esiste una tendenza a investimenti sproporzionati nel campo della produzione di carne (“inessenziale”, secondo Marx : ditelo ai vegetariani!), a spese della produzione di cereali, per la ragione che “il prezzo è determinato in maniera tale che il prezzo dei prodotti della terra – impiegata per l’allevamento del bestiame, ma che potrebbe altrettanto agevolmente essere usata per la coltivazione del granoturco – deve crescere tanto da produrre la medesima rendita di aree coltivabili della stessa qualità. In tal modo la redditività dei campi di granoturco diventa un elemento determinante per il prezzo del bestiame, e per questo motivo il prezzo del bestiame è accresciuto artificialmente dalla rendita” (Il Capitale, Vol. 3, Capitolo XLV) La crescita e l’industrializzazione della produzione di carne è una conseguenza di questa situazione di sovrapprofitto.
  4. La stessa tendenza è visibile nell’eccesso di investimenti nella pesca, nell’industria mineraria e nelle foreste naturali: “La rendita gioca un ruolo ancor più importante nell’industria estrattiva, dove manca totalmente l’elemento del capitale costante, delle materie prime grezze, e prevale di gran lunga l’elemento più basso della composizione dal capitale (…) Il capitale qui consiste quasi esclusivamente della sua componente variabile del lavoro, generando quindi più pluslavoro che altri capitali della stessa dimensione. Il valore del legname, quindi, contiene una maggior quantità di lavoro non pagato, o di plusvalore, che quella di un prodotto di capitale agricolo che abbia una composizione organica più elevata” (Il Capitale, Vol. 3, Capitolo XLV)Non è possibile spiegare la criminale appropriazione e distruzione delle foreste tropicali solo dalla logica del profitto, ma anche dalla presenza di un sovrapprofitto, che cresce proporzionalmente all’aumento della domanda.
  5. Nei periodi di crisi, il capitale tende a cercare vie più certe ove fare profitti, per poi gettarsi a capofitto sulla terra e su altre risorse che generano rendita, per la semplice ragione che la rendita è parte del plusvalore appropriato senza correre alcun rischio.È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi, con la corsa alla proprietà immobiliare, gli acquisti imponenti di terre nel Sud in qualità di investimento finanziario, l’appropriazione delle foreste che generano crediti per le emissioni ecc…

La fondamentale irrazionalità dell’agricoltura capitalista

Da tutto ciò, Marx ha tratto ripetutamente la stessa lezione:

“La morale della storia è che il sistema capitalista opera contro un’agricoltura razionale, ovvero che un’agricoltura razionale è incompatibile con il sistema capitalista, e ha invece bisogno o della gestione del piccolo contadino per la propria sussistenza o del controllo dei produttori associati” (Il Capitale, Vol. 3 Capitolo XXXVII)

Marx insiste che la sua analisi dell’agricoltura possa essere applicata, mutatis mutandis, ad altri campi dell’attività capitalista di percezione della rendita: acqua, minerali, risorse naturali in generale, e allo spazio, in quanto elemento fondamentale di ogni attività umana. In realtà, può essere considerata una teoria dello sfruttamento combinato della terra e dei produttori, e conduce Marx a una doppia conclusione :

  • Lo sviluppo umano è limitato da due vincoli: “La fertilità della natura è un limite, un punto di partenza, una base. (…) Lo sviluppo delle forze produttive sociali è l’altro limite” (Il Capitale, Vol 3)
  • “La sola libertà possibile è quella per cui l’uomo sociale, i produttori associati, pianifichino razionalmente il loro scambio al fine di renderlo il meno gravoso possibile, e di sviluppare condizioni più rispettose e più coerenti con la loro natura umana” (Il Capitale, Vol. 3 Capitolo XLVIII)

Come sappiamo, questa seconda conclusione fu ispirata dal lavoro di Liebig sulla rottura nel ciclo dei nutrienti a causa dell’urbanizzazione capitalista. Il genio di Marx è stato quello di generalizzare il problema dello scambio della materia nel suo complesso. Sulla base di questo concetto, sviluppa due prospettive programmatiche :

  1. La necessità di cambiare verso un modo di produzione basato sul valore d’uso per soddisfare i reali bisogni umani, attraverso la cancellazione della proprietà capitalista della terra e di altre risorse, per il ritorno ai “beni comuni”:“Dal punto di vista di una società dalla formazione economica più elevata, la proprietà privata del globo da parte di un pugno di singoli individui apparirà tanto assurda quanto la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Finanche tutte le società attualmente esistenti considerate nel loro insieme, non sono proprietarie del globo. Esse ne sono soltanto i suoi gestori, i suoi usufruttuari, e, come boni patres familias, devono consegnarlo alle generazioni successive in condizioni ancora migliori” (Il Capitale, Cap. XLVI) 
  2. L’abolizione della distinzione tra città e campagna. Marx va addirittura oltre: quanto più il commercio globale approfondisce l’irrazionalità dello scambio con la natura, quanto più non è esagerato affermare che la rilocalizzazione dell’economia e la sovranità alimentare, sebbene non esplicite nel Capitale, sono rivendicazioni coerenti con la critica del capitalismo di Marx.

Un’ecologia di Marx?

In questo senso, perché non parlare di un’“ecologia di Marx”? Perché l’”ecologia di Marx” è una ricostruzione. Una pur brillante ricostruzione di John B. Foster ma, in quanto ricostruzione implicita, ignora le tensioni, le questioni irrisolte, o le debolezze del pensiero di Marx. Per quanto riguarda Marx, non fu sempre in grado, né poteva, di trarre conclusioni “ecologicamente corrette” dalle sue geniali previsioni, poiché non conosceva la crisi ecologica globale. Potrei fornire molti esempi per corroborare questa affermazione, ma sarà sufficiente menzionarne solo alcune.

Lo straordinario passaggio dei Grundrisse, ad esempio, sulla logica dell’accumulazione, prosegue con le seguenti considerazioni, che lo svuotano ampiamente dal suo significato ecologico attuale :

“La produzione fondata sul capitale crea le condizioni per lo sviluppo di tutte le proprietà dell’uomo sociale, con il massimo dei bisogni individuali e quindi una pluralità di qualità le più svariate, in breve una creatura il più universale possibile, poiché quanto più elevato è il livello della cultura umana, tanto più si è in grado di goderne” (Grundrisse, capitolo sul capitale)

La tensione tra la critica radicale del capitale e un certo fascino per la sua “missione civilizzatrice” è qui evidente.

L’atteggiamento nei confronti dei contadini è un altro esempio di tale tensione. Nel passaggio che abbiamo citato, Marx sostiene che una gestione razionale dell’agricoltura può essere praticata solo da piccoli contadini o dai produttori associati. Ma questa affermazione è parzialmente contraddetta in un altro passaggio dell’opera:

“Uno dei più importanti risultati del modo di produzione capitalista è aver reso l’agricoltura un’applicazione consapevole della scienza in agronomia (…) mentre era una serie di processi puramente empirici e trasmessi meccanicamente da una generazione all’altra dalle frazioni meno avanzate della società” (Il Capitale, Vol. 3, cap. XXXVII)

Altrove nel Capitale, Marx è molto ironico nei confronti di Lavergne, un autore che “crede nelle leggende” come l’arricchimento del suolo da parte delle piante, in grado di trarre dall’atmosfera gli elementi necessari alla fertilità. Certamente, questo fenomeno non era stato provato scientificamente prima della morte di Marx, ma il fatto era stato scoperto “empiricamente” già nel Quindicesimo secolo (nelle Fiandre): la prima rivoluzione agricola dei tempi moderni – l’abbandono del maggese, che consentì una crescita significativa della produttività e l’alleggerimento della pressione sulle foreste, era stata un’applicazione delle “frazioni meno avanzate della società”. Il punto debole di Marx è che qui tende a negare la conoscenza dei contadini.

Al termine della sezione sulla rendita, nel Capitale, Marx non sceglie tra il piccolo contadino e il fattore capitalista. Sarebbe un anacronismo deplorare questa indecisione: al tempo non esistevano le condizioni storiche necessarie al superamento della contraddizione di un’agricoltura che beneficiasse sia delle conoscenze scientifiche sia dell’associazione dei produttori. Ciò nonostante, queste pagine denotano un certo “disprezzo per i contadini”. Pur lodando le capacità degli artigiani, e denunciando il furto ai loro danni operato dal capitale, Marx non diede giustizia alla creatività delle comunità rurali che, lungo l’arco della storia, avevano saputo creare sistemi agricoli degni di nota e una varietà di piante adatte a diversi ambienti.

Oltre a queste tensioni, penso ci sia una mancanza molto evidente dal punto di vista ecologico: Marx non si avvide dell’importanza qualitativa della transizione da fonti energetiche rinnovabili (legname) a non rinnovabili in un lasso di tempo su scala umana (carbone). Dato il ruolo fondamentale dei combustibili fossili in regime capitalista, questo è un errore serio nella elaborazione del modello di questo modo di produzione. Soprattutto destabilizza dall’interno la tesi di Marx sulla pianificazione razionale dello scambio organico, perché la pianificazione razionale non è coerente con l’impiego a lungo termine di riserve di combustibili fossili, non rigenerabili. Inoltre, la confusione tra energie rinnovabili e non rinnovabili può dar luogo all’idea che le fonti di energia siano neutre, che può a sua volta condurre a pensare che le tecnologie applicate all’energia siano allo stesso modo neutre, una conclusione in contraddizione con il materialismo storico.

Rendere ecologiche le conclusioni di Marx, affrontare nuovi problemi

Queste tensioni, questioni irrisolte ed errori, non cancellano il fatto che le categorie critiche di Marx sono essenziali alla comprensione della cosiddetta “crisi ecologica” (in realtà, espressione della crisi sistemica globale del capitalismo). Al tempo stesso ci invitano a rivisitare l’opera di Marx per rendere ecologicamente compatibili le sue conclusioni e proporre elaborazioni su alcuni nuovi problemi, alla luce della attuale “crisi ecologica” globale.

Si può partire dalla visione di Marx di una “gestione razionale dello scambio organico”, che rappresenta un quadro adeguato alla discussione della crisi, e porsi qualche domanda: che vuol dire esattamente affermare che lo scambio organico dovrebbe essere regolato “al fine di renderlo il meno gravoso possibile, e di sviluppare condizioni più rispettose e più coerenti con la natura umana”? Qual è lo specifico ruolo delle donne tra i “produttori associati”? E quale razionalità dovrebbe guidare la pianificazione?

Oggi, il problema di “renderlo il meno gravoso possibile” solleva la questione della produttività del lavoro in agricoltura, selvicoltura ecc. Si tratta di un problema cruciale perché evitare una catastrofe climatica globale è impossibile senza affidarsi a un’agricoltura organica, locale. Nelle regioni dominate dall’ agribusiness, ciò richiede che una parte rilevante del lavoro sociale sia assegnato all’agricoltura e alla gestione ambientale. Di conseguenza, in queste regioni è necessario un declino nella produttività agricola. Ciò rimanda a un importante problema teorico, brevemente approcciato da Ernest Mandel quando notava che “da un certo livello, lo sviluppo delle forze produttive può allontanarci, piuttosto che avvicinarci al socialismo”. (Mandel “Dieci tesi sulla società di transizione”)

Ma qual è questo livello? Qui, possiamo collegare il problema della produttività del lavoro agricolo a quello delle “condizioni più rispettose della natura umana”. L’allevamento di pollame e bestiame è senza dubbio estremamente produttivo. È forse rispettoso della natura umana? Dal mio punto di vista, è una forma di abuso, di tortura animale. La produzione industriale di carne è una manifestazione estrema della reificazione della vita, caratteristica del sistema capitalista, la stessa denunciata da Marx in un’altra forma: la reificazione del lavoro umano e quindi degli esseri umani, per mezzo della medesima ragione strumentale.

Ciò mi porta a un terzo problema: di che razionalità parla, Marx? Ho già citato la sua tendenza a sopravvalutare la razionalità della scienza in opposizione alla conoscenza empirica dei contadini. È ovvio che non si tratta di idealizzare la conoscenza tradizionale ma di aprire una riflessione critica sulla razionalità strumentale come espressione di una reificazione e appropriazione della vita organizzate in modo “scientifico”.

Nell’ambito di questo quadro, dovrebbero essere considerate anche la specifica oppressione delle donne e l’identità tra l’appropriazione sociale delle forze naturali e dell’appropriazione sociale (patriarcale) della forza riproduttive naturale delle donne. La concezione di una pianificazione razionale dello scambio organico dovrebbe essere rivista alla luce di queste considerazioni. Bisogna anche sottolineare che le donne del Sud del mondo producono oggi l’80% del cibo. Il loro ruolo specifico è quindi cruciale.

L’energia, la Comune e i beni comuni

Infine, un’altra importante questione di cui discutere è il rapporto tra pianificazione e decentramento. Possiamo anche affrontare questo problema in maniera pragmatica. Di certo, la nazionalizzazione delle risorse energetiche è una condizione fondamentale per una transizione energetica che voglia essere coronata dal successo. Come ha detto James Hansen, le lobby energetiche stanno perpetrando un crimine contro l’umanità e l’ambiente, poiché bloccano la transizione per ragioni di profitto. Ma la loro espropriazione sarebbe solo il primo passo. L’estrema centralizzazione e uniformità del sistema energetico attuale è la conseguenza tecnica dell’uso di combustibili fossi e energia nucleare. Un sistema basato sulle rinnovabili dovrà essere molto diverso: sarà costituito da una rete di sistemi locali che impieghino una pluralità di fonti. Questo sistema posseduto e gestito da una federazione di comunità locali, non dallo Stato centrale.

Nel suo famoso saggio redatto dopo la sconfitta degli insorti parigini, Marx dirà che la Comune era “la forma politica al fine scoperta dell’emancipazione del lavoro”. Per concludere: all’interno del quadro della ricostruzione ecologica del marxismo, questa formula dovrebbe essere integrata dalla seguente: “la forma politica al fine scoperta dell’emancipazione del lavoro e della sostenibilità ecologica”.

Daniel Tanuro