Il fermo per chi protesta, lo scudo per chi lo pesta

Varato l’ennesimo pacchetto sicurezza in un gioco al rialzo di Lega e FdI appena mitigato dal Quirinale. Scudo penale per gli agenti, fermo preventivo per i manifestanti. L’urgenza di un movimento di massa, plurale e partecipativo [Checchino Antonini]

Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo intervento sulla sicurezza urbana, presentato come “pacchetto sicurezza”, ma in realtà composto da due provvedimenti distinti: un decreto-legge e un disegno di legge. La scelta è sia politica sia comunicativa: il decreto contiene misure immediate, per mostrare un’azione concreta all’opinione pubblica, mentre il disegno di legge prevede interventi più procedurali e richiederà tempi parlamentari più lunghi.

Accompagnato da dichiarazioni surreali e violentissime della premier e dei ministri coinvolti – da Piantedosi a Salvini a Nordio – l’approvazione piomba sulla scena pubblica dopo gli scontri avvenuti a Torino durante il corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna. Si tratta di un pacchetto del tutto funzionale al processo di transizione a un regime compiutamente autoritario e “post-democratico”, come si usa dire da un po’ per indicare governi fascistoidi.

La genesi del provvedimento è avvenuta nel clima di una competizione sfrenata tra i partner di governo, Lega e Fdi, per chi si sarebbe intestato il merito di un simile scempio. E’ in questo quadro che vanno lette l’insistenza sullo scudo penale in caso di abusi in divisa e le sparate di Salvini che avrebbe voluto obbligare gli organizzatori dei cortei a depositare una cauzione a copertura di eventuali danni (idea cassata dal Colle).

Come il pacchetto che lo ha preceduto, anche questo è un vero manifesto ideologico in cui l’ordine pubblico sostituisce ogni politica sociale per le periferie, le migrazioni e perfino per l’adolescenza normalizzando una cultura politica machista e autoritaria che criminalizza le idee stesse di conflitto e dissenso.

Il decreto-legge, che entra subito in vigore, avrà un primo banco di prova nelle manifestazioni dei prossimi giorni dei lavoratori portuali e nelle piazze che proveranno a contestare le Olimpiadi di Milano-Cortina.

Il fermo preventivo

Tra le norme principali c’è il fermo preventivo fino a 12 ore per persone con precedenti e ritenute sospette prima di manifestazioni a rischio, per prevenire scontri. Un giudice potrà inoltre vietare la partecipazione a riunioni pubbliche come sanzione accessoria a una condanna, anche in primo grado. Si tratta di un’ulteriore dilatazione del Daspo.  

La versione iniziale della norma era più dura. La riscrittura introduce limiti al fermo: potrà riguardare solo persone con precedenti specifici o trovate con armi o oggetti pericolosi. Non basterà più un sospetto generico come l’abbigliamento, e il fermo dovrà essere subito comunicato a un magistrato che potrà disporre il rilascio. Tuttavia resta il nodo politico sottolineato da molti osservatori: il meccanismo considera la piazza come un contesto eccezionale in cui non si punisce solo chi commette reati, ma si trattiene chi potrebbe commetterli.

Lo scudo penale

Il decreto amplia anche lo “scudo penale” per le forze dell’ordine, cioè le tutele legali per gli agenti che commettono reati durante il servizio per stato di necessità. Dopo i rilievi del presidente Mattarella, il governo ha chiarito che questa tutela non riguarda solo gli agenti ma qualsiasi persona in analoghe condizioni. In effetti è formulato in modo più prudente: chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non viene inserito nel registro ordinario degli indagati, ma in uno separato, con una procedura accelerata che dovrebbe portare all’archiviazione entro trenta giorni, salvo diversa decisione del pm. Sul piano politico la misura introduce un principio di legittimazione preventiva dell’uso della forza e lo scudo rischia di avere effetti selettivi rendendo più esposte le persone considerate estranee o marginali, come giovani e migranti.

Il ruolo di Mattarella

Il Quirinale è intervenuto anche sul fermo preventivo e su altre misure. Spiega Osservatorio Repressione: «Il Quirinale interviene raramente in modo esplicito, e quando lo fa significa che la soglia di compatibilità costituzionale è stata spinta troppo in avanti. Ma la dinamica è ormai collaudata: si propone una versione estrema, si subiscono rilievi, si corregge quanto basta per farla passare, e alla fine resta comunque un impianto più duro di quello precedente. È la politica come avanzamento graduale dell’eccezione».

Per il governo in piazza ci vanno solo i fiancheggiatori

La “sicurezza”, non ci stanchiamo di ripeterlo, è la parola magica per comporre un quadro di sostanziale criminalizzazione dei movimenti sociali, della libertà di movimento e degli stili di vita dentro un contesto in cui le dinamiche economiche non possono che acuire le disuguaglianze e la torsione verso il riarmo non può permettersi un conflitto sociale nemmeno nella cornice tradizionale liberal-democratica. Per questo l’obiettivo dichiarato dai partiti di governo è quello di affrontare l’ordine pubblico «come ai tempi delle Brigate rosse». Per questo, solo per fare un esempio, il ministro di polizia, Piantedosi, considera ogni manifestante come un possibile fiancheggiatore. Giova ricordare, a proposito di fiancheggiamento, che Piantedosi era Prefetto a Roma il 9 ottobre del 2021 quando Forza Nuova assaltò pressoché indisturbata la sede nazionale Cgil di Corso Italia dove arrivò con un corteo non autorizzato.

Va detto che a smontare il frame costruito dal governo ci si è messo anche Franco Gabrielli, ex capo della polizia, che, intervistato da Repubblica non ha esitato a dire che «Questo è il momento di difendere chi indossa una divisa ma non solo dai violenti…” ma anche “dagli incantatori di serpenti”.

L’ossessione per i “maranza”

Tra le altre norme del decreto c’è l’introduzione del reato per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine e fugge mettendo in pericolo la sicurezza pubblica. Un altro elemento centrale sono le “zone rosse”, previste nelle aree considerate più a rischio, come le stazioni, con l’obiettivo ufficiale di prevenire degrado e criminalità. In pratica, però, funzionano come strumenti di selezione sociale: definiscono luoghi in cui alcune presenze sono tollerate e altre no senza mai affrontare le cause del disagio, rafforzando l’idea di una città accessibile in modo diverso a seconda dell’aspetto, dell’età o dell’origine delle persone.

Alla voce “maranza”, troviamo il divieto di vendita di armi da taglio a chi non ha ancora 18 anni (con sanzioni fino a 12mila euro e revoca della licenza), l’obbligo per i siti online di verificare l’età degli acquirenti e il divieto di portare in pubblico alcuni tipi di coltelli pieghevoli o a scatto, con pene fino a tre anni di carcere. Se il reato è commesso da un minore, è prevista anche una sanzione per i genitori. La norma prevede l’arresto in flagranza e misure cautelari anche per minori trovati con coltelli, e pesanti sanzioni amministrative: sospensione di patente o passaporto e, per gli stranieri, del permesso di soggiorno. Questo crea un diritto differenziato, perché lo stesso comportamento ha conseguenze diverse in base allo status giuridico, trasformando la sicurezza da tema penale a strumento di controllo ed esclusione sociale.

Il decreto introduce norme per accelerare le espulsioni degli immigrati irregolari, una misura che di fatto amplia la discrezionalità delle autorità e riduce le garanzie.

Il disegno di legge, invece, ha una portata più limitata rispetto alle ipotesi iniziali. È stata esclusa la possibilità di introdurre un blocco navale in caso di minacce terroristiche o forti pressioni migratorie. Rimane soprattutto un insieme di norme procedurali su concorsi e carriere delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di rafforzarne l’azione.

In sostanza, le misure più concrete sono state inserite nel decreto-legge per avere effetti immediati e dare un segnale politico, mentre il disegno di legge è diventato un contenitore di interventi tecnici che seguiranno il normale iter parlamentare. 

Lottare nel tempo dei pacchetti sicurezza

Il decreto era pronto da tempo, sarebbe stato varato tale e quale anche se i manifestanti torinesi, sabato scorso, avessero suonato una serenata sotto il balcone di Salvini. Tuttavia chi cura la comunicazione del governo e della polizia ha ricevuto un assist comunicativo potente e non ha esitato a deformare ulteriormente la realtà ricorrendo a ogni espediente sia retorico che tecnologico. Mentre scriviamo si fa strada l’ipotesi che l’ufficio stampa della polizia abbia diffuso anche immagini degli scontri generate dall’intelligenza artificiale per massimizzare il risultato.

Tutto ciò ha generato un dibattito e delle polemiche anche all’interno delle reti sociali e politiche che a Torino erano in piazza.

Mentre aspettiamo che le opposizioni democratiche provino a dire una parola seria su quale ordine pubblico merita un Paese democratico e che i sindacati inseriscano l’abolizione dei pacchetti sicurezza nelle loro piattaforme, da parte delle forze di classe servirebbe una riflessione ulteriore, un dibattito vero, dispiegato nel tempo, che non serva a distinguere i “buoni” e i “cattivi” ma che, oltre alla doverosa solidarietà con chi è colpito dalla repressione, sia utile per costruire un movimento reale, plurale, partecipato che non si accontenti dell’estetica dello scontro frontale e non si lasci dettare l’agenda dalla narrazione dominante, che adotti forme di lotta adeguate a ribaltare i rapporti di forza. Le esperienze della Global Sumud Flotilla e degli “equipaggi di terra”, le voci che arrivano da Minneapolis e quelle, più vicine, del percorso “No Kings” ci dicono che è possibile.