Un primo bilancio del congresso Cgil

di Francesco Locantore

Il congresso Cgil ha ormai superato la fase delle assemblee di base, quelle che avrebbero dovuto coinvolgere le iscritte e gli iscritti al sindacato nei luoghi di lavoro ed è possibile fare quindi un primo bilancio. La commissione nazionale per il congresso ha mandato lo scorso 28 dicembre una circolare alle strutture con i primi dati raccolti, che devono essere intesi ancora come dati provvisori, secondo i quali avrebbero espresso il loro voto 1.339.590 lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, su un totale di 4.931.458 iscritte/i alla Cgil. Una partecipazione quindi del 27% circa degli aventi diritto al voto, solo di poco inferiore a quella del congresso del 2018. Il documento «Il lavoro crea il futuro» presentato dalla segreteria nazionale ottiene il 97,6% dei consensi, mentre il documento «Le radici del sindacato», che anche i/le compagni/e di Sinistra Anticapitalista che sono militanti sindacali nella CGIL hanno sostenuto, ottiene il 2,4%.

Il dato sulla partecipazione al voto, circa un/a iscritto/a su quattro, sarebbe di per sé già basso e dovrebbe essere indice di un problema che il gruppo dirigente farebbe bene a porsi, se non fosse in gran parte disinteressato a costruire un sindacato di lotta, in cui il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori dovrebbe costituire il vero punto di forza. 

La partecipazione reale però, come ben sa chi ha partecipato attivamente alle assemblee di base presentando uno dei due documenti in discussione, è ben al di sotto delle cifre ufficiali. Sono state molti i casi di assemblee deserte che sono state annullate, tantissime altre si sono svolte con pochissimi partecipanti, spesso neanche le rappresentanze sindacali della stessa Cgil sul posto di lavoro. La maggior parte dei voti ottenuti sono stati raccolti da iscritti che non hanno neanche partecipato alla discussione, recandosi a votare ad assemblea conclusa. 

Questo almeno è quanto è stato possibile rilevare nelle assemblee dove erano presenti i relatori di entrambi i documenti congressuali. Nella maggior parte delle assemblee invece, dove era presente soltanto il relatore del documento di maggioranza, si sarebbe verificata una partecipazione ben più alta, che ha gonfiato il dato complessivo in maniera alquanto sospetta. In alcune situazioni i gruppi dirigenti hanno dimostrato di non avere il senso del ridicolo, intestandosi partecipazioni al voto (ovviamente tutti per il documento Landini) della quasi totalità degli iscritti. Solo nel Lazio ad esempio la Filcams fa registrare una partecipazione al voto di oltre l’81% degli iscritti! 

Così, invece di porsi il problema dello scarso coinvolgimento degli iscritti nella vita democratica del sindacato, i gruppi dirigenti scelgono di occultare la situazione reale e perdono un’occasione per riflettere su come effettivamente rilanciare il movimento sindacale e coinvolgere in modo attivo e partecipe i lavoratori e le lavoratrici. Il congresso attesta che il sindacato è ancora saldamente dominato da una burocrazia in gran parte impermeabile alle istanze di lotta che abbiamo portato nel dibattito. 

Il consenso plebiscitario ottenuto dalla segreteria si è già rivelato effimero e poco utile per il sindacato, vista l’adesione al minimo storico agli scioperi generali regionali del dicembre scorso contro la prima legge di bilancio del governo Meloni. Spesso le relazioni della maggioranza nelle assemblee di base rimanevano impantanate nella «equidistanza» di Landini tra le forze politiche, con l’idea che per rimanere in sintonia con i lavoratori bisognava valutare i provvedimenti del nuovo governo nel merito e senza pregiudizi. Così si è rinunciato a preparare i lavoratori allo scontro, a spiegare che le destre sono sempre nemiche della classe lavoratrice e in particolare lo è questa destra postfascista, che combina l’attacco reazionario ai diritti civili, alle donne, ai migranti, ai giovani, con le politiche neoliberiste nel quadro dell’austerità europea.

Così il sindacato si è esposto agli attacchi scontati del governo, come quello portato dalle colonne del Foglio dal ministro Valditara. Il ministro ha buon gioco nello schernire la crisi del sindacato, visto che l’adesione media agli scioperi di dicembre nelle scuole è stata al di sotto del 2%. Questi attacchi rischiano di far presa su una fascia sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori, che non partecipano agli scioperi perché sono sempre più percepiti come inutili, senza continuità, costruiti senza convinzione da parte degli stessi gruppi dirigenti sindacali.

E’ proprio questo uno dei punti centrali portati nel dibattito delle assemblee congressuali dalle compagne e dai compagni del documento politico alternativo «Le radici del sindacato», sostenendo la necessità di ricostruire pratiche di sindacalismo conflittuale e di classe.

L’esiguo consenso in termini percentuali registrato al documento alternativo – che secondo il comunicato della commissione si attesta al 2,4% – è una diretta conseguenza dei numeri gonfiati della partecipazione al voto. Dietro questa percentuale ci sono però oltre 32.000 voti veri di lavoratrici e lavoratori, conquistati nonostante la chiusura burocratica che non ha permesso a chi non era già membro di un direttivo di presentare il documento alternativo nelle assemblee sui luoghi di lavoro. Questi voti testimoniano in gran parte non una delega ad un settore sindacale di avanguardia, costituito dai militanti e dalle militanti che hanno presentato «Le radici del sindacato» nelle assemblee di base, ma una disponibilità a partecipare in prima persona e a lottare di tante e tanti.

Dietro l’esigua percentuale del secondo documento c’è anche di più, perché nelle assemblee di base, dove il dibattito c’è effettivamente stato, abbiamo assistito a consensi ben più ampi di quelli registrati dal voto alle nostre posizioni radicali.

Queste disponibilità e questi consensi consegnano una importante responsabilità ai promotori del documento alternativo. Ora si tratta di costruire un’area sindacale di opposizione in Cgil più larga, più efficace nel dibattito interno agli organismi direttivi del sindacato ma soprattutto più radicata nei luoghi di lavoro, tra le delegate e i delegati, capace di promuovere e costruire conflitto per riconquistare diritti e salario contro il carovita, la precarietà del lavoro e la disoccupazione, anche indipendentemente dall’immobilismo e dalla subalternità della maggioranza degli organismi dirigenti. Bisogna costruire un’area sindacale capace di connettersi ai movimenti sociali in piedi nel Paese, con le lotte delle donne contro la violenza maschile, con quelle dei giovani contro il cambiamento climatico e per una scuola democratica e indipendente dalla logica di sfruttamento dell’impresa, con quelle dei migranti per l’accoglienza e l’integrazione di tutte e tutti. Insomma bisogna raccogliere il testimone di ciò che hanno fatto i nostri compagni del collettivo di fabbrica GKN da un anno e mezzo a questa parte: costruire l’insorgenza e la convergenza dei movimenti sociali.

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