Critica degli strumenti dell’austerità europea. Per gli Stati Uniti Socialisti d’Europa

Pubblichiamo la prima parte di un lungo contributo di Olmo Dalcò che affronta i problemi della crisi europea. Leggi anche la seconda parte sul debito estero e l'euro. Olmo Dalcò interverrà all'assemblea fondativa di Sinistra Anticapitalista che si apre oggi, 20 settembre a Chianciano Terme (SI). Con questo articolo inauguriamo una serie di articoli/saggi di approfondimento teorico, che troverete pubblicati anche in forma scaricabile (PDF) su questo sito, e che in futuro costituiranno materiale per una rivista cartacea. Scarica il file PDF (14 pagine, 200Kb)

«I lavoratori non hanno il minimo interesse a difendere le frontiere attuali, soprattutto in Europa, sia agli ordini della loro borghesia sia nella insurrezione contro di essa. La decadenza dell’Europa dipende appunto dal fatto che essa è economicamente spezzettata in circa quaranta stati quasi nazionali che, con le loro dogane, i loro passaporti, i loro sistemi monetari e i loro eserciti mostruosi al servizio del particolarismo nazionale, sono divenuti il più grande ostacolo allo sviluppo economico dell’umanità e della civiltà. Il compito del proletariato europeo non è di rendere eterne le frontiere, ma di sopprimerle in modo rivoluzionario. Statu quo? No! STATI UNITI D’EUROPA!»

Trotsky nella Rivoluzione Tradita non sembra nutrire particolari dubbi sull’approccio internazionalista da perseguire riguardo alla prospettiva europea. Purtroppo, a-sinistra accade il contrario e la crisi dell’unione monetaria ha rimesso indietro l’orologio della storia in una involuzione di tipo nazionalista e reazionario. Per comprendere al meglio il tutto occorre ripercorrere alcune tappe dello sviluppo e dell’implosione dell’Unione Europea, nonché analizzare la politica economica persino nei diabolici dettagli.

La crisi che ha colpito alcuni stati membri dell’Unione Europea (soprattutto Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, i cosiddetti PIIGS) viene ricondotta dagli economisti o a un problema di debito pubblico delle amministrazioni ovvero a un problema di debito privato delle banche. Il primo accomunerebbe Grecia, Portogallo e Italia, il secondo Spagna e Irlanda. Di qui per il primo gruppo la colpa (colpa si dice come debito in lingua tedesca, e persino quando si recita il padre nostro) sarebbe dei governi inefficienti e spreconi, per il secondo gruppo scaturirebbe dalla bolla del mercato immobiliare e dalla avidità dei grandi gruppi bancari e finanziari. In entrambi i casi la crisi ha una natura etica piuttosto che essere fondata su contraddizioni reali, sociali e materiali. Tale versione dei fatti è puramente mistificatrice. E’ stato più volte evidenziato come alla radice della crisi del settore immobiliare vi sia la contraddizione materiale tra l’eccesso di produzione e le condizioni reali di profittabilità; tanto che lo sviluppo del debito piuttosto che costituire la causa originaria della crisi rappresenta un tentativo fallimentare di superarla, rimuovendo la contraddizione tra produzione illimitata e realizzazione limitata, finendo tuttavia, in una sorta di eterogenesi dei fini, con l’ingrandirla su una scala sempre più imponente.

Astraendo, pertanto, dalla crisi che ha direttamente colpito il settore finanziario e bancario, anche la questione del debito pubblico rappresenta l’ennesima mistificazione degli economisti. L’origine e l’accumulazione del debito cosiddetto pubblico può essere affrontata da un duplice punto di vista: su un piano tipicamente formale e superficiale, e su un piano più profondo e sostanziale. La maggior parte degli economisti, come al solito, si ferma alla prima prospettiva; altri economisti riescono ad andare oltre, ma con l’handicap tipico di una scienza completamente depurata dal conflitto di classe e dallo scontro imperialistico, cioè i due elementi essenziali della contraddizione capitalista. Da questo punto di vista risulta difficile comprendere sia la radice reale del problema sia il modo per uscirne; così la parola d’ordine dell’uscita dall’euro non è nient’altro che il frutto di una scienza, l’economia borghese, che capovolge la realtà, ponendo i rapporti sociali di produzione alla fine piuttosto che all’inizio.

Sul debito pubblico

Persino riguardo ad una analisi di tipo superficiale gli economisti riescono a stravolgere i fatti. Come noto, il debito delle amministrazioni pubbliche non ha senso alcuno se considerato in livello assoluto; viceversa, l’unica analisi meritevole è quella che lo pone in relazione con altre grandezze. Così, il debito può essere considerato relativamente al prodotto interno lordo. In altre parole, il debito pubblico si trova al numeratore e il PIL al denominatore del rapporto. L’analisi superficiale analizza questo rapporto e gli economisti enfatizzano il suo ruolo cercando invano delle soglie che possano costituire un valore di riferimento per una disciplina di bilancio. Dapprima, si è individuato nel 60% (valore medio del debito tra i paesi membri pronti a costituire l’Unione Europea), ora i calcoli palesemente sbagliati di due illustri economisti di fama mondiale, smascherati sul pubblico ludibrio, hanno empiricamente stimato, si fa per dire, nel 90% una soglia di allarmismo (la nuova media del debito nei paesi membri).

L’analisi andrebbe condotta separando inizialmente numeratore e denominatore, per poi unificarli nelle loro interdipendenze.

1. Innanzitutto, la crescita del debito pubblico è già definita in malo modo. L’accumulazione del debito pubblico è sempre, con entità differenti, il risultato di un crescente accumulo di disavanzi di bilancio delle amministrazioni. Il disavanzo è una grandezza di flusso e corrisponde alla differenza tra le entrate totali e le uscite totali dell’amministrazione in un anno, ossia alla differenza tra imposte, tasse e contributi da un lato e spesa pubblica dall’altro. Il debito è una grandezza stock, che rappresenta l’accumulazione composta dei disavanzi nel tempo. Dal punto di vista più immediato, i disavanzi delle amministrazioni pubbliche si sono, soprattutto nei paesi che oggi mostrano un alto debito pubblico, intensificati negli anni settanta, quando, all’incremento della spesa sociale non seguì l’incremento delle imposte, eventualmente progressive, sul reddito o sul patrimonio. Si pretendeva, così, una spesa sociale nordica e, al tempo stesso, una pressione fiscale statunitense. In altri termini, la borghesia non pagò le imposte per finanziare sanità, pensioni e istruzione; piuttosto, la borghesia preferì acquistare titoli pubblici, cioè prestò alla classe lavoratrice il salario sociale e differito. Le conquiste salariali sono nella teoria comunista vittorie transitorie ed effimere perché la classe borghese si riprende il tutto non appena ripristina la propria egemonia. Così è stato, il conto è arrivato, e la fattura è pure salata perché composta di interessi elevati come si conviene a chi si indebita troppo. Quello che nella teoria borghese è l’accumulazione di debito pubblico è in realtà un debito privato della classe borghese e un credito pubblico della classe lavoratrice. Tale fenomeno è empiricamente inconfutabile e indiscutibile, oltre che significativo in termini quantitativi per paesi come l’Italia e la Grecia. I dati sono trasparenti e di larga diffusione.

2. Esiste poi il denominatore, cioè il prodotto interno lordo. Chiunque comprende la necessità che la politica economica debba essere anticiclica. Si tratta, cioè, del fatto che la politica economica dovrebbe essere espansiva in fase di recessione e restrittiva in fase di inflazione. E’ chiaro che se si riduce la spesa pubblica in fase di recessione si contribuisce a ridurre ulteriormente la domanda; al tempo stesso, aumentando la spesa pubblica in disavanzo in fase di inflazione si innesca una spirale pericolosa. Ebbene, il buon senso è esattamente l’opposto di quanto gli economisti stanno giustificando nella politica economica europea, sostenendo l’austerità di fronte alla crisi e contribuendo a peggiorare continuamente la crescita del prodotto reale. Ora se il PIL scende più di quanto si riduce il disavanzo, il rapporto tra debito pubblico e PIL sale e non scende. Questo è il cosiddetto circolo vizioso dell’austerità prociclica. La Grecia, con l’austerità fiscale, anziché ridurre il debito lo ha aumentato; nonostante le ripetute manovre lacrime e sangue, in Italia lo scienziato dell’economia Monti ha dovuto costantemente rivedere al ribasso le previsioni della crescita del PIL, e il rapporto debito/PIL è aumentato anziché diminuire. Ovviamente, ci sono ragioni legate all’imperialismo dominante di stampo renano per cui ciò viene imposto; resta, tuttavia, il fatto che esistono illustri economisti, la cosiddetta scuola bocconiana, che è persino candidata al premio Nobel per aver scoperto l’esistenza di una austerità espansiva. Inutile sottolineare che i loro risultati non tenevano conto di innumerevoli variabili di controllo nei modelli econometrici, tanto che uno di questi scienziati (Perotti) ha fatto mea culpa in prima pagina il 15 giugno 2013 sul Sole 24 Ore.

Il rapporto tra debito e PIL va analizzato nella sua interdipendenza. In particolare, occorre sottolineare che tale rapporto sale solo se la crescita del numeratore –il debito- è maggiore della crescita del denominatore –il PIL. La crescita del debito dipende dal suo costo medio, ossia dal tasso d’interesse nominale medio, e dal disavanzo primario, cioè dalla differenza tra la spesa pubblica primaria, cioè al netto della spesa per interessi sul debito, e le entrate totali. In Italia, ad esempio, nonostante l’accumulo di avanzi primari, il debito sale perché cresce relativamente il costo medio per interessi sui titoli pubblici. La crescita nominale del PIL è profondamente condizionata, a sua volta, dall’austerità fiscale. Dunque, il numeratore del debito è fortemente allentato dalla politica monetaria non sufficientemente in grado di contrarre gli interessi nominali sul debito; il denominatore è fortemente contratto dalla politica fiscale non sufficientemente in grado di allentare le risorse per la crescita nominale del PIL. Perché allora la politica fiscale non è anticiclica? e perché mai la politica monetaria non impone un tasso d’interesse nominale più basso del tasso di crescita del PIL nominale in modo da far diminuire il rapporto debito/PIL?

La politica monetaria

Siamo giunti così all’elogio della pazzia della politica economica della zona euro. Innanzitutto v’è la politica monetaria della BCE, del sistema europeo delle banche centrali (degli stati membri dell’Unione, SEBC) e dell’Eurosistema (le banche centrali della zona euro); poi la sciagurata politica fiscale dell’austerità. L’obiettivo della politica monetaria è quello della stabilità dei prezzi, ossia mantenere l’inflazione al di sotto ma vicino all’obiettivo del 2%; solamente fatto salvo questo obiettivo la BCE deve mirare anche agli obiettivi della crescita economica equilibrata e dell’occupazione. In questa gerarchia di obiettivi ben rigida e definita (sia nell’art. 2 dello Statuto del SEBC –Statuto- che nell’art. 127 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea –Trattato-) la BCE non è in gran compagnia; per esempio, gli obiettivi congiunti della Federal Reserve sono tre, e affianco della stabilità dei prezzi c’è anche il livello del tasso d’interesse nominale di lungo termine, e il livello dell’occupazione. Per raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi, la BCE, diversamente dalle banche centrali che si sono dotate di regole automatiche di risposta dell’interesse nominale all’inflazione (c.d. inflation targeting), ha un approccio discrezionale fondato su due pilastri: da un lato l’analisi economica (nel gergo volgare, pilastro neokeynesiano) che nel breve termine analizza l’andamento delle variabili economiche e l’influenza di queste sulla stabilità dei prezzi; dall’altro l’analisi monetaria (pilastro monetarista) che consiste nel mantenere nel lungo termine la crescita dell’aggregato monetario in linea con la c.d. teoria quantitativa della moneta (c.d. monetary targeting).

La teoria quantitativa della moneta interpreta l’identità dello scambio (vale a dire l’identità tra il reddito nominale, ossia il prodotto tra livello generale dei prezzi e reddito reale, e la quantità di moneta moltiplicata per la velocità della sua circolazione, ossia il numero di volte, o come direbbe Marx il numero di giri, in cui viene utilizzata) nel senso che nel lungo periodo l’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario, per cui controllando l’offerta di moneta si contribuisce a raggiungere la stabilità dei prezzi. Per l’economia critica la legge di validità generale del processo di circolazione funziona al contrario della teoria quantitativa della moneta perché procede innanzitutto dal valore complessivo delle merci alla massa del denaro; al contrario, per gli economisti procede esclusivamente dalla moneta ai prezzi e al reddito. Del resto non potrebbe essere diversamente: tutta l’economia volgare è un cumulo di forma monetaria che serve a nascondere la realtà dei rapporti sociali. Insomma, la teoria economica borghese cammina con la testa per terra e i piedi per aria.

Accade così che, aldilà dell’ideologia, nella pratica il valore di riferimento di crescita dell’aggregato monetario (4,5%) è stato talmente ignorato che persino il Consiglio Direttivo della BCE ha dovuto riconoscere, di fatto, l’irrilevanza del pilastro monetario. Ad oggi, la BCE ha accresciuto l’aggregato monetario per oltre il 7% prima della crisi, e per meno dell’1,5% durante la crisi: praticamente una politica monetaria decisamente pro ciclica. Inoltre, la crescita dell’aggregato monetario risulta totalmente disomogenea tra i paesi membri, molto più elevata per i paesi nordici e molto più bassa della media per i paesi mediterranei, colpiti da un razionamento del credito nefasto in tempi di crisi. Vi sono 17 politiche monetarie all’interno della moneta unica; e vi sono 17 tassi d’inflazione molto differenti tra loro all’interno dell’obiettivo della stabilità dei prezzi. Sembra paradossale, ma non è così.

Per garantire la stabilità dei prezzi dalla pressione politica l’art. 7 dello Statuto e l’art 130 del Trattato stabiliscono l’indipendenza della BCE dalle istituzioni governative; Montesquieu dovrebbe riscrivere l’Esprit des Lois e accanto alla divisione tradizionale dei poteri dovrebbe aggiungere un quarto potere, indipendente dagli altri ma anche dalla sovranità popolare, vale a dire il potere monetario dei presunti tecnici della BCE. A sua volta, per garantire l’indipendenza della BCE l’art. 21 dello Statuto e l’art 123 del Trattato stabiliscono il divieto di acquisto diretto nel mercato primario, cioè in asta, dei titoli pubblici. La BCE non può, pertanto, in alcun modo facilitare il finanziamento delle amministrazioni pubbliche attraverso un intervento sul costo del debito che si determina nel mercato primario. Qui siamo al capolavoro dell’ideologia borghese dominante in Europa, frutto al tempo stesso di schizofrenia cinicamente al servizio del capitale imperialista dei paesi creditori, nonché di tautologici modelli matematici privi di ogni forma di rappresentazione della realtà sociale di classe. Inutile osservare che qui la BCE è totalmente isolata; la Federal Reserve e la Bank of England, ad esempio, non sono indipendenti e, con i programmi del c.d. quantitative easing (QE), stanno acquistando titoli di stato a lungo termine -al ritmo di 85 mld di dollari al mese previste solo nel terzo piano di QE predisposto negli Stati Uniti-.

Nonostante lo sforzo con cui alcuni nostrani ordoliberali (vedi scheda di approfondimento: l’ideologia dell’economia sociale di mercato), di fede einaudiana ma di animo craxiano prima e berlusconiano poi, si ostinino ad affermare il contrario, il divieto di finanziamento pubblico da parte della BCE è quasi un dogma indiscusso nell’economia sociale di mercato. Di qui, la questione posta innanzi alla Suprema Corte tedesca che deve giudicare sui nuovi strumenti d’intervento non convenzionali introdotti da Draghi. Infatti, di fronte al divieto statutario e all’impellenza della crisi del debito sovrano, Draghi ha introdotto gli OMT, outright monetary transactions in inglese, operazioni definitive di mercato in italiano. Si tratta della possibilità di acquisto sul mercato secondario da parte della BCE di titoli pubblici degli stati, in difficoltà nell’accesso al mercato finanziario, che ne facciano richiesta, in cambio di una stretta condizionalità, cioè dell’impegno a rispettare i programmi di aggiustamento macroeconomico con il monitoraggio, stavolta della troika al completo, cioè del FMI accanto alla Commissione e alla BCE. Ora si vorrebbe persino far passare come aiuto finanziario un prestito subordinato all’ennesimo e più intenso inasprimento delle politiche di austerità. Il cosiddetto scudo antispread nasce talmente male che sia l’Italia che la Spagna si sono ben guardate dal richiederlo, solo al terrore di pensare a quello che gli aspetterebbe.

Molti economisti hanno lodato la geniale mossa di Draghi, stretto tra l’intransigenza della Bundesbank e le necessità degli stati membri della periferia. Tuttavia, ciò non si differenzia molto da quanto, nell’agosto 2011, Draghi, allora governatore di Bankitalia, e Trichet, allora presidente della BCE, fecero per l’Italia; procedettero all’acquisto di titoli pubblici, nell’ambito del programma convenzionale e legittimo, ma transitorio e limitato, SMP, Security Market Program, di acquisto sul mercato secondario, solo dopo l’impegno a rispettare un programma economico trasmesso attraverso una lettera sul Corriere della Sera. Lo scudo antispread significa rendere legale ciò che venne fatto allora in modo illegale. Non solo il quarto potere monetario è presupposto come indipendente, ma ora è anche posto al di sopra del potere esecutivo: siamo al culmine della rimozione della formale sovranità popolare.

Gli OMT sono, inoltre, strumenti assolutamente spuntati e la loro efficacia è per ora dovuta al classico detto per cui la minaccia è più forte dell’esecuzione. Prima o poi la speculazione si accorgerà che l’arma segreta non esiste e ricomincerà a vendere allo scoperto i titoli di stato italiani e spagnoli come prima più di prima. Primo, la liquidità monetaria immessa deve essere sterilizzata, per cui non si tratta di interventi anticiclici duraturi; secondo, l’intervento avviene sul mercato secondario, mentre in asta può intervenire solo l’ESM, European Stability Mechanism, cioè il fondo salvastati creato con una capacità di intervento prefissata e limitata; terzo, l’ESM non ha licenza bancaria per cui non può finanziarsi presso la BCE, ma solo sul mercato; quarto, il finanziamento dell’ESM, a differenza del precedente EFSF, non aumenta il debito degli stati membri, ma contribuisce ad aumentare il proprio rischio di credito e ad abbassare il rating dell’ESM stesso, infatti già declassato; quinto, nell’acquisto di titoli attraverso l’OMT, la BCE, pur non essendo creditore privilegiato, potrà acquistare solo le scadenze brevi fino a tre anni, quindi senza impatto alcuno sui nuovi titoli a lungo termine o su quelli con vita residua oltre i tre anni, ossia proprio quelli che hanno contribuito ad innalzare il costo medio del debito; sesto, la condizionalità prevede forme estreme di austerità che non potranno che essere ulteriormente recessive per gli stati che vi faranno ricorso; settimo, non è stato previsto, come paventato inizialmente, un tetto massimo ai rendimenti, ovvero un pavimento minimo ai prezzi dei titoli, la qual cosa, al contrario, avrebbe permesso di instaurare una politica monetaria fortemente vigile nel controllo del costo del debito. Il 25 luglio 2012 Draghi ci ha messo la faccia; presto la perderà di nuovo!

La questione del finanziamento dei titoli pubblici da parte della BCE riporta la memoria al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981. Prima del divorzio gli interventi di Bankitalia servivano a mantenere il tasso d’interesse ad un livello stabilito, compatibile con l’esigenza del Tesoro di finanziarsi relativamente a buon mercato; per cui se in asta il mercato non voleva i titoli al tasso stabilito la banca centrale li acquistava, immettendo moneta fresca nel sistema. L’entrata nello SME, avvenuta due anni prima, imponeva la difesa del tasso di cambio; il divorzio era allora una conseguenza necessaria. Il tasso d’interesse reale medio passerà da valori negativi del -10% a valori positivi del 5% già nel 1983, per poi arrivare all’8% negli anni novanta. La spesa per interessi decollerà passando dal 6% del PIL nel 1981 al 12% nel 1993. In sintesi, negli anni settanta la crescita del Pil, il denominatore, è stata attorno al 3,8%, ben superiore al costo reale del debito che era negativo, il numeratore: pertanto, il debito pubblico cresceva moderatamente ed esclusivamente in virtù dei lievi disavanzi primari. Con il divorzio la situazione si capovolge: dal 1981 al 2010 il tasso d’interesse in media sul debito italiano è stato pari all’8,5%, di fronte a un tasso di crescita del PIL del 7%; il disavanzo pubblico esplode e il debito comincia la sua progressiva crescita.

Siamo giunti al termine dell’analisi dialettica della interdipendenza necessaria tra debito e prodotto. La causa reale della crescita del debito pubblico risiede allora nella politica monetaria indipendente dalla democrazia formalmente libera e dipendente dal vincolo reale del capitale, prima con il divorzio tra Tesoro e Bankitalia, poi nel divieto imposto alla BCE di funzionare come prestatore di ultima istanza. La condicio sine qua non per arrestare la corsa del debito è fare in modo che la sovranità monetaria torni al governo formalmente democratico e sostanzialmente federale dell’Unione piuttosto che alla BCE. Ciò dimostra che un’analisi attenta del debito non può accettare le versioni patetiche che attribuiscono alla corruzione degli anni ottanta la spirale del debito pubblico. Ci dispiace per i grillini, ma Craxi con il debito pubblico non c’entra niente in quanto ladro di tangenti e brigante alla Ghino di Tacco; c’entra, sicuramente, in quanto politicamente al centro di un autentico colpo di stato, per mezzo del Sistema Monetario Europeo prima, del divorzio monetario poi.

La politica fiscale

Se la politica monetaria fallisce nel mantenere basso il costo del debito, la politica fiscale rappresenta un ostacolo alla ripresa dell’economia.

Nel 2009 esplode la crisi della finanza pubblica in Grecia. La reazione europea è stata quella di ripristinare l’austerità nella forma più dura, come non lo fu neanche la prima versione del Patto di Stabilità. Innanzitutto, v’è stata la riforma del semestre europeo. Con questa fu anticipata al primo semestre dell’anno la sessione relativa al programma di stabilità e crescita, in modo da concordare in sede europea le manovre finanziarie di stabilità ed evitare casi macroscopici di non adeguamento alle procedure di disavanzo eccessivo, come quello greco.

Il six pack

La riforma principale è quella approvata tra nel novembre 2011, conosciuta sotto il nome del six pack, in quanto composta di sei provvedimenti legislativi. Con questa, l’austerità della politica di bilancio ha definitivamente preso il sopravvento nel senso che non c’è mai fine al peggio. Si tratta di cinque regolamenti del Consiglio e una direttiva.

Si è voluto così imporre una maggiore garanzia al rispetto delle regole del Patto di Stabilità, e introdurre una nuova procedura riguardante gli squilibri macroeconomici da affiancare agli squilibri di bilancio già vigilati nel Patto di Stabilità: agli occhi delle istituzioni politiche europee, questi nuovi vincoli dovrebbero essere potenti e adeguati; tanto che ci si riferisce a questi con il nome buffonesco di six pack, che in slang americano vuol dire avere un fisico con gli addominali scolpiti a forma di tartaruga; purtroppo è la crescita economica europea che ha fatto la fine della tartaruga.

Così, nel six pack, il Patto di Stabilità cambia per la terza volta nel c.d. Patto di stabilità e crescita rivisto.

  1. La direttiva 2011/85/UE definisce i nuovi requisiti da rispettare per le proiezioni e le stime, rese indipendenti dalle autorità governative, nei quadri di bilancio degli Stati membri, al fine di evitare casi come la Grecia.

  2. Il regolamento 1175/2011 integra la sorveglianza di bilancio e il ciclo di coordinamento nell’ambito del Semestre Europeo. In particolare, viene imposto un percorso più rapido di avvicinamento all’obiettivo di medio termine (MTO) per gli stati membri con un livello di indebitamento superiore al 60% del PIL, i quali dovranno mostrare un miglioramento annuo del saldo strutturale di bilancio superiore allo 0,5% del PIL; soprattutto, si introduce la c.d. regola della spesa, secondo la quale per gli stati che sono in linea con il MTO la crescita annua della spesa pubblica aggregata non deve superare il tasso di crescita del PIL potenziale, mentre gli stati membri non in linea devono mostrare un tasso di crescita inferiore.

  3. Il regolamento 1177/2011 modifica la procedura per disavanzi eccessivi introducendo per la prima volta un riferimento numerico alla riduzione del debito pubblico. In altre parole, l’attuazione della procedura per disavanzi eccessivi deve tener conto del criterio del debito, secondo il quale il ritmo di riduzione del debito pubblico si considera adeguato se il differenziale rispetto al 60% sul PIL diminuisce nel triennio in media di un ventesimo all’anno.

  4. Si aggiunge al Patto di Stabilità il regolamento 1173/2011, che stabilisce un sistema di sanzioni volto a migliorare, si fa per dire, sia il braccio preventivo che il braccio correttivo. Le sanzioni nel quadro del braccio preventivo consistono in depositi fruttiferi, quelle relative al braccio correttivo in depositi infruttiferi, entrambe pari allo 0,2% del PIL dell’anno precedente. La trasformazione di depositi fruttiferi in infruttiferi, così come la trasformazione di depositi infruttiferi in ammenda, nel caso non siano prese misure efficaci, avviene, per la prima volta, attraverso il meccanismo del c.d. reverse voting; con questo le sanzioni deliberate dalla Commissione si considerano automaticamente valide a meno che a maggioranza qualificata il Consiglio non decida diversamente. Si accresce notevolmente il ruolo della Commissione a scapito del Consiglio; sanzioni e vincoli divengono semi-automatici.

  5. In aggiunta, il regolamento 1176/2011 introduce la sorveglianza macroeconomica, che si affianca a quella di bilancio. Si tratta di una novità assoluta nell’Unione. Si distingue, innanzitutto, tra squilibri macroeconomici e squilibri macroeconomici eccessivi (più gravi); successivamente tra squilibri interni -fanno riferimento all’evoluzione dei mercati finanziari, al settore mobiliare e immobiliare, al flusso dei prestiti e anche all’evoluzione della disoccupazione- e squilibri esterni –partite correnti nella bilancia dei pagamenti, tassi di cambio effettivi reali, competitività legata a costi e prezzi, produttività-. La procedura per squilibri macroeconomici si avvale di un suo proprio meccanismo di allerta che si basa su un quadro di valutazione composto da un numero limitato di indicatori economici, finanziari e strutturali con soglie corrispondenti. In particolare, il saldo delle partite correnti non può essere in attivo oltre il 6% o in passivo oltre il -4%; la posizione netta con l’estero degli investimenti non oltre la soglia del -35% sul PIL; il tasso di crescita del costo del lavoro in termini nominali non può superare il 9% in tre anni; il tasso di cambio reale effettivo non può apprezzarsi o deprezzarsi più del 5%; il debito del settore privato non può eccedere il 160% del PIL; i prezzi delle case non possono crescere annualmente più del 6%; la media in tre anni del tasso di disoccupazione sotto il 10%; una soglia pari al 16,5% per le passività del settore finanziario e per il 15% del PIL per il flusso di crediti al settore privato. Tali indicatori non dovrebbero essere intesi come obiettivi per la politica economica, ma come strumenti per tenere conto del carattere evolutivo degli squilibri macroeconomici. Se sono individuati squilibri macroeconomici la risposta dello stato membro interessato dovrebbe essere tempestiva riguardo alla flessibilità dei salari, del mercato del lavoro, e alla liberalizzazione dei servizi e del mercato dei beni.

  6. Il regolamento 1174/2011 prevede le conseguenti misure esecutive per la correzione degli squilibri macroeconomici eccessivi, ossia del sistema di sanzioni composto di depositi fruttiferi e ammende pari allo 0,1% del PIL. La presenza di indicatori che riflettono squilibri macroeconomici è indubbiamente un passo in avanti per cercare di migliorare la diagnosi; viceversa, l’imposizione di politiche ispirate alla flessibilità e alla liberalizzazione rappresentano una cura peggiore della malattia. Inoltre i numeri sono per lo più privi di senso, in alcuni casi controproducenti come l’asimmetria posta sul disavanzo commerciale, ovvero il tetto alla crescita del costo del lavoro.

Il Fiscal Compact

In seguito, l’acuirsi della crisi del debito pubblico ha costretto Francia e Germania ad accelerare e vincolare ulteriormente la riforma. Il six pack non era più sufficiente; la cancelliera tedesca Merkel cominciò allora a spingere per una riforma complessiva della politica economica europea che offrisse ai mercati la certezza di una disciplina ferrea di bilancio, sul piano costituzionale, la quale consentisse di ridurre in modo drastico il debito pubblico. Per fare questo serviva però, anche simbolicamente, un nuovo Trattato.

Il 2 marzo 2012 viene approvato il Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance nell’Unione Economica e Monetaria, il c.d. Fiscal Compact. Si tratta, come già detto, di un trattato internazionale, come tale al di fuori del diritto dell’Unione Europea. Vale, pertanto, il rigido principio internazionale del pacta sunt servanda. Così, le norme presenti nel Fiscal Compact possono essere modificate solo col consenso di tutti gli stati contraenti, a differenza della legislazione europea, come il six pack, che può essere modificato a maggioranza. Esiste, implicitamente, un diritto di veto per la modifica del Fiscal Compact. Del resto, questo è proprio il messaggio che si voleva inviare. Non è, però, affatto semplice l’integrazione del Fiscal Compact con il diritto dell’Unione. Nell’art. 2 è previsto che le parti contraenti applicano il Fiscal Compact conformemente ai trattati su cui si fonda l’Unione; a sua volta, il Fiscal Compact si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione e non pregiudica la competenza dell’Unione in materia di unione economica. In questo modo, sembra che il Fiscal Compact non dovrebbe dare luogo a contenziosi, ma c’è da giurare che non sarà così.

Il Fiscal Compact è finalizzato a rafforzare il pilastro economico dell’unione economica e monetaria e si compone di tre parti: stabilità, coordinamento, governance. La parte della stabilità è largamente confermativa del six pack, che però assume vincoli stringenti. Inoltre, si approfondisce il tema dell’obiettivo a medio termine (MTO), che viene ripristinato in una forma molto meno flessibile. Il limite inferiore del MTO viene stabilito al -0,5%, saldo strutturale del disavanzo in rapporto sul PIL, e solamente qualora il rapporto tra debito e PIL sia inferiore alla soglia del 60% allora può arrivare all’1%. Tale budget rule dovrà essere recepita a livello nazionale tramite disposizioni di natura preferibilmente costituzionale. Anche in Italia, è così seguita la modifica costituzionale per introdurre il pareggio di bilancio strutturale. L’art. 4 ribadisce quanto già predisposto nel six pack, ossia la riduzione del debito pubblico sul PIL ad un ritmo di un ventesimo all’anno nel corso del triennio. Tuttavia, stavolta, non sono previsti fattori rilevanti e significativi, come il livello del debito privato, di cui tener conto per l’avvio della procedura di disavanzo eccessivo; una spina in più per l’Italia. L’art. 8 prevede la sanzione equivalente a una somma forfettaria non superiore allo 0,1% del PIL. L’art. 7 prevede il meccanismo del reverse voting, e quindi con raccomandazioni e sanzioni della Commissione semi-automatiche, per la valutazione della violazione del criterio del disavanzo nel quadro della procedura per i disavanzi eccessivi.

La parte del coordinamento, finalizzata a favorire la crescita economica mediante la convergenza e la competitività, non prevede sostanzialmente nulla. Di lì a poco (29 giugno 2012), verrà anche approvato il c.d. Growth Compact, Patto per la Crescita e l’Occupazione, contenente spiccioli per l’occupazione (meno dell’1 per cento del reddito lordo dell’Unione), ma prepotentemente voluto dal presidente francese Hollande. Anche il socialista Jospin si ostinò ad aggiungere il termine Crescita nell’allora Patto di Stabilità, e venne accontentato sulla forma, ma senza alcun risultato sui contenuti. Le vittorie di Pirro dei socialisti francesi hanno il sapore tragico di una crescente subordinazione della socialdemocrazia all’impianto liberale. La parte della governance alimenta la confusione. Si istituisce il Vertice Euro, Euro Summit, costituito dai capi di Stato e di governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro, con un Presidente nominato a maggioranza semplice. Si crea, dunque, una struttura duale: all’interno dell’Unione c’è l’Eurogruppo con il Presidente dell’Eurogruppo; fuori dall’Unione c’è il Vertice Euro con il suo Presidente. Si replica quanto sussisteva prima di Lisbona con la presenza congiunta del Consiglio dell’Unione, dentro, e il Consiglio Europeo, fuori.

E non finisce qui. Successivamente alla crisi che ha ulteriormente investito la Grecia, nonché la Spagna e Cipro, si è ulteriormente resa necessaria una riforma in virtù dell’assistenza finanziaria garantita dai fondi c.d. salva-stati, EFSF prima e ESM poi. Difatti, ciò ha obbligato a revisionare gli accordi del six pack, in particolar modo per gli stati membri che richiedono assistenza ai fondi salva-stati. La costituzione dell’ESM, attraverso un accordo giuridico internazionale, ha già previsto un duplice livello di assistenza finanziaria: un semplice sostegno precauzionale e un sostegno condizionato a un memorandum d’intesa, poi divenuto Programma di Aggiustamento Macroeconomico –PAM- (previsto anche nel caso di ricorso al programma OMT da parte della BCE).

Il Two Pack

Il 21 maggio 2013 sono stati approvati dal Consiglio altri due regolamenti, ormai conosciuti come two pack.

  1. Il regolamento 472/2013 riguarda il rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli stati membri della zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria. La sorveglianza più vigorosa riguarda gli stati che ricorrono all’assistenza finanziaria, precauzionale o condizionata al PAM; questa prevede un accesso più ampio alle informazioni necessarie per monitorare in modo ravvicinato la situazione economica, anche attraverso missioni di verifica da parte della Commissione d’intesa con la BCE, le Autorità Europee di Vigilanza (Autorità Bancaria Europea, Autorità Europea delle Assicurazioni e Pensioni, l’Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati, più il CERS, Comitato Europeo per il Rischio Sistemico), e se del caso del FMI (ossia la troika al completo), ovvero assistenza tecnica con la nomina di un rappresentante in loco. Si prevede che il PAM sia approvato dal Consiglio a maggioranza qualificata, il quale garantisce che il memorandum d’intesa firmato dalla Commissione per conto dell’ESM sia pienamente conforme al PAM. Il PAM sostituisce sia il Patto di Stabilità, sia la Procedura di Squilibrio Macroeconomico, sia il Semestre Europeo, per i paesi con difficoltà finanziarie; tali paesi saranno soggetti solo al PAM.

  2. Il regolamento 473/2013 riguarda, invece, il monitoraggio e la valutazione dei documenti programmatici di bilancio per la correzione dei disavanzi eccessivi negli stati membri della zona euro. Viene istituito un calendario annuale di bilancio, che si va a integrare al semestre europeo nell’ambito del ciclo annuale della sorveglianza di bilancio e degli squilibri macroeconomici. Come noto, il semestre europeo si apre con l’Annual Growth Survey di gennaio, passa per la presentazione dei documenti di economia e finanza entro il mese di aprile e si chiude nel mese di giugno; ora il two pack istituisce la scadenza del 15 ottobre per la presentazione delle leggi di bilancio e di stabilità alla Commissione; dopo le raccomandazioni della Commissione, il calendario di bilancio si chiude entro il 31 dicembre con l’approvazione dei programmi di stabilità. Si prevede, in secondo luogo, che i documenti programmatici e di bilancio siano redatti con l’approvazione delle proiezioni da parte di enti e organi istituzionali indipendenti rispetto alle autorità governative. Infine, per i paesi membri sottoposti a procedura di disavanzo eccessiva si prevede che debbano presentare un programma di partenariato economico che illustri nel dettaglio le misure strategiche e le riforme strutturali necessarie per assicurare una correzione effettivamente duratura del disavanzo eccessivo.

Alcune proposte

Per concludere, nell’Unione c’è bisogno di una rivoluzione duplice della politica economica: la politica monetaria deve riprendere la sua funzione di prestatrice di ultima istanza e di controllo vigile del costo relativo del debito; la politica fiscale deve diventare pienamente federale, attraverso un governo europeo federale responsabile di fronte a un parlamento europeo composto di due camere, una a rappresentanza federale, l’altra degli stati membri. Occorre quindi che il debito pubblico europeo sia reso federale e gestito congiuntamente dal Tesoro federale e dalla BCE; occorre ampliare l’ambito delle politiche di competenza esclusiva dell’Unione federale, includendo sicuramente il salario sociale, il lavoro e il fisco, i quali dovranno, conseguentemente, essere armonizzati tra i paesi membri.

A livello comparativo, nel 2011 la spesa pubblica in Italia era pari al 49,9% contro il 49,1% della media UE. Inoltre, la spesa pubblica procapite è pari a 13.097 euro, inferiore persino ai 14.567 della Germania. Tuttavia, la spesa pubblica primaria, cioè al netto degli interessi, era pari al 45,1%, inferiore al 46,2% della media UE. Ciò vuol dire che in Italia la spesa per interessi è sensibilmente superiore alla media UE e rappresenta l’ostacolo principale, dopo quello dei vincoli di austerità, alla ripresa degli investimenti pubblici per la crescita. Nel 2013 gli interessi sono pari al 5,3% del PIL, vicino alla soglia dei 90 miliardi di euro. Si tratta di una gigantesca redistribuzione al contrario effettuata dallo stato, dalla classe lavoratrice, che costituisce l’80%dell’imposta personale, alla classe dei capitalisti monetari. Non è possibile concepire una politica economica alternativa senza stravolgere questo esproprio di classe.

L’errore principale dei keynesiani di sinistra consiste nel voler banalmente stabilizzare il debito pubblico, che non è visto affatto come un problema. Ciò nonostante, l’audacia e il coraggio degli economisti oltre l’austerity non basta se non si affronta direttamente la questione del debito pubblico. Per la verità, il debito pubblico non costituirebbe un problema rilevante se la banca centrale facesse il suo mestiere; ma dal punto di vista della distribuzione antagonista rappresenta comunque una forma di esproprio borghese; pertanto la sinistra di classe non può non porsi l’obiettivo di risolvere definitivamente in modo prevalente la questione del debito pubblico. Di conseguenza si deve necessariamente procedere all’annullamento del debito pubblico nei confronti delle banche e alla trasformazione in proprietà pubblica delle banche stesse, a cominciare dalla banca centrale. Da un lato, ciò consente vere politiche anticicliche rimuovendo la necessità dell’avanzo primario. Dall’altro, come dice Chesnais, l’annullamento del debito è la molla per la proprietà pubblica delle banche; per trasformare, cioè, il credito in bene comune, fuori, quindi, dalla logica del profitto sul margine d’interesse e sul margine netto d’intermediazione. Le banche sono state al centro della crisi e rappresentano un facile bersaglio anche per una coscienza di classe impreparata. Si rilegga a proposito il Lenin della Catastrofe imminente.

La questione del debito deve essere risolta sia dal lato della spesa che dal lato delle entrate. Sul piano delle entrate, è necessario rivoluzionare la politica fiscale, non solo introducendo un’imposta sul patrimonio mobiliare e immobiliare, ma anche ripristinando la nominatività dei titoli pubblici, abolita dal regime fascista. Si tratta di introdurre la dichiarazione in IRPEF dei redditi da capitale, interessi e dividendi. Pertanto, i risparmiatori privati non sarebbero più soggetti all’aliquota del 12,5%, ma all’aliquota marginale IRPEF. Se attualmente il costo netto (ossia considerando l’introito fiscale) del debito è pari al 4,5%, ciò potrebbe comportare una riduzione di un terzo del costo del debito detenuto dai risparmiatori privati italiani.

Dal lato della spesa, si deve procedere alla ristrutturazione del debito in modo selettivo, cioè concentrata sulla quota detenuta dalle banche private, prima quelle italiane, poi eventualmente quelle straniere. Il debito pubblico è per circa il 40 per cento detenuto all’estero; mentre il 20% è detenuto dalle banche domestiche. La quota di debito di proprietà delle banche deve essere ristrutturata in un modo formalmente simile alla ristrutturazione del debito imposta alla Grecia, ma sostanzialmente opposto. In quel caso, il taglio del valore del debito, per circa il 53,5%, ha comportato una perdita rilevante nei bilanci delle banche private greche che non si erano coperte con strumenti come i CDS. E’ stata prevista, pertanto, la nazionalizzazione delle banche greche; la necessaria ricapitalizzazione delle banche private da parte del Tesoro greco deve avvenire attraverso le tranche di prestiti del fondo salva-stati, strettamente condizionate alle politiche di austerità. Una volta ristabilita la patrimonializzazione e la normale attività di erogazione del credito, si rimetteranno le banche sul mercato, secondo il più classico principio capitalista di socializzare le perdite per poi privatizzare i profitti.

In Italia, il taglio del debito delle banche private dovrebbe implicare immediatamente e definitivamente la requisizione di azioni delle banche da parte del Tesoro; a differenza dei Monti-bond per il Monte Paschi, da un lato il finanziamento non dovrebbe avvenire sul mercato ma attraverso il credito ottenuto dalla banca centrale (sarebbe fondamentale dotare la Cassa Depositi e Prestiti della licenza bancaria presso la BCE, come avviene per la KFW tedesca e la CDC francese), dall’altro ciò dovrebbe implicare una immediata requisizione delle azioni. In definitiva, il costo per gli interessi si ridurrebbe sia per l’intervento potenziale della BCE sul mercato primario, sia per la riduzione del debito pubblico in mano alle banche. La riduzione del debito si scaricherebbe sugli azionisti privati delle banche; finalmente una redistribuzione di classe al contrario!

Prima della recessione del 2011, la spesa pubblica primaria in Italia era superiore di 1,1 punti percentuali di PIL rispetto alla Germania. Ciò non era dovuto alla spesa per istruzione, sanità e protezione sociale; al contrario, riguardava per 0,4 punti la spesa per la difesa, 0,3 punti la spesa per servizi generali ministeriali, altri 0,4 punti la spesa per ordine pubblico e sicurezza. Sia nella difesa che nell’ordine pubblico la differenza è interamente dovuta alla spesa per gli alti stipendi e l’alto numero di generali, forze militari e forze dell’ordine di alto grado. Inoltre, l’Italia è l’unico paese membro tra i grandi in cui la spesa per la difesa e per l’ordine pubblico è aumentata in percentuale del PIL nel decennio 2000-2010, anche prima della recessione. Dunque, lo spread reale tra Italia e Germania risiede nello stato burocratico, piuttosto che nello stato sociale. Si deve distinguere, infatti, tra la spesa pubblica dell’amministrazione e la spesa delle imprese pubbliche. La contabilità nazionale distingue in base al criterio di mercato, secondo cui vanno escluse dal conto consolidato delle amministrazioni pubbliche tutte le istituzioni nelle quali i costi sono inferiori al 50 per cento dei ricavi; nel socialismo occorre distinguere tra i servizi dell’amministrazione pubblica e la produzione di beni e servizi delle imprese pubbliche democratiche. La prima spesa resta improduttiva e burocratica, la seconda è produttiva e democratica.

La lotta contro la burocrazia è anche la lotta contro lo stato burocratico. La socialdemocrazia e il maostalinismo sono statalisti, i comunisti sono per l’autogestione dei produttori associati e della collettività. La socialdemocrazia si esalta nel vedere un ampio bilancio dello stato e un’ampia riscossione delle imposte. Per i comunisti la questione fiscale è subordinata alla questione della proprietà. I comunisti sanno che negli stati capitalisti il bilancio dello stato si ingrandisce di burocrati, apparati, eserciti e funzionari inutili. Già Lenin in Stato e Rivoluzione ammonì contro il parassitismo statale e identificò il socialismo come l’incipit dell’estinzione dello stato. Per i comunisti il bilancio dello stato, ma non quello delle imprese pubbliche, deve essere di una dimensione sempre più piccola, e con questo la pressione fiscale. La questione salariale e la questione della proprietà sono il vero campo dove si gioca la nuova forma distributiva.

Il Gramsci sconosciuto di Americanismo e Fordismo è ancora più incisivo. Gramsci giunge persino a contrapporre, parlando del burocratismo, l’americanismo all’europeismo; osservando come in Europa si pretenda un incremento della produttività sociale e assieme un esercito di parassiti della burocrazia, afferma che questa pretende di volere la botte piena e la moglie ubriaca. Gramsci contrappone anche le cospicue pensioni dei burocrati di stato alle esigue pensioni della classe lavoratrice in Italia. Essere comunisti significa lottare contro gli sprechi della burocrazia, contro le spese militari, e contro il sistema pensionistico, a tutto vantaggio di borghesi e burocrati. Il gap tra l’Italia e la Germania non è sulla spesa sanitaria, dove si spende meno, ma sulla spesa per ordine pubblico, difesa e sicurezza, dove si spende di più. Si spende di meno per le pensioni sociali, ma di più per le pensioni dei burocrati e alti amministratori pubblici. Il welfare state della socialdemocrazia ha il corrispettivo nel salario sociale per i comunisti. Se il primo è universalista, il secondo, in quanto salario, no. I comunisti non vogliono che la pressione fiscale sui lavoratori serva per garantire l’accessibilità dell’istruzione e della sanità alla borghesia, ovvero le cospicue pensioni e stipendi alla dirigenza e alla burocrazia. Il salario sociale è, al contrario, l’accessibilità garantita per la classe lavoratrice. Troppa confusione a sinistra su questo punto. Anche la lotta contro la burocrazia rappresenta un caposaldo della nuova politica economica europea di riduzione del debito pubblico.

Solo dopo di ciò, viene sicuramente la rivoluzione fiscale. Già Marx nel Manifesto aggiunge alla nazionalizzazione delle banche l’imposta progressiva sulla ricchezza. Tuttavia, la questione fiscale è subordinata alla questione del salario sociale, cioè beni comuni e bisogni accessibili. Rivoluzione fiscale significa: i) trasferimento di parte delle imposte dal reddito al patrimonio; ii) imposizione gravante su tutti i redditi di qualsiasi natura, nel senso quindi di eliminare ogni forma di imposizione sostitutiva, e di cumulare, pertanto, tutti i redditi di capitale e redditi fondiari nell’imposta personale; iii) all’interno dell’imposta personale sul reddito incrementare la progressività; iv) introdurre la progressività persino nelle imposte sulle società, ossia autonoma capacità patrimoniale e contributiva, rendere progressiva l’IRAP come la CET francese, e l’IRES stessa; iv) agevolare i lavoratori autonomi e le piccole imprese rispetto al grande capitale, anche attraverso l’IRAP ad aliquota zero. Rilevante è l’alleanza di tutto il lavoro, dipendente e artigiano, contro il capitale. Questa è la nuova alleanza del lavoro; la nuova alleanza popolare necessaria per la ricomposizione di un fronte unico europeo sociale e politico contro le politiche dell’austerità, e per la prospettiva internazionalista degli Stati Uniti Socialisti d’Europa!

Scheda di approfondimento 1: L’ideologia dell’economia sociale di mercato

Rimanendo nell’ambito della pura ideologia mistica degli economisti, è interessante collocare la teoria volgare presa a prestito per giustificare gli interessi del capitale dominante. Alcuni fanno riferimento al monetarismo di Friedman, ma lo è solo in parte. Innanzitutto, Friedman è un pasdaran delle regole nel dibattito regole vs discrezionalità, tanto da rifiutare categoricamente solo l’idea di una indipendenza della banca centrale dal potere politico –la moneta è una cosa troppo seria per essere lasciata ai tecnici delle banche centrali-; inoltre, la controrivoluzione monetaria, termine più appropriato di monetarismo, non è nient’altro che una riproposizione pragmatica e popperiana della teoria quantitativa della moneta dopo la critica keynesiana, per cui di fronte al razionamento del credito si suggerisce di rispondere subito con un ingente prestito alle banche, quasi come un elicottero che getta carta moneta ai privati, ma non ai governi –insomma si guarderebbe davvero al pilastro monetario-. La BCE non è monetarista molto più di quanto non lo sia la Federal Reserve che acquista titoli di stato. Non è corretto, ovviamente, neanche scomodare la scuola austriaca e Von Hayek, teorico del liberismo puro sino alla denazionalizzazione della moneta perché le banche private di emissione farebbero meglio delle banche sovrane in quanto pressate dalla concorrenza di conquistare la fiducia dei privati. Buon per lui che cancella l’esperienza di un secolo continuo di crisi monetarie (sino al 1907 con la creazione della Federal Reserve), non interessa più di tanto la sua perversione fondamentalista; ma allora qual è l’ideologia dominante nella zona euro?

L’ideologia dominante è quella tedesca dell’economia sociale di mercato, Soziale Marktwirtschaft in lingua tedesca, conosciuta tra gli economisti come Scuola di Friburgo, alle origini come ordoliberalismo. La scuola di Friburgo rappresenta l’apologia più estrema della concorrenza e della c.d. economia di mercato fortemente competitiva, come recita ripetutamente il Trattato sull’Unione Europea –TUE-. La concorrenza è considerata come lo strumento fondamentale per il raggiungimento del benessere collettivo, conseguentemente i monopoli, pubblici e privati, rappresentano il male assoluto. Il ruolo dello stato è quello dell’arbitro e della definizione chiara delle regole del gioco –il costituzionalismo economico di Einaudi coincide con l’ordoliberalismo di Ludwig Erhard-. L’obiettivo dell’intervento pubblico è quello di garantire al meglio lo sviluppo del mercato e della concorrenza; a sua volta, ciò avviene solo in un contesto di stabilità dei prezzi; a sua volta, ciò implica un triplice ruolo della politica: disciplina di bilancio, stabilità monetaria, libero scambio e tutela della concorrenza. Si tenga presente che queste sono le uniche competenze esclusive attribuite all’Unione Europea nell’art. 3 del TFUE. Ovviamente, non è un caso!

Inoltre, l’attributo sociale non deve confondere perché la scuola di Friburgo rifiuta ogni interferenza pubblica ingiustificata, in quanto il ruolo dello stato deve limitarsi alla funzione della sussidiarietà verticale e orizzontale. La prima, come già visto, afferma che il gradino istituzionale più alto interviene solo dove il gradino più basso è inefficiente; per questo all’Unione sono attribuite solo le competenze dello stato formalmente federale, arbitro della concorrenza e della stabilità dei prezzi. La seconda afferma che lo stato interviene a sussidiare i gradini più bassi delle autonomie sociali. Così dapprima viene la persona umana, poi la famiglia, poi la società civile e solo alla fine lo stato. Qui la scuola di Friburgo si incontra con la dottrina economica della chiesa cattolica in una miscela di liberalismo e popolarismo sturziano. Tra i campioni della politica economica europea più che il libertario Friedman c’è il devoto Hans Tietmayer, ex presidente della Bundesbank e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali; piuttosto che la iron lady Margaret Thatcher, eiserne frau Angela Merkel; più che Von Hayek occorre leggere don Luigi Sturzo.

Scheda di approfondimento 2: gli effetti dell’austerità in Italia

Inutile sottolineare che gli effetti sull’Italia sono stati devastanti. Il 4 dicembre 2011, con la Relazione al Parlamento, Mario Monti corregge la Nota di Aggiornamento al DEF 2011 di Tremonti. Il governo Berlusconi si era impegnato al pareggio di bilancio per il 2013, anziché nel 2014, per ottenere il programma di acquisto SMP da parte della BCE, in seguito alla straordinaria vendita di titoli italiani nell’agosto 2011. Con il pareggio di bilancio e una crescita reale del PIL prevista in modo ottimista all’1%, essendo l’inflazione al 2%, si sarebbe ottenuta una correzione sul debito pubblico pari al 3% nominale, coerente con la riduzione imposta dal six pack [(3%=(1/20)*(120-60)]. Ciò dimostra che quando il PIL nominale cresce il criterio del pareggio di bilancio è peggiore, nel senso di più vincolante, del criterio del debito.

Il ministro Tremonti aveva previsto nel settembre 2011 un indebitamento netto pari a -2,8% nel 2011, -0,6% nel 2012 e +0,6% nel 2013; il debito pubblico sarebbe sceso dal 120% al 112,8% del PIL. La nuova Relazione di Monti è costretta a confutare tutto; l’indebitamento netto è al -3,9 per il 2011, -2,5% per il 2012 e -1,3% per il 2013: altro che pareggio di bilancio. Il Governo Berlusconi è stato inaffidabile, nonostante l’impegno per ottenere l’intervento della BCE. I tedeschi inventano la no-Berlusconi clause che sfocerà nella condizionalità stretta associata al programma OMT, che sostituirà, di fatto, l’SMP. La manovra di Monti prevede, conseguentemente, una riduzione dell’indebitamento netto pari a -1,3% del PIL nel biennio 2012-2013, oltre 40 miliardi di euro nel complesso; tuttavia, in modo ottimista prevede, al rialzo, sopravvalutando gli stimoli delle sue c.d. liberalizzazioni, per il 2011 una crescita del PIL di 0,7, per il 2012 una crescita di 0,6%, e per il 2013 di 1,2%.

Il DEF dell’aprile 2012 è, invece, un bagno di sangue. La crescita, si fa per dire, del PIL 2011 risulta pari a 0,4%, nel 2012 è prevista una recessione pari a -1,2%, nel 2013 una ripresa pari allo 0,5%. L’indebitamento netto viene corretto, grazie alle manovre, per il 2012 a -1,7% (anziché -1,2% includendo la riduzione del -1,3% prevista a dicembre), e per il 2013 a -0,5% (anziché 0); il debito pubblico sta addirittura salendo dal 119,8% del 2011 al 120,1% del 2012, ma è ancora previsto al ribasso sino al 113,9% già nel 2014.

La Nota di Aggiornamento al DEF del settembre 2012 è un’altra Caporetto. La crescita del PIL per il 2012 è corretta a -2,4% (cioè recessione grave e pesante); si tratta di un disastro senza precedenti nelle previsioni del PIL, che nell’arco di soli cinque mesi di scarto rispetto all’ultimo dato sbaglia clamorosamente tutte le componenti del Prodotto Interno Lordo; ma regna ancora l’ottimismo per la crescita del PIL nel 2013, con un solo -0,2%, e per il 2014, con un +1,1%. L’indebitamento netto per il 2012 cresce a -2,6% (anziché -1,7%), cioè peggio del tendenziale dell’anno precedente, come se la manovra lacrime e sangue non ci fosse stata; per il 2013 è, tuttavia, previsto che l’ulteriore sforzo dovrebbe ricondurre il disavanzo a -1,6%. L’unica cosa che conta per Monti sembra essere che nel 2012 saremo dentro il Patto di Stabilità, rientreremo dalla Procedura di Disavanzo Eccessivo (PDE), e saremo nell’obiettivo di un saldo strutturale previsto a +0,2% nel 2013; il resto, la recessione e la disoccupazione, giunte a livello cronico, sono in secondo piano. Regna l’ottimismo anche sul versante del rientro del debito pubblico, che sembra in linea con la convergenza che imporrebbe il Fiscal Compact, passando dal 120% al netto dei sostegni (bilaterali alla Grecia più le quote di pertinenza dell’Italia per l’ESM) nel 2012 sino al 110,8% nel 2015.

Puntuali arrivano le smentite nel DEF dell’aprile 2013. Confermato il -2,4% per il 2012, la crescita del PIL per il 2013 è rivista a -1,3% (anziché -0,2%), cioè un’altra recessione ampia in luogo di una stagnazione. L’indebitamento netto è rivisto per il 2013 a -2,9%, e solo per poco si riesce ad ottenere l’uscita dalla PDE. Persino il debito pubblico sale al 123,3% al netto dei sostegni, e dal 120,7% al 126,4% al lordo dei sostegni.

Le nuove previsioni del DEF 2013 devono rispettare le nuove regole del six pack: i) il parametro sul deficit; ii) il pareggio di bilancio strutturale; iii) la regola della spesa; iv) il criterio del debito. Riguardo al deficit è previsto un -2,9%, quindi sotto al 3%. Riguardo al saldo di bilancio corretto per il ciclo e al netto delle una tantum, essendo prevista una riduzione dell’output gap (differenza tra prodotto effettivo e prodotto potenziale, come approssimazione dell’andamento del ciclo economico) ad un valore pari a -4,8% del PIL potenziale (forte recessione), la componente ciclica del saldo di bilancio, stimata in circa la metà (55%) dell’output gap (stima econometrica della semi-elasticità del saldo al ciclo) risulta pari a -2,7%; di qui la differenza tra -2,9% e -2,7% costituisce il -0,2% come saldo di bilancio al netto del ciclo, e in linea con il vincolo di -0,5% del six pack, e con il vincolo del pareggio strutturale della nostra Costituzione novellata nell’art. 81. Riguardo alla regola della spesa essa non può eccedere il tasso di crescita del PIL potenziale nel caso in cui si fosse in linea con l’obiettivo di medio termine, (MTO), altrimenti deve risultare inferiore. Nel 2013 per l’Italia il limite massimo della crescita della spesa pubblica in termini reali (si ricordi al netto delle spese finanziate da UE, della componente per sussidi di disoccupazione, degli interessi, della crescita degli investimenti fissi lordi) è pari a -0,8% nel 2013 nel caso di non raggiungimento dell’MTO, ovvero -1,1% nel 2014. Per l’Italia è prevista a -1,4% nel 2013 e -2,3% nel 2014. Infine, il debito pubblico è previsto scendere dal 123,3% del 2013 al 116,1% del 2015 (sempre al netto dei sostegni).

La legge costituzionale 1/2012 ha rivisto gli artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione in linea con il vincolo europeo imposto dal Fiscal Compact. Quanto al contenuto, la citata legge costituzionale introduce il principio dell’equilibrio tra entrate e spese del bilancio correlandolo a un vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle suddette regole in materia economico-finanziaria derivanti dall’ordinamento europeo e tenendo conto delle diverse fasi, avverse o favorevoli, del ciclo economico, cd. pareggio di bilancio strutturale. Alla regola generale dell’equilibrio di bilancio è possibile derogare, facendo ricorso all’indebitamento, solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali, che ai sensi dell’articolo 5 della legge costituzionale possono consistere in gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e gravi calamità naturali. Per circoscrivere e rendere effettivamente straordinario il ricorso all’indebitamento connesso a eventi eccezionali, il secondo comma dell’articolo 81 prevede che esso sia autorizzato con deliberazioni conformi delle due camere sulla base di una procedura aggravata, che prevede un voto a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Per la verità, l’articolo 81 della Costituzione italiana, fortemente voluto da Luigi Einaudi (altro padre ideologico dell’economia sociale di mercato e del costituzionalismo economico), era già formalmente fondato sul pareggio di bilancio. La Corte Costituzionale, per fortuna, interpretò la necessità della copertura dei nuovi o maggiori oneri finanziari, nel senso di includervi anche la possibilità, pur sempre prudente, del deficit spending.

Ciò che resta curioso è, comunque, l’enfasi sul carattere strutturale del pareggio di bilancio, per cui si sostiene che il c.d. CAB (cyclically adjusted budget-balance) dovrebbe corrispondere a una politica economica anticiclica, in quanto aggiustata per il ciclo. Infatti, di fronte a una recessione si dovrebbe ridurre l’output gap, di conseguenza aumenta la componente ciclica del saldo negativo di bilancio, la quale agevola il raggiungimento del vincolo del pareggio strutturale. Innanzitutto, occorre notare che la stima econometrica del CAB fa acqua da entrambi i fattori che compongono il prodotto, l’output gap e la semielasticità del saldo di bilancio in percentuale del PIL. L’output gap si basa sulla stima dell’output potenziale che avviene utilizzando una funzione di produzione comune a tutti i paesi dell’Unione (sic!), e basata sulle classiche ipotesi di rendimenti costanti e contributi multifattoriali al prodotto (il marginalismo al potere!!!); non è un caso che queste stime siano profondamente contestate dagli stati membri. Inoltre, la semielasticità è il frutto di analisi econometriche sulla sensibilità delle entrate e delle spese alla variazione del prodotto, che sono notevolmente divergenti nelle dinamiche temporali e tra paesi. Infine, ed è l’aspetto più imbarazzante, ciò è lungi dal costituire una politica anticiclica; infatti, passare da un -2,8% di CAB nel 2011 a -0,2% di CAB nel 2013 è comunque una politica di austerità prociclica perché implica pur sempre una riduzione del disavanzo corretto. Si aggiunga che lo stesso capo economista del FMI, il neokeynesiano Blanchard, ha dimostrato la sottovalutazione dei moltiplicatori fiscali, cioè dell’impatto dell’austerità sulla crescita economica, nei modelli mainstream; la Commissione ha replicato al FMI ribadendo la validità di questi modelli, e in Italia le proiezioni si basano ancora sulle medesime simulazioni. Quando si sente tutto ciò sembra che lo sforzo degli economisti sia quello di rendere l’uditorio più idiota di quanto loro non lo siano.