I “tormenti” dell’ultimo Lenin
La Lettera al Congresso, passata alla storia come il “testamento” di Lenin, doveva servire a garantire l’unità del partito ma non faceva alcuna menzione dell’interdizione delle frazioni [Diego Giachetti]
La Lettera al congresso di Lenin, passata alla storia come il suo “testamento”, era composta da note brevi, dettate per pochi minuti di tempo ogni giorno, come prescritto dai medici, tra il 23 e il 31 dicembre 1922, con un supplemento del 4 gennaio 1923. Essa fu concepita come una serie di considerazioni e proposte da porre all’attenzione del XII congresso del partito, previsto per l’aprile del 1923. Nella lettera avanzava i suoi suggerimenti ed esprimeva, per i delegati congressuali, i giudizi sui più importanti membri del Comitato centrale, suggerendo anche l’allontanamento di Stalin dalla carica di segretario generale. Tuttavia in quel congresso delle osservazioni di Lenin non si tenne conto, perché la Lettera era un documento “chiuso” per volontà dello stesso autore il quale, pensando di poter partecipare al congresso, si era riservato il diritto a renderla pubblica ai delegati. Altrimenti, nel caso fosse deceduto, solo la moglie era autorizzata a diffonderla. Di fatto, al momento del XII congresso Lenin giaceva semiparalizzato e incapace di pronunciare parola. La moglie, dal canto suo, era autorizzata ad aprire la busta sigillata contenente la Lettera solo dopo la morte del marito. Egli però era ancora vivo e, anche se in condizioni critiche, coloro che gli stavano vicini non avevano ancora perso tutte le speranze di salvezza. Solo dopo la sua morte, nel gennaio del 1924, la moglie aprì il plico e alla vigilia del XIII congresso, programmato per il mese di maggio del 1924, consegnò al Comitato centrale la missiva del marito[1].
La lettera raccoglieva le ultime preoccupazioni di Lenin e indicava anche una serie di misure pratiche che il partito doveva introdurre, a cominciare dall’aumento del numero dei membri del Comitato centrale, fino a un centinaio, (erano 27 più diciannove candidati nel 1922), per elevarne l’autorità, per migliorare il funzionamento dell’apparato, per evitare che conflitti di piccoli gruppi in seno a quest’organismo potessero avere un peso sproporzionato per le sorti di tutto il partito. Misure che considerava necessarie per evitare una possibile situazione di instabilità del gruppo dirigente del partito, che poteva condurre alla scissione.
Un centinaio di lavoratori (operai e contadini iscritti al partito), introdotti nel Comitato centrale, era per Lenin un modo pratico di contrastare i pericoli di una scissione. Essi potevano formarsi e diventare un nucleo di devoti e capaci amministratori e politici al servizio del regime sovietico, in grado di assicurare stabilità allo stesso organismo dirigente, di lavorare effettivamente al rinnovamento e al miglioramento dell’apparato amministrativo e statale che non funzionava tanto bene. Con l’adozione di quelle misure riteneva che si sarebbe potuto adempiere al compito di costruire un’amministrazione statale e politica snella e capace, eliminando le incrostazioni burocratiche che la appesantivano e rendevano scarsamente efficace il suo lavoro.
La burocrazia
Lenin denunciava il pericolo rappresentato dalla burocrazia e lo riconduceva non solo ai retaggi organizzativi del passato regime zarista, ereditati dal nuovo governo socialista, ma anche alla sua presenza nel partito. L’annotazione di Lenin teneva conto della preoccupazione sollevata da Trotsky nell’incontro avuto col capo bolscevico ai primi di dicembre del 1922. La burocrazia era la causa del cattivo funzionamento del partito e dello Stato. Bisognava razionalizzarne le funzioni e i compiti, migliorare l’efficacia e l’efficienza dei burocrati. Consapevole che nella società sovietica il potere politico era rimasto la sola leva in mano ai rivoluzionari per guidare la trasformazione socialista, Lenin intendeva combattere la burocrazia incolta, sprecona, incapace, in ogni settore dove essa si celasse, compreso il partito.
Nell’analisi leniniana delle forze sociali operanti in Russia dopo la rivoluzione, il rilievo dato alla burocrazia non era primario, pertanto ancora non avvertiva pienamente il pericolo della trasformazione in atto del partito in apparato di potere. Si era reso conto però dell’intreccio tra funzioni governative e partito e voleva limitarlo e controllarlo definendo meglio il confine tra partito e governo, precisandone le responsabilità e gli ambiti e sottoponendoli al controllo di dispositivi terzi. Proponeva di equilibrare il vertice del potere statale e partitico mediante un sistema di controlli reciproci, che riprendeva in parte il modello della divisione dei poteri tipica delle costituzioni liberali.
Pericolo di scissione
Un altro dei principali problemi che angustiavano Lenin malato, era rappresentato dal pericolo di scissione all’interno del partito. Dopo aver riconosciuto che a Trotsky occorreva andare incontro sulla questione del Gosplan, l’organismo sovietico creato nel febbraio 1921, col compito di pianificare lo sviluppo economico sovietico, affrontava il tema della stabilità del gruppo dirigente del partito introducendo, secondo le sue parole, «una serie di considerazioni di natura puramente personale». Preoccupato per una eventuale divisione in seno alla direzione, constatò che, con ogni probabilità, non avrebbe più potuto mantenere il ruolo svolto in precedenza, e propose una direzione collegiale del partito, al fine di attenuare i contrasti che vedeva sorgere tra i membri del Comitato centrale e del Politburo.
Non nascondeva le difficoltà di costruire una direzione collegiale, cosciente che le personalità e i caratteri dei dirigenti potessero costituire un ostacolo rilevante. Difatti la sua attenzione si soffermava sulle peculiarità caratteriali di alcuni di loro e sul pericolo che tali fattori avrebbero potuto rappresentare nel caso di una esasperazione dei contrasti. Individuava nelle figure di Stalin e di Trotsky gli elementi di contrasto che avrebbero potuto dividere il partito. Dopo averli definiti i «due capi più eminenti dell’attuale Comitato centrale», affermava che i rapporti tra i due rappresentavano una buona metà del pericolo di una eventuale scissione. Stalin, proseguiva, divenuto segretario generale, «ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza».
Trotsky e Stalin e altri dirigenti
Trotsky si distingueva da Stalin «non solo per le sue eminenti capacità. Egli è forse il più capace tra i membri dell’attuale Comitato centrale, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi». Tale affermazione aveva qualcosa di sorprendente. Che Trotsky fosse una figura eminente, di primo piano nel partito, era abbastanza scontato, che pari a lui fosse messo Stalin era una sorpresa. Così come appariva sorprendente che dirigenti come Zinov´ev e Kamenev, fossero messi al gradino inferiore, dopo Trotsky, ma soprattutto dopo Stalin. Il posto riconosciuto a Stalin feriva Trotsky, che si vedeva messo allo stesso livello del rivale, sorprendeva sgradevolmente Zinov´ev e Kamenev. Questo giudizio non poteva che destare allarme e sorpresa tra i bolscevichi, discepoli di vecchia data di Lenin, i quali si sentivano, Trotsky compreso, intellettualmente superiori e più capaci politicamente di Stalin. D’altronde anche Lenin non aveva dubbi che tra i due il più capace e intelligente fosse Trotsky, ma non era però sicuro che tali qualità potessero automaticamente garantirgli la sua affermazione a leader del partito. Lenin era cosciente della popolarità di Trotsky, ma anche dell’abilità manovriera nell’ambito organizzativo di Stalin. Constatava che i rapporti già difficili tra i due potevano sfociare in un serio conflitto interno al partito. A preoccuparlo era soprattutto il ruolo che stava acquisendo il segretario generale, la possibilità che egli aveva di scegliere e manovrare i quadri del partito al centro come alla periferia.
Poche osservazioni, quasi di sfuggita, su Zinov´ev e Kamenev, collocati a un gradino inferiore rispetto a Stalin e Trotsky, per ricordare l’episodio di cui erano stati protagonisti nell’ottobre 1917, quando nelle riunioni del Comitato centrale di quel mese avevano preso posizione e votato contro la risoluzione di Lenin sulla preparazione dell’insurrezione. Entrambi in minoranza nel Comitato centrale, Kamenev e Zinov´ev, il 18 ottobre 1917, avevano pubblicato sul giornale menscevico «Novaia Gizn» una dichiarazione in cui rivelavano che i bolscevichi stavano preparando l’insurrezione e affermavano di considerarla un’avventura. Il loro atteggiamento non fu casuale, sosteneva Lenin, ma quell’errore non andava rispolverato per farne oggetto di polemica politica, così come il non bolscevismo a Trotsky prima del 1917, il quale aveva aderito al partito bolscevico solo alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre. Da un lato, quindi, rimarcava alcuni trascorsi politici di Zinov’ev, Kamenev e Trotsky, dall’altro chiedeva che quei “passati” non fossero usati polemicamente per condurre una lotta interna al partito, come di fatto poi avverrà. Perché richiamare questi episodi del loro passato politico, per poi subito dire che non andavano usati nella polemica politica? Voleva mettere in guardia il gruppo dirigente del Comitato centrale, oppure evitarne l’uso polemico? Forse entrambe le cose: il partito non doveva dimenticare i loro errori e neppure usarli contro di loro.
Infine, tratteggiava qualità e limiti di altri più giovani membri del Comitato centrale: Bucharin e Pjatakov. Quest’ultimo era descritto come un uomo di grande volontà e capacità, ma troppo attratto dal metodo e dall’aspetto amministrativo dei problemi perché si potesse contare su di lui per questioni politiche importanti. Più elogi erano attribuiti a Bucharin: un validissimo importantissimo teorico, considerato «il prediletto di tutto il partito»; tuttavia le sue concezioni teoriche non sempre erano pienamente marxiste, vi era in lui «qualcosa di scolastico», non aveva mai appreso né compreso «pienamente la dialettica».
Nessuna indicazione di “successione”
Fin qui l’impropriamente definito testamento di Lenin non lasciava alcuna indicazione circa il suo successore, proprio per non esasperare una situazione di scontro all’interno del gruppo dirigente. La sua volontà era quella di ritrovare e rinsaldare un metodo collegiale di direzione e raffreddare le frizioni tra Trotsky e Stalin. Lo stato delle cose cambiò repentinamente col post-scriptum aggiunto pochi giorni dopo la stesura della lettera. Il giudizio su Stalin divenne più severo, fino a chiederne la rimozione. Il 22 dicembre 1922, Stalin aveva appreso dai suoi informatori che il giorno prima la moglie di Lenin aveva trascritto la lettera sotto sua dettatura; la chiamò al telefono e la trattò in malo modo. Quando Lenin venne a saperlo, l’atteggiamento verso Stalin si irrigidì ancor più. Aveva già abbozzato la parte più consistente delle note che componevano il “testamento”, riprese il testo aggiungendovi una postilla nella quale proponeva di rimuovere Stalin dalla carica di Segretario generale.
Nel post-scriptum del 4 gennaio 1923, lo accusò di essere troppo grossolano nei rapporti interpersonali, ciò era intollerabile e, pertanto, proponeva che si trovasse la maniera di allontanarlo dal suo posto, sostituendolo con un altro compagno che fosse sotto ogni aspetto diverso e migliore di Stalin: più paziente, più leale, più gentile coi compagni, meno capriccioso. In questa breve nota Lenin parlava solo dei difetti di Stalin come organizzatore, ma essi rappresentavano un ulteriore aggravio, dopo che già aveva espresso riserve e critiche alle proposte politiche di Stalin in occasione di precedenti divergenze sulla questione delle nazionalità, sul monopolio del commercio estero e sulla questione georgiana.
Anche ora però Lenin non indicava nessun nome nuovo per la carica di segretario generale, pertanto nel “testamento” non si trovano indicazioni tali da individuare con precisione chi dovesse essere il successore, anche perché, nel momento in cui stese quelle note egli sperava di guarire, ritornare pienamente all’attività politica e di direzione dello Stato. Pertanto, il “testamento” era inteso come un promemoria nel quale esprimeva opinioni sugli esponenti del Politburo, senza voler indicare definitivamente una decisione, tranne quella di rimuovere Stalin dal suo incarico.
Tuttavia, se prima del post-scriptum del 4 gennaio 1923 le osservazioni di Lenin potevano essere considerate in parte inconcludenti poiché, da un lato preannunciava il pericolo di una scissione e dall’altra non dava soluzioni pratiche al tema della sua successione, dopo quella nota l’intero equilibrio tra gli uomini più influenti del Comitato centrale vacillava e franava nel momento in cui chiedeva la destituzione di Stalin. Nei fatti tale richiesta retrocedeva Stalin, lasciando solo Trotsky nel gruppo dei capi «più eminenti del partito», come aveva scritto nelle note precedenti.
Resosi conto che le sue condizioni di salute non gli avrebbero consentito di assumersi da solo l’impegno della battaglia politica che intendeva condurre, Lenin si rivolse a Trotsky proponendogli di condurre assieme la lotta nel partito. Di quest’ultimo, Lenin aveva sottolineato molteplici aspetti positivi ma anche debolezze che potevano danneggiarlo nel corso della lotta politica all’interno del partito: l’eccessiva fiducia in se stesso lo portava a sottovalutare l’agire degli altri e, inoltre, aveva la tendenza a “volare alto” con analisi argute e dettagliate che riducevano però la sua azione organizzativa nel partito a un fatto puramente amministrativo. Sapeva affrontare i problemi dello Stato e della rivoluzione in modo globale ma, rimarcava Lenin, mancava di alcune delle qualità pratiche dell’uomo politico: duttilità nelle relazioni coi compagni, capacità di manovrare tatticamente e di destreggiarsi senza scrupoli nei “corridoi” della politica.
Stalin invece rappresentava la figura del paziente e tenace organizzatore del partito e dello Stato, qualità che, temeva Lenin, non sapesse usare con sufficiente ponderazione. Quindi, nessuna proposta di delfinato, per il momento, egli non voleva «nuocere con una preferenza personale troppo marcata, alla coesione del suo partito. […] Anche se già in quel momento era propenso piuttosto per Trotsky, egli doveva nasconderlo per non avvelenare le relazioni tra i dirigenti […]. Non poteva pensare di imporlo come erede»[2].
Lenin, dominato dalla preoccupazione di evitare la scissione nel gruppo dirigente, contemporaneamente si stava preparando a manovrare come gruppo di pressione in vista del XII congresso del partito del 1923, accordandosi con Trotsky, per trascinarlo dalla sua parte. Se questo fosse accaduto – e solo la malattia di Lenin rappresentò l’impedimento – se fosse vissuto più a lungo, «il destino di Trotsky, sarebbe stato diverso»[3]. Lenin pensava di agire in alleanza con lui e altri per condurre la sua battaglia nel partito, con determinazione, intelligenza e abilità nel raggruppare le forze. Se tutto il testamento ruotava attorno all’assicurazione dell’unità del partito, per evitare la scissione, non faceva però alcuna menzione dell’interdizione delle frazioni, che si rivelerà un’arma temibile nelle mani del segretario generale, permettendogli di bloccare ogni libera discussione e di critica identificandola come attività frazionistica. Di tutto ciò Lenin nella sua Lettera al congresso non parlava, il che fa pensare che non vedesse più nel frazionismo un grave pericolo, ora che egli stesso si preparava ad agire come gruppo organizzato dentro il partito.
[1]Cfr., V. I. Lenin, Lettera al Congresso e ultimi scritti, Roma, Editori Riuniti, 1974. In testo è reperibile anche in https://www.marxists.org/italiano/lenin/1922/12/testamento.htm Ne fu data lettura ai delegati del XIII Congresso che si tenne dal 23 al 31 maggio 1924, ma la Lettera al congresso non fu pubblicata sulla stampa.
[2]M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari 1969, p. 97
[3]D. Volkogonov, Trionfo e tragedia. Il primo ritratto russo di Stalin, Mondadori, Milano 1991, p. 107.