Paesi arabi, tre ipotesi e tre rivoluzioni in corso

di Nadir Djermoune (da Alencontre, traduzione di Titti Pierini)

tunisia--syria--libia--yemenNel dibattito algerino – sinistra inclusa – sugli avvenimenti rivoluzionari in corso in Egitto, in Tunisia e in Siria vi è qualcosa che ha a che vedere più con la logica formale che non con la dialettica.

Le premesse di questa logica sono semplicistiche e caricaturali. Tutto quel che accade costituirebbe una grossa manipolazione e un complotto americano in combutta con gli alleati europei. Le vittorie degli islamisti nelle prime battaglie elettorali in Tunisia e in Egitto vengono presentate come conferma di questo complotto. L’intervento militare che ha posto fine al potere degli islamisti in Egitto, malgrado la “legittimità” ottenuta tramite elezioni, è come la semplice sostituzione di un fusibile voluta da quegli stessi complottisti. Se Ennahdha in Tunisia si rifiuta di lasciare il potere rivendicato dall’opposizione in nome di questa stessa “legittimità”, anche se il mandato ricevuto dalle elezioni è ampiamente intaccato, corrisponde alle stesse premesse: gli islamisti tunisini sarebbero il fusibile di ricambio più adatto dei loro fratelli egiziani a svolgere un ruolo nello scacchiere minuziosamente concertato dagli americani. Se poi lo scenario non si è concretizzato in Siria è perché il potere di El-Assad, che è ricorso alla protezione russa, costituisce l’ultimo bastione della resistenza antimperialista nell’area!

Cerchiamo subito di evitare il vicolo cieco (per non usare un altro termine) del complotto, in cui si rischia di finire nel cupo stallo del tipo: “chi uccide chi!”. Esaminiamo gli eventi tramite la dialettica del reale. In ogni caso, quand’anche vi fosse una manipolazione su tutta la linea come a Timisoara in Romania [i morti in quella città nel 1989], la crisi perdura, i soggetti direttamente interessati intervengono e rendono indispensabile la rivoluzione. Si tratta allora di dare un senso e un orientamento alle rivoluzioni in corso.

• Si pone perciò un duplice interrogativo, sulla legittimità politica in democrazia prima e, poi, durante la violenza rivoluzionaria! La si può ridurre ai meccanismi elettorali? Fino al punto considerarla sacra! “Niente salvezza se non si passa per le elezioni”. Si debbono considerare queste elezioni una “trappola per fessi”, valida solo per gli imbecilli?

Su questo piano, c’è l’insegnamento egiziano che si svolge sotto i nostri occhi. Ciò a cui abbiamo assistito all’indomani del 30 giugno è una prova di forza… contro il popolo. La risposta alla questione del colpo di Stato non deve essere “neutra”, vista cioè da un osservatore estraneo al conflitto, indipendentemente dal suo punto di osservazione, quella specie di saggio apolitico tanto cara ai seguaci di Weber. Dal punto di vista giuridico, effettivamente si è avuto un colpo di Stato contro Morsi, essendo Morsi un presidente eletto, sia pure con un’incidenza elettorale relativa (il 25% dei votanti, il 12,5% dell’elettorato). Il giudizio, tuttavia, deve essere politico, il che significa collegare sempre la valutazione e il giudizio critico che si dà agli sviluppi del movimento. Perché un movimento c’è. E, qui, è rivoluzionario.

Vi sono stati milioni – si stimano in oltre 14 milioni – di manifestanti che chiedevano che Morsi se ne andasse. L’ampiezza delle manifestazioni rende caduca l’elezione, quale che sia la sua legittimità strettamente giuridica. Questo si chiama, in democrazia, diritto di revoca. È un diritto altrettanto inalienabile del diritto all’alloggio, alla sanità e all’istruzione.

Nel caso in esame, si tratta di riorganizzare le elezioni. Si pone allora la domanda: chi le organizza? Un governo provvisorio emerso da coloro che revocano. È a questo punto che i militari egiziani si sono affrettati a costituirsi in “governo provvisorio” in assenza di legittimi rappresentanti. Ed è qui che sta il colpo di Stato contro il popolo.

Sul piano della sostanza politica, si assiste del resto al palese fallimento e alla povertà politica degli islamisti. Le popolazioni in condizioni di bancarotta sociale oggi possono demistificare la parola d’ordine “l’islam è la soluzione”, che tanto ha soggiogato masse in Algeria e altrove. L’Egitto ha appena chiuso un ciclo nella rappresentanza politica e ideologica delle masse in rivolta. Ciclo che ha visto gli islamisti riempire, pur se minimamente, il vuoto lasciato dalla fine del nazionalismo arabo, soprattutto nel tempo algerino. Possiamo peraltro osservare di questo effetto il basso profilo assunto dagli islamisti algerini!

• Rivediamo la problematica tunisina. Sotto l’onda d’urto egiziana emerge la rivendicazione di deporre l’attuale Assemblea nazionale costituente (ANC) e il governo, e poi instaurare una struttura governativa provvisoria per rieleggere una nuova costituente. C’è la proposta di cambiare il solo governo.

C’è poi un secondo dibattito nel dibattito relativo alla composizione di questo governo provvisorio. Due sono le risposte su questo problema: quella che si potrebbe definire di destra liberista e che consiste nel mettere in piedi un governo di unità nazionale, e la seconda proposta di sinistra, quella di un governo di salvezza nazionale. La posta in gioco, tuttavia, non sta nel nome, ma nella sua composizione, in particolare rispetto all’UGTT (Unione generale tunisina del lavoro). La presenza dell’UGTT introduce, in modo ben evidente, la questione economica e sociale nel dibattito sulla transizione; e questo non piace ai democratici della destra liberista, e ancor meno agli islamisti che si aggrappano formalmente a quella che ritengono sia la loro “legittimità”. L’esponente di Ennahdha, su France 24, ritiene che “l’UGTT deve rimanere neutrale, alla stessa stregua dell’esercito” (sic). Dimentica una cosa, e cioè che l’UGTT è un sindacato dei lavoratori. E un sindacato non è neutro. Sostiene gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, come sta ad indicare il suo nome, al medesimo titolo delle associazioni delle donne, degli avvocati, ecc., che sono invece ammesse, quanto a loro.

Ma al di là della posta in gioco della composizione, che cosa farà questo “governo provvisorio” una volta installato? Dovrà organizzare le elezioni presidenziali e legislative! Ma in base a quali leggi, visto che la vecchia costituzione non c’è più e la nuova non esiste ancora? Avrà dunque il compito di riorganizzare le elezioni per una nuova costituente! Altrimenti, non sarà servito a niente. E gli islamisti hanno capito questa posta in gioco. In altri termini: o la rivoluzione continua; oppure si ferma momentaneamente e accetta un consenso intorno a, o perlomeno con, Ennahdha. È questa la questione che non può accontentarsi di una soluzione meramente teorica. La risposta è di ordine pratico. L’UGTT può dare impulso a una soluzione democratica e sociale? Il tempo gioca però a favore degli islamisti i quali, forti della loro posizione acquisita, giocano la carta giuridica per imporre la loro costituzione di qui… a dicembre 2013.

Di qui ad allora, la questione sociale ed economica ci guadagnerebbe ad inserirsi nel dibattito per spingere a una decantazione più sociale e meno ideologica.

• La questione siriana è più complessa. Quella che si sta giocando intorno a questo paese è una guerra di dimensioni regionali. Una guerra “fredda” divide il Vicino Oriente. Il campo diretto dagli americani, dai loro alleati europei e dai loro vassalli locali (l’Arabia saudita, il Qatar e la Turchia), da un lato, il campo intorno alla Russia, alla Cina e all’Iran a sostegno del potere siriano in carica, dall’altro lato, conducono una guerra di trincea sulle spalle del popolo siriano.

Il nazionalismo arabo, che era stato fin là il cemento ideologico della costituzione dei paesi della regione, è declinato. Si diffondono i discorsi confessionali. Ci si interroga sulla durata perenne anche di quegli Stati e dei loro confini, sorti da una spartizione del mondo dell’inizio del XX secolo.

Questa situazione e la lotta rivoluzionaria del popolo siriano mettono in evidenza le poste in gioco, in una regione a rimorchio di un capitalismo mondiale in crisi. Il popolo siriano viene così preso come ostaggio di un conflitto regionale, con puzza di “guerra mondiale”. Il problema che si pone immediatamente è: come costruire una solidarietà coerente con l’opposizione democratica e popolare, in un universo in cui il conflitto si gioca a livello militare?

Le uniche a detenere le armi sono purtroppo le potenze imperialiste: tra gli americani che aiutano il loro esercito “ribelle” per interposta Arabia saudita, i Russi che “proteggono” l’esercito del potere, l’opposizione democratica popolare resta disarmata e stretta a tenaglia.

L’esistenza di quest’ultima deve impedire di avere una posizione “campista”, cioè con questo o quel campo in funzione dell’idea e della lettura che si fa della natura del regime e dei belligeranti. Ora, a livello popolare, vi sono altrettanti siriani che sostengono il regime e siriani che sono contro.

In una situazione del genere è possibile considerare secondaria la crisi interna e limitarsi a porre il problema al solo livello regionale e sostenere la stabilità dell’area? Equivale ad appoggiare il regime.

Al livello regionale, la situazione è già destabilizzata. È entrata in un’onda di crisi rivoluzionaria che non ha come alternativa a breve termine se non una soluzione democratica, sociale e popolare che non può prescindere dalla situazione interna di ciascun paese. Altrimenti, nel caso in esame, perché non lavorare per stabilizzare le dittature presenti in Egitto, nello Yemen ed anche… in Arabia saudita. A meno che non si definisca la dittatura siriana come l’ultimo baluardo del nazionalismo e del patriottismo arabi.

Resta allora da richiedere le armi all’imperialismo occidentale in concorrenza con l’imperialismo russo. Ecco che cosa dice Trotskij al riguardo nel 1938:

“Ipotizziamo che in una colonia francese, l’Algeria, nasca domani una sollevazione all’insegna dell’indipendenza nazionale e che il governo italiano, spinto dai propri interessi imperialisti, si prepari a inviare armi ai ribelli. Quale dovrebbe essere in questo caso l’atteggiamento degli operai italiani? Prendo volutamente l’esempio di una sollevazione contro l’imperialismo democratico e di un intervento in favore dei ribelli da parte di un imperialismo fascista. Gli operai italiani devono opporsi all’invio di navi cariche di armi per gli algerini? Che qualche estremista di sinistra abbia il coraggio di rispondere affermativamente a questa domanda! Qualsiasi rivoluzionario, insieme agli operai italiani e ai ribelli algerini, respingerebbe indignato una simile risposta. Anche se si svolgesse allora nell’Italia fascista uno sciopero generale dei marinai, in questo caso, gli scioperanti dovrebbero fare un’eccezione per le imbarcazioni che vanno a portare aiuto agli schiavi coloniali in rivolta; altrimenti sarebbero dei penosi trade-unionisti, non dei rivoluzionari proletari” (L. Trotsky, Si deve imparare a riflettere. Consiglio amichevole rivolto a certi ultrasinistri, 20 maggio 1938).

Una lettura che va, naturalmente, ricollocata nel suo contesto storico, ma questo brano del testo ci consente di proseguire la discussione su questa spinosa faccenda.

La volontà degli americani e dei loro alleati di passare a un intervento diretto, poi i ripensamenti degli uni e le concessioni degli altri, ci chiariscono l’equilibrio delle forze imperialiste. Aprono spiragli sulla loro intenzione di salvaguardare i propri interessi nella regione, soffocando e schiacciando ogni velleità di emancipazione dei popoli, impedendo qualsiasi cambiamento rivoluzionario regionale. L’Occidente partecipa effettivamente ad armare la componente islamista dell’Esercito siriano libero (ESL), in particolare il Fronte di liberazione islamico della Siria (FLIS), buona parte delle cui brigate (Liwâ’ al-Islâm, Liwâ’ at-Tawhîd o i Falchi del Levante) hanno una base salafita. L’Arabia saudita funge da principale finanziatore della maggior parte delle brigate dell’ESL. La realtà è questa. Non esiste dunque disponibilità ad inviare armi ai ribelli… dal campo dei lavoratori. La richiesta di armi all’imperialismo occidentale in queste condizioni diventa una specie di sfida lanciata a coloro che continuano a credere nelle altruistiche virtù democratiche americane.

Stando così le cose, l’appello e la richiesta di armi per proteggersi da parte dell’opposizione democratica e dei lavoratori siriani è legittima. Spetta a loro in ultima istanza valutare la fondatezza di questo modo di procedere e le ripercussioni sul seguito del movimento, anche se i lavoratori e i popoli del mondo intero hanno il “dovere” di curarsi della sorte degli altri popoli in guerra e di assistere un popolo in pericolo.

I lavoratori tedeschi, francesi o americani, cioè il proletariato dei paesi imperialisti democratici, possono misurare la loro capacità di premere sui rispettivi governi perché concedano armi e inoltrarle a buona destinazione.

In compenso, vista dall’Algeria, un paese dominato, e tenuto conto di quel che ha vissuto il popolo algerino nella sua lotta anticoloniale e, di recente, nella sua resistenza anti-islamista e anti-terrorista, chiedere all’imperialismo francese o americano di armare parte del popolo siriano è sinonimo di un’alleanza tattica e congiunturale con l’imperialismo occidentale per contrastare l’imperialismo russo che sta armando il regime siriano, in altri termini: una capitolazione!

La diversità di atteggiamento sta nella nota di Trotskij nel seguito del testo citato:

“… il partito rivoluzionario adeguerà tuttavia la propria politica pratica in ciascun paese alla situazione interna e ai raggruppamenti internazionali, distinguendo rigorosamente d’altro canto uno Stato operaio da uno Stato borghese, un paese coloniale da un paese imperialista. […] la politica di lotta di classe intransigente durante la guerra non può […] essere ‘la stessa’ in tutti i paesi, così come non può esservi una sola ed unica politica del proletariato in tempo di pace”.

Nella situazione di una dinamica rivoluzionaria regionale, l’emancipazione del popolo siriano passa per i legami e il sostegno dei popoli della regione in lotta. Essa passa per il categorico rigetto di qualsiasi intervento militare imperialista, sia esso sotto l’egida dell’ONU o per iniziativa degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna o di altri paesi.