Il Cile tra Milton Friedman, Pinochet e il ritorno della democrazia

Friedman pinochetdi Andrea Martini

Il golpe sanguinoso di Pinochet ha ferito a morte il movimento di massa che ha attraversato il Cile nei primi anni 70 del secolo scorso e ha sottoposto per quasi due decenni quel paese ad un regime oppressivo e violento. Meno note sono però le azioni della giunta Pinochet sul piano sociale ed economico.

Sono forse noti i rapporti che il principale teorico del monetarismo e del “neoliberismo”, l’economista Milton Friedman, ebbe con il regime dei generali cileni, intrattenendo con il dittatore una corrispondenza sui temi dell’economia   e persino un’amicizia.  Visitò il Cile in quegli anni (nella foto durante una delle sue visite al generale) e inviò nel paese andino non pochi suoi collaboratori, per affiancare la giunta militare  e orientarne la politica economia.

E’ in particolare nota una sua lettera inviata a Pinochet nell’aprile 1975 nella quale indica al dittatore i mali dell’economia cilena: un’eccessiva inflazione dovuta ad un’eccessiva spesa pubblica, e un’economia privata eccessivamente controllata.

E per una rapida inversione di tendenza Friedman propone un programma shock, per eliminare nel giro di sei mesi l’inflazione (che in quel periodo si aggirava sul 300-400% annuo). La ricetta consisteva (e venne applicata) in una drastica riforma monetaria, in una drastica riduzione della spesa pubblica (del 25% in sei mesi!), nell’impegno a non coprire più il deficit con la produzione di nuova cartamoneta e – udite, udite – nella immediata rimozione di tutti gli ostacoli alla libera iniziativa, primo fra tutti nel ripristino della libertà di licenziamento, indicata come soluzione per la disoccupazione.

Come si vede l’intesa tra l’economista americano e il boia cileno si basa sui principi che nei decenni successivi sarebbero rapidamente diventati il Verbo di tutta la politica capitalistica internazionale, dalla Thatcher a Reagan, a Blair, all’Unione europea, passando per gran parte di tutti gli altri paesi, anche quelli più poveri, convinti con le buone o con le cattive dal Fondo monetario internazionale.

Pinochet, negli anni del suo potere (dal 1973 al 1990), dette mano libera al mercato, in un paese che faticosamente e anche grazie a un importante intervento pubblico in economia stava tentando di uscire dal sottosviluppo. In pochi anni la gran parte dei servizi pubblici (gestiti dallo stato) vennero privatizzati. La previdenza, la sanità e la scuola furono consegnate alle imprese. La spesa dello stato cileno per i servizi sociali (sanità, educazione, pensioni) risulta essere tra le più basse al mondo. E continua ad esserlo anche oggi, in pieno regime democratico.

E’ vero che il Cile è il paese dell’America Latina con il più alto reddito pro capite (oltre 17.000 dollari, contro i circa 6.000 del Paraguay), ma questo accadeva anche prima del golpe. Al contrario, è con la dittatura che esso è diventato quello che nel subcontinente ha la più forte disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Nel Cile, dopo la dittatura e dopo quasi venti anni di “democrazia”, il 10% della popolazione beneficia di oltre il 42% della ricchezza nazionale.

Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, prima che ne iniziasse la privatizzazione nel 1981, il 78% degli alunni frequentava scuole pubbliche. Questa percentuale nel 1990, alla fine della dittatura, era scesa al 57%. Ma anche con i governi democratici successivi, nonostante il ritorno del pluralismo democratico, questa politica continuò. Oggi solo il 37,5% degli alunni frequenta una scuola pubblica, anche grazie al fatto che le scuole statali, a causa dei pesanti tagli di bilancio, hanno visto una caduta verticale della qualità dell’insegnamento, mentre quelle private, sovvenzionate dallo stato, riescono più efficacemente ad attrarre l’utenza.

Anche l’università, un tempo pubblica, gratuita e con libertà di accesso, come tutta la scuola primaria e secondaria, è stata largamente privatizzata. Gli studenti debbono pagare (anche nelle residue università pubbliche) tasse crescenti e sottostare a complessi esami di ammissione per superare gli sbarramenti e il “numero chiuso”.

Anche il governo di centrosinistra che ha retto il Cile per venti anni dopo la fine del pinochetismo ha proseguito questa politica con una sempre maggiore partecipazione delle famiglie al finanziamento degli studi dei propri figli e dunque con una progressiva e divaricante diversificazione sociale delle possibilità di accesso agli studi superiori e universitari. Si calcola che oggi (in piena democrazia da 23 anni) solo il 22% della spesa per l’istruzione universitaria cilena sia a carico dello stato (la media OCSE è del 68,4%). Il resto grava sulle famiglie…

E tutto ciò non ha certo migliorato l’efficacia del sistema educativo: il 44% dei giovani cileni non arriva a conseguire il diploma di scuola superiore, E spesso chi abbandona gli studi non lo fa perché trova un lavoro ma per restare del tutto inattivo.

Ecco dunque come il crudele golpe di Pinochet ha consentito l’avvio di una politica severamente antipopolare al riparo da manifestazioni di dissenso e da conflitti e come i successivi governi “democratici” ne hanno proseguito l’opera.

Oggi il Cile si colloca come fanalino di coda nella spesa pubblica (solo il 9,5% del PIL va in spese sociali, a fronte di una media OCSE del 21,7%), con conseguenze devastanti sui servizi e sul tessuto sociale.

E’ questo il retroterra in cui si sono collocate le grandi manifestazioni degli studenti cileni del 2011.

E ormai non tutto ciò può essere attribuito alla brutalità di Pinochet.

Andrea Martini