Francia, non dovevano passare. E non sono passati!

La sinistra francese, unita attorno ad un programma radicalmente antiliberale e antifascista, è riuscita a scongiurare la sciagurata ipotesi di governo lepenista. E’ un fatto di dimensione storica [Fabrizio Burattini]

Nelle piazze francesi, ricordando lo slogan spagnolo del 1936, si diceva “No pasaran”. E non sono passati. Come dice il portavoce del NPA Olivier Besancenot in un suo Tweet “La storia non è mai scritta in anticipo! Lotta, unità e radicalità pagano! A dispetto di tutti i pronostici! La sinistra sociale e politica non deve manovrare, ma lavorare insieme su base offensiva, a immagine della sua base!” 

Pur restando in attesa dei risultati definitivi di questo secondo turno delle elezioni legislative francesi, un’affermazione può essere solennemente fatta. La crescita della destra è innegabile, ma questa crescita è tutt’altro che irresistibile. Il fatto che la sinistra francese, unita attorno ad un programma radicalmente antiliberale e antifascista, sia riuscita a contenerla e a scongiurare la sciagurata ipotesi di un altro governo postfascista in un altro paese importante dell’Europa occidentale è un fatto. Ed è un fatto di una dimensione storica.

Due anni fa il centrosinistra italiano ha fatto prevalere le sue rivalità interne sul compito che sarebbe stato prioritario, quello di sbarrare la strada a Giorgia Meloni e alla sua coalizione di “destra-destra”. E anche la sinistra radicale italiana, certo, ben più debole e sguarnita di quella francese e da decenni prigioniera di una ossessione elettoralistica, si è arresa alla ineluttabilità della vittoria meloniana.

Per non parlare del sindacalismo italiano, forte nei numeri, ma incapace di avere un qualunque ruolo anche solo nel tentare di ostacolare l’avvento al potere dei postfascisti, anzi tanto rassegnato da scegliere di invitare la premier a parlare al congresso della Cgil, il principale sindacato del paese e quello più “di sinistra”.

Così come il mondo economico, solo preoccupato del fatto che Fratelli d’Italia e il suo governo accantonasse i propositi demagogici della campagna elettorale e si mostrasse coerente con i patti europei e atlantici.

Le classi dominanti francesi non erano affatto intimorite dalla pronosticata vittoria dei neofascisti di Marine Le Pen e di Jordan Bardella, tanto che la borsa dopo il primo turno aveva fatto un salto in avanti. Ma le masse popolari francesi hanno fatto sentire il loro peso e hanno sconvolto previsioni ed auspici. 

Ora la Francia conosce una profonda crisi politica. Il macronismo, guardato da tanti anche qui da noi come un modello di centrismo “intelligente”, è ancor più minoritario di quanto non fosse dopo le elezioni del 2022. I suoi risultati sembrano meno disastrosi di quanto si prevedesse, ma comunque passa dai 245 seggi nella precedente assemblea (che erano già al di sotto dei 289 richiesti per avere la maggioranza assoluta) a una cifra che, a risultati definitivi, dovrebbe oscillare tra i 150 e i 170 seggi.

Anche aggiungendo strutturalmente ad essi i 57-67 seggi conquistati dagli ex gollisti e dagli altri candidati di centrodestra si resterebbe ancor più al di sotto della maggioranza assoluta.

Il Rassemblement national, che, forte dell’exploit delle europee, sognava di conquistare la “maggioranza assoluta” del parlamento e così di accomodarsi nelle stanze del potere, è il grande sconfitto di questo secondo turno, riuscendo a vincere solo in circa 150 delle 501 circoscrizioni che partecipavano al ballottaggio.

Questo significa che il significato di “voto utile” antifascista ha largamente funzionato con un importante riporto dei voti dei candidati macroniani che avevano “desistito” sui quelli del NFP e viceversa. Potremo fare una valutazione più puntuale su quanto sia stato coerente questo riporto all’interno del “fronte repubblicano” anti-RN quando avremo più dettagli, ma occorre riconoscere che gli spettri agitati da tanti, troppi macronisti sui “pericoli” che avrebbe fatto correre alla Francia il programma del NFP non hanno fatto presa ed è prevalso il giusto senso di pericolo per un inedito governo neofascista.

Così come non ha funzionato l’accusa di “antisemitismo” rivolta a Mélenchon e a tutta La France Insoumise.