Brasile, la fine di un letargo

Un milione nelle strade del Brasile per protestare contro le politiche del governo; duri scontri in alcune città che hanno già provocato la morte di un manifestante; la presidente del Brasile, Dilma Roussef, costretta ad annullare il suo viaggio in Giappone e a convocare un consiglio straordinario dei ministri. E’ questo il quadro di un movimento in pieno sviluppo in tutto il paese. Pubblichiamo questo articolo del sociologo brasiliano Ricardo Antunes che ricostruisce sinteticamente la traiettoria dei movimenti sociali nel suo paese.

di Ricardo Antunes

Nel video alcune immagini delle proteste a Sao Paulo trasmesse da Folha TV (la televisione web del principale quotidiano della città)

Il nostro paese ha conosciuto grandi lotte politiche e sociali nel corso degli anni 80: queste hanno ritardato l’introduzione delle politiche neoliberiste in Brasile e sono sfociate in quello che è stato chiamato il decennio perduto, quando invece per i movimenti sociali e popolari si è trattato esattamente del contrario.

Durante quegli anni si è sviluppato un sindacalismo di lotta (la CUT, che ha segnato la rottura con un sindacalismo legato allo Stato). Gli scioperi in quel periodo si sono sviluppati in direzione contraria alle tendenze che dominavano nei paesi imperialisti. Un gran numero di movimenti sociali sono emersi. Tutto questo ha rafforzato l’opposizione alla dittatura militare (1964-1968/1968-1985). L’assemblea nazionale costituente è stato il frutto di questo movimento e, nel 1989, il processo elettorale ha diviso il paese in due progetti differenti (il PT di Lula da una parte e il PSDB di F.H. Cardoso dall’altra). Durante gli anni 90 si sono sviluppati il neoliberalismo, le ristrutturazioni produttive, la finanziarizzazione, la deregolamentazione, le privatizzazioni e l’inizio dello smantellamento sociale.

Al momento della vittoria elettorale di Lula nel 2002 il campo socio-politico era assai differente da quello degli anni 80. La storia riserva sempre grandi sorprese, strade diverse, scorciatoie, così l’elezione del 2002 si è trasformata da una vittoria in una disfatta: La presidenza di Lula ha oscillato tra una grande continuità con la politica del governo di Ferdinando Henrique Cardoso e qualche cambiamento, privo di una reale sostanza. Il primo mandato di Lula si è concluso in modo desolante e lo ha obbligato a cambiare un poco la direzione di marcia, sempre con molta moderazione e evitando ogni scontro socio-politico. Da una parte la bolsa familia (il contributo sociale versato alle famiglie povere a due condizioni: la scolarizzazione dei bambini e la loro vaccinazione)  e dall’altra gli altissimi profitti del settore bancario; l’aumento del salario minimo da un lato e dall’altro il crescente arricchimento dell’oligarchia; nessun riforma agraria, e invece molti incentivi al settore dell’agrobusiness.

Il nostro uomo (Lula), come la fenice, rinasce dalle sue ceneri durante il secondo mandato e conclude la sua presidenza con una alto indice di gradimento. Nel momento in cui sceglie il suo successore (Dilma Rousseff) disorganizza la quasi totalità del movimento di opposizione. Era difficile opporsi all’ex leader operaio della metallurgia la cui forza era stata costruita negli anni 1970 e 1980 (in particolare nei movimenti di sciopero nella regione detta l’ABC, attorno a San Paolo e contro la dittatura nella sua fase di declino, negli anni 1980. Chi si ricorda della situazione in cui si trovava nel 2005, impantanato nel mensalao, i versamenti mensili effettuati dai dirigenti del PT alle direzioni di diversi partiti di destra per ottenere la maggioranza nelle due camere legislative? Quelli che si ricordano della fine del suo mandato nel 2006, sapevano che si trovavano di fronte a una variante assai tradizionale di politicanti brasiliani e per di più di seconda mano.

Se Dilma Roussef, la sua creatura politica, una specie di “dama di ferro”, è riuscita a vincere le elezioni, dobbiamo però ricordare che cosa le manca: lo spessore sociale che Lula ha sempre mantenuto.

Con pazienza, con spirito critico e molta perseveranza, i movimenti sociali sono riusciti a superare questo ciclo (dagli anni 1990 all’inizio del 2000). Hanno finito per rendersi conto che, al di là della crescita economica, del falso mito della “nuova classe media”, c’era invece una realtà molto difficile in tutti gli ambiti della vita quotidiana delle/dei salariate/i. Si vede nella sanità pubblica, che è attaccata, nell’insegnamento pubblico che viene privato di investimenti, nell’assurda vita delle grandi città, congestionate dal traffico automobilistico sotto la spinta degli incentivi antiecologici del governo PT (sistema di finanziamento all’acquisto e agevolazioni dirette e indirette al settore dell’automobile).

engenhaoSi vede nella violenza crescente (da cui la rivendicazione della sicurezza fatta propria anche da settori popolari) e anche nei trasporti pubblici, relativamente tra i più cari e precari del mondo, almeno per quanto riguarda i paesi emergenti.

Si vede nel Campionato mondiale di calcio “imbiancato” (allusione al colore della pelle di coloro che controllano la FIFA e l’operazione economica che sta dietro al mondiale), senza Neri e poveri negli stadi (costruiti ex novo) che hanno arricchito e arricchiscono gli imprenditori e che, nel caso dello stadio Joao Havelange di Rio de Janeiro (dedicato all’antico padrone della FIFA prima di Sepp Blatter e antico membro del Comitato olimpico, con residenza a Losanna, nella foto), soprannominato Engenho dalla gente, ha dimostrato il fallimento dell’ingegneria (lo stadio costruito tra il 2003 e il 2007 è costato 7 volte più del previsto ed è stato chiuso nel marzo del 2013, per danni strutturali che possono comportare cedimenti con grave pericolo per gli spettatori, compresi quelli delle tribune VIP). Si vede nelle lavoratrici e nei lavoratori costretti a indebitarsi per poter consumare e che vedono i loro salari evaporare sotto l’effetto dell’inflazione. Si vede nel gigantesco fossato che esiste tra la rappresentazione politica tradizionale e il clamore che sorge oggi dalla strada. Si constata nella brutalità e nella estrema violenza della polizia militare di Alckmin (il governatore di destra dello Stato di Sao Paulo) con l’appoggio del sindaco Haddad della città, membro del PT.

Queste considerazioni permettono di comprendere perché il movimento ha varcato una soglia ed è così ben accolto dalla popolazione. Quali che siano i futuri sviluppi di questo movimento di massa, il Brasile non potrà più essere lo stesso. Siamo di fronte solo alla prima tappa.

Ricardo Antunes è professore di sociologia a Unicamp l’Università statale di Campinas. Questo articolo è apparso il 20 giugno 2013 sul giornale Folha de Sao Paulo.

Nel video che segue le immagini della giornata del 17 giugno nelle principali capitali del paese

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Le più belle foto della protesta secondo “Panorama”

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