È tempo di parlare dei consumi dei ricchi

Sintetizzando, i lavoratori hanno consumato e inquinato meno, mentre i più ricchi hanno inquinato di più. Come è avvenuto concretamente questo? Quali sono i consumi altamente inquinanti dei ricchi? [Stefano Valerio]

L’8 novembre 2022 è apparso su La Stampa un articolo intitolato “Lavoro e salari, la pessima figura dell’Italia: è maglia nera tra i Paesi Ocse. Negli ultimi 10 anni stipendi giù dell’8,3%”, in cui si evidenzia che nei trent’anni compresi fra il 1990 e il 2020 i salari sono diminuiti del 2,9% mentre la produttività è aumentata del 21,9%.

Se il dato sulla riduzione dei salari era largamente e tristemente noto a tutti, forse lo era meno quello sull’incremento della produttività registratosi negli ultimi tre decenni. Ovviamente, il fatto che sia aumentata la produttività significa che per produrre i beni e i servizi acquistabili con il proprio salario dalle lavoratrici e dai lavoratori adesso ci vuole meno tempo di quanto occorresse trent’anni fa. Naturalmente, ciò può essere l’effetto di vari fattori, operanti in maniera separata o combinata: ad esempio, l’introduzione di nuove macchine capaci di ridurre i tempi di produzione o l’intensificazione dei ritmi di lavoro.

Ad ogni modo, nonostante adesso ci vogliano meno ore di lavoro per produrre quanto si può comprare con il salario, la durata della giornata lavorativa negli ultimi trent’anni è rimasta invariata: per ricevere un salario pieno, bisogna lavorare ancora 8 ore al giorno tutti i giorni. Eppure, l’aumento della produttività e la tecnologia avrebbero potuto consentire di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Perché ciò non è avvenuto? Perché si è continuato a lavorare più del tempo necessario per produrre i beni acquistabili con il salario? Tutto questo plus-lavoro che plus-valore ha prodotto? Che plus-prodotto ha alimentato? Tutto questo plus-profitto in quali tipi di industrie si è riversato? In altri termini ancora, quale plus-consumo è stato reso possibile dal fatto di continuare a lavorare le stesse ore di prima anziché usare l’aumento di produttività e la tecnologia come una formidabile arma di liberazione dal lavoro?

È proprio in riferimento a quest’ultima domanda che entra in gioco il tema dei consumi dei ricchi. Infatti, se la produttività è aumentata consentendo di generare una maggiore ricchezza, ma al contempo si si è continuato a lavorare lo stesso numero di ore di prima e i salari sono addirittura diminuiti, non possono che essere aumentati i profitti e i consumi di chi si è appropriato di questi profitti. Si tratta di una questione che sta ormai riscuotendo sempre più attenzione, soprattutto a livello internazionale, e che mette bene in luce come il “contributo” al cambiamento climatico e al riscaldamento globale sia principalmente una questione di classe sociale.

I consumi dei ricchi nel dibattito internazionale e in quello italiano

In un articolo pubblicato su una rivista scientifica alla fine del 2022, il ricercatore francese Lucas Chancel ha messo in evidenza che, a partire proprio dal 1990, a livello mondiale le emissioni inquinanti pro capite sono aumentate del 2,3%. Secondo Chancel, però, questo dato medio nasconde un’ulteriore informazione cruciale: lo 0,01% più ricco ha aumentato le proprie emissioni addirittura dell’80%, surclassando abbondantemente il resto della popolazione globale. Il ricercatore francese va poi avanti e spiega che la metà più povera della popolazione europea, nel trentennio compreso fra il 1990 e il 2020, ha visto persino ridurre le proprie emissioni del 25-30%, proprio come effetto della compressione dei salari. Sintetizzando, i lavoratori hanno consumato e inquinato meno, mentre i più ricchi hanno inquinato di più. Come è avvenuto concretamente questo? Quali sono i consumi altamente inquinanti dei ricchi?

Gli studiosi Gossling e Humpe, in un altro articolo in uscita nel 2023, hanno scritto che “i fattori chiave per le emissioni individuali includono il trasporto ad alto consumo di energia, soprattutto aerei privati e yacht, e la proprietà di più immobili, spesso in diversi continenti”, specificando che quasi i due terzi della cosiddetta “impronta carbonica” dei miliardari è legata proprio al possesso di uno yacht. I due studiosi, infine, hanno anche fatto notare che “c’erano 5245 superyacht di lunghezza fra i 30 e i 180 metri nel 2021, un numero 5 volte superiore ai 1090 yacht in circolazione nel 1990”.

Dunque, tutte quelle ore di lavoro in più svolte nel “terribile” trentennio 1990-2020 e che si sarebbero potute evitare non sono servite ad altro che alimentare i profitti e i consumi di una ristretta cerchia di persone. Consumi, come quelli legati a jet privati, yacht e auto di lusso, che hanno peraltro generato un impatto ambientale disastroso.

Se a livello internazionale, anche nella comunità scientifica, sembra ormai abbastanza consolidata la consapevolezza dell’insostenibilità dei comportamenti di consumo dei più ricchi, in Italia questo tema stenta in qualche modo ad affermarsi. Anzi, qui da noi appare intatta e intoccabile una certa egemonia culturale in virtù della quale la ricchezza privata e la sua libertà di spesa vanno celebrate e sacralizzate, naturalmente senza mai porsi il dubbio che i grandi patrimoni privati detenuti da pochi individui siano proprio il frutto del lavoro di chi vive con un salario. Un esempio? Lo scorso 27 giugno 2022 Mauro Vanetti, autore del bel libro “La sinistra di destra” (Edizioni Alegre, 2019), ha pubblicato un post su Twitter poco dopo il decesso del patron di Luxottica nel quale diceva: “Per commemorare la morte di Leonardo Del Vecchio vi presento il suo yacht, Moneikos, lungo 62 metri. Costa più di quanto guadagnerà la tua famiglia lavorando per un secolo e ogni anno le sue spese di gestione superano i 3 milioni”. Apriti cielo. È intervenuto persino lo scienziato Roberto Burioni, ribattendo che “l’invidia sociale è l’insegna del fallito”. Numerosi altri utenti, poi, esprimendo una vera e propria adorazione per la figura di Del Vecchio, ribadivano in modo vistosamente stizzito il “diritto al lusso” per chi i soldi ce li ha e sottolineavano la “generosità” del patron di Luxottica nei confronti dei propri dipendenti, testimoniata non solo dall’erogazione di bonus, premi di risultato e altre pratiche di welfare aziendale, ma anche semplicemente dal fatto di aver dato loro un lavoro.

Che cosa è successo nel 2022

L’inflazione esplosa lo scorso anno ha determinato un ulteriore tracollo dei salari, che hanno visto il proprio potere d’acquisto già in discesa ridursi ulteriormente. Parallelamente, però, i profitti e i consumi dei più ricchi sono aumentati. Basta leggere i titoli di una serie di articoli facilmente reperibili in rete per rendersene conto. Secondo “alvolante.it”, Ferrari ha avuto “ricavi e ordini da record nel 2022”. Il sito “motori.virgilio.it” intitolava un articolo del 3 agosto 2022 così: “Lamborghini da record, mai vendute così tante auto”. Il 19 maggio 2022, “dailynautica.com” parlava dell’aumento delle vendite di yacht con riferimento a una nota azienda della provincia torinese, scrivendo “Stagione da record per Azimut Benetti: ordini oltre i 2 miliardi di euro”.

Auto di lusso, suv, yacht: i consumi dei ricchi aumentavano nello stesso anno in cui i salari diminuivano. Si dirà che c’è da essere comunque contenti perché nel segmento del mercato del lusso gli stipendi sono maggiori della media. Sono noti, ad esempio, gli alti premi di risultato elargiti ogni anno proprio da aziende come Ferrari e Lamborghini. Dal punto di vista del movimento operaio e sindacale, però, questo sarebbe un modo del tutto sbagliato di ragionare. Primo, perché non tiene conto proprio degli impatti ambientali devastanti di questo tipo di consumi, come già evidenziato in precedenza. Secondo, perché non considera le condizioni di lavoro e retributive che esistono al di fuori di queste pochissime eccezioni e che contribuiscono a generare proprio quei profitti capaci di alimentare questo tipo di produzioni.

Peraltro, non è nemmeno del tutto vero che nel mercato del lusso le retribuzioni siano così più alte della media. Secondo un’indagine svolta nel 2021 dall’agenzia di consulenza Badenoch & Clark, per esempio, le retribuzioni medie annue lorde degli operai nel settore “moda e lusso” ammontavano a 25.153 euro, contro i 25.132 euro medi percepiti dagli operai nel settore-parente “tessile, abbigliamento e accessori”. Infine, come si può leggere a questo link, la stessa azienda produttrice di yacht Azimut Benetti ha pagato nel 2022 un premio di risultato di 2.050 euro, un valore non così distante dalla media nazionale dei premi di produzione.

Conclusione

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (anzi, a un salario persino aumentato, dopo la scure dell’inflazione dello scorso anno) sarebbe davvero la cura per i mali che affliggono il pianeta, dal punto di vista dell’ambiente, del clima e della stessa salute umana. Ormai non si tratta nemmeno più di una questione di giustizia sociale, ma di vera e propria giustizia climatica. È questa, forse, l’unica e ultima politica rimasta per liberare e aumentare il tempo di vita, assicurare a tutte e a tutti un reddito e, allo stesso tempo, abbattere sensibilmente i profitti e i consumi ambientalmente nocivi di una ristretta élite di grandi inquinatori.

Le mobilitazioni di queste ultime settimane in Francia contro la riforma delle pensioni di Macron sono un esempio concreto di lotta proprio per ridurre il tempo dedicato al lavoro nell’arco dell’intera vita, mantenendo però intatto il diritto a un reddito e alla pensione. Emblematico, da questo punto di vista, uno striscione apparso oltralpe che diceva: “Amicizia, amore, sesso, arte, sport, natura… I ricchi ci rubano il tempo per vivere”. Si potrebbe aggiungere che i ricchi minacciano le stesse condizioni di abitabilità e vivibilità del pianeta.

Nel suo ultimo libro, intitolato per l’appunto “Solo i più ricchi”, lo studioso americano Douglas Rushkoff racconta di essere stato recentemente invitato da un gruppo di persone super-ricche a fornire loro una consulenza su diverse ipotesi di fuga e salvataggio nel caso in cui il cambiamento climatico dovesse manifestarsi sempre più attraverso eventi catastrofici. Emerge allora come alcuni di questi super-ricchi stiano già provvedendo alla costruzione di bunker privati sotterranei in cui rifugiarsi, tenendo per sé l’accesso alle riserve di cibo. Se uno scenario simile può apparire inquietante o improbabile, è però al tempo stesso rivelatorio – come dice anche Rushkoff – della mentalità con cui “ragionano” queste persone: piuttosto che distribuire le risorse e rallentare la corsa al profitto, è preferibile considerare concretamente l’ipotesi della catastrofe e muoversi nella direzione di una salvezza del tutto individuale.

Contro questo tipo di progetti, apparentemente assurdi ma al tempo stesso già capaci di produrre effetti reali, bisogna allora usare l’immaginazione per provare a costruire un altro mondo possibile. E pazienza se in questo tipo di mondo dovesse sparire l’industria del lusso: i suoi addetti verrebbero riassorbiti nella produzione di quanto occorre alla larga maggioranza della popolazione, lavorando peraltro meno ore e conservando il salario attuale. Suona strano? Suona folle? Forse sì, ma a ben vedere lo è meno del preteso “realismo capitalista”, per dirla con Mark Fisher, dei super-ricchi.