Trump e le nuove dinamiche di guerra
Nigeria, Siria, Ukraina, Palestina, Congo, Sudan, Venezuela…. le zone di guerra si sono moltiplicate in tempi molto rapidi. L’attacco militare al Venezuela costituisce un salto qualitativo nell’interventismo USA, che si congiunge con l’offensiva poliziesca e razzista all’interno del paese con l’ICE [Antoine Larrache da Inprecor]
L’offensiva di Trump è globale ed è la reazione alla perdita di egemonia, soprattutto quella economica degli USA, e di fronte alla crisi globale del sistema. Quest’ultima è fondamentalmente dovuta alla incapacità di aumentare il tasso di profitto e l’accumulazione dopo lo choc del 2008 e 2020. Le grandi imprese tecnologiche vogliono, come Trump, impadronirsi delle materie prime: saccheggio e spogliazione sono la strada più breve per estorcere più profitti. E’ un imperialismo (neo) colonialista e di esproprio.
Un salto qualitativo nell’offensiva imperialista
Il sequestro di Maduro e la trattativa con almeno una parte della boliborghesia per reintegrare il Venezuela nella sfera di dominio americano costituisce un salto qualitativo. E’ un intervento mortifero e senza precedenti da parecchi decenni nella politica interna di un paese indipendente. Ma esso si iscrive in piena coerenza con i bombardamenti sulla Nigeria, l’intervento in Argentina a sostegno di Milei, l’allineamento di tutti i paesi arabi – in particolare del nuovo potere in Siria- su Israele e sugli Stati Uniti, il ruolo giocato dagli USA nella RDC, il voto dell’Algeria sul piano Trump, ecc. Contemporaneamente si sbeffeggiano le istituzioni internazionali che hanno gestito l’ordine mondiale dopo la seconda guerra mondiale.
In molti paesi del mondo questa ricostruzione della sfera di influenza statunitense si realizza attraverso regimi ultrareazionari e liberisti,; la funzione di questi governi è di imporre alle classi popolari il trasferimento delle materie prime nazionali (soprattutto per l’energia e l’informatica) a basso prezzo verso gli USA e così anche l’evoluzione dell’organizzazione internazionale del lavoro (in particolare attraverso i diritti doganali di Trump). L’alleanza di Trump con le estreme destre mondiali non è tanto principalmente ideologica quanto il prodotto dei bisogni economici e di controllo.
Un multi-imperialismo guerriero e autoritario
L’intervenzionismo imperialista degli Stati Uniti è comparabile su vari punti alla guerra condotta dalla Russia in Ucraina e alle grandi manovre commerciali condotte dalla Cina. Si tratta per ciascuno degli imperialismi di consolidare e di allargare la loro sfera di influenza.
In questo senso siamo già entrati in una specie di guerra mondiale. Per un periodo ancora relativamente lungo, le classi dominanti evitano coscientemente degli scontri diretti tra di loro, consapevoli di quanto sarebbero distruttivi. Serguei Karaganov, consigliere di Putin, lo formula esplicitamente. “La situazione più vantaggiosa sarebbe di raggiungere una configurazione nelle quale le 4 grandi potenze lavorassero di comune accordo per definire le regole di condotta nel mondo a venire. Queste 4 grandi potenze sono La Cina, la Russia, gli Stati Uniti e l’India”. Ma non è vietato pensare che questa situazione possa cambiare: in effetti una risposta analoga all’offensiva degli USA sul Venezuela, potrebbe essere l’invasione di Taiwan da parte della Cina. Quale sarebbe allora la reazione di Trump?
Il declino del “vecchio continente”
L’Europa, in questo contesto, è un soggetto relativamente passivo. La mancanza di omogeneità, la debolezza della sua direzione politica e le sue difficoltà economiche le impediscono di reagire al livello di cui sono capaci le grandi potenze come gli Stati Uniti, La Russia e la Cina. La Francia è paralizzata dalla sua crisi politica ed economica e la perdita della sua sfera di influenza in Africa e la borghesia privilegia ad oggi, come in Belgio e in Italia, un susseguirsi di battaglie antisociali – soprattutto la privatizzazione di tutta la sfera della riproduzione sociale e lo smantellamento dei servizi pubblici – cercando di mettere in sicurezza un capitale sempre meno concorrenziale. La Germania tenta di giocare la sua carta, o per lo meno di prendere il sopravvento sulla Francia con il suo piano di mille miliardi di investimenti militari, un piano che sarà difficile da conseguire viste le difficoltà economiche del paese e dell’Unione Europea. Una evoluzione convergente con i punti di vista delle estreme destre non è più inimmaginabile.
Alcuni punti di analisi
In questo contesto i popoli e le classi operaie sono disorientate, anche se ci sono risposte sociali semispontanee dalle quali possiamo partire.
Un primo bilancio della situazione è che un nazionalismo senza contenuti di classe non produce dinamiche sufficienti, sul piano interno come nei rapporti di forza internazionali per far fronte alla riorganizzazione capitalista in corso: il nazionalismo dei regimi nazionalisti venezuelano e algerino non ha permesso di individuare un percorso alternativo, soprattutto perché sono incapaci di costruire una alternativa nel quadro degli intrecci negli scambi commerciali internazionali. Come Lula in Brasile, la loro politica non è antimperialista; si tratta piuttosto di un tentativo di negoziare uno spazio nel quadro dei nuovi rapporti multi-imperialisti.
Beninteso dobbiamo sostenere senza condizione i percorsi di resistenza all’imperialismo, anche se limitati, che esistono a livello statale, in Messico, in Brasile, in Colombia, a Cuba, per indebolire le grandi potenze e per rafforzare le dinamiche popolari. La lista è corta perché la caduta dell’URSS e la riorganizzazione neoliberista hanno spezzato tutte le capacità di resistenza nel quadro di una economia mondiale fortemente integrata. La Palestina e il movimento mondiale di solidarietà costituiscono uno dei simboli della resistenza antimperialista. Le resistenze in Ucraina e nel Rojava possono giocare un ruolo analogo. Il sostegno incondizionato alla resistenza dei popoli oppressi, resta la nostra bussola, ma non è acritica. In particolare bisogna interrogarsi sul ruolo dello Stato e della proprietà privata in questo contesto: ogni approccio che si concentri sui cambiamenti in alto, a scapito dell’auto attività delle classi popolari, in particolare della classe operaia, è destinato al fallimento.
Dappertutto nel mondo ed in particolare nei paesi imperialisti occidentali, le classi popolari sono confrontate all’offensiva delle classi dominanti che cercano di spezzare il movimento operaio; utilizzano le estreme destre e accentuano le divisioni “razziali” per difendere progetti nazionalisti ostili al resto del mondo e supersfruttare le persone razzializzate. Le risposte collettive contro l’ICE negli Stati Uniti e gli scioperi di massa che si producono in Europa, sono la migliore risposta a questa offensiva.
Discutere e verificare le parole d’ordine antimperialiste
Per combinare la nostra comprensione antimperialista e la lotta di classe dobbiamo lavorare all’individualizzazione di un programma transitorio che risponda al massimo dei problemi con un numero limitato di obiettivi.
E’ questo il significato del Manifesto per una rivoluzione ecosocialista della IV Internazionale. Questo, tuttavia, deve essere adattato e verificato in relazione all’evoluzione della situazione. Tra gli elementi da provare:
- Il rifiuto di ogni ingerenza imperialista negli affari di un paese dominato, siano gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Francia, ecc. Il diritto dei popoli alla propria autodeterminazione. La fine delle guerre e della corsa al riarmo.
- La solidarietà tra i popoli contro la concorrenza capitalista sui prezzi, la rapina delle materie prime, l’organizzazione ecocida delle merci e la gestione dell’energia. Questo comporta soprattutto il monopolio del commercio esterno, il rifiuto di sottometterlo al privato, relazioni tra le nazioni eque equilibrate e democraticamente controllate, cosa che comporta la fine del segreto bancario.
- L’abolizione del debito illegittimo al fine di permettere agli Stati di finanziare il loro sviluppo e la loro dimensione sociale, i risarcimenti per le violenze coloniali dopo la schiavitù fino al genocidio a Gaza.
- La libertà delle organizzazioni e dei partiti, dei sindacati e della stampa, la liberazione di tutti i prigionieri politici.
- La fine delle ineguaglianze di genere, in particolare i diritti delle donne a disporre dei loro corpi, la libertà sessuale e il rifiuto di ogni misura transfobica.
- La socializzazione, soprattutto nel quadro della crisi ecologica, delle società dell’energia, dei trasporti e delle banche.
Preparare i prossimi scontri
Non possiamo sapere dove si verificheranno le prossime grandi crisi politiche ed anche rivoluzionarie. Ma le masse non rinunceranno a reagire a una offensiva generalizzata rivolta a moltiplicare lo sfruttamento, a spogliarle delle materie prime nazionali, a fracassare la democrazia borghese e a una massiccia repressione. Soprattutto nel contesto di una crisi ecologia crescente che accelera tutte le altre. Molti paesi già vivono mobilitazioni di massa, molte volte inattese. Ce ne saranno altre molto rapidamente.
Questo periodo è molto complesso. Le organizzazioni riformiste legate in vari modi all’apparato di stato e alla loro borghesia, sviluppano degli orientamenti molto lontano dalle poste in gioco di questo periodo. Ma esse rappresentano in forme deformate il livello di coscienza delle masse popolari. Di conseguenza è più che mai necessario combinare una posizione politica di fronte unico su qualche punto chiave, diversi secondo la situazione, per mettere in movimento le masse, con delle spiegazioni molto radicali che permettano di dare fiducia ai settori più coscienti, affinchè questi non si disperdano nell’estremismo, nel settarismo e nel campismo che certe correnti staliniste e gauchiste cercano di sviluppare.
Sta a noi lavorare perché una coscienza internazionalista si consolidi e sia capace di unire gli interessi dei popoli e in particolare delle classi operaie per realizzare un programma di rottura anticapitalista internazionalista.