Per una campagna sul salario e contro il carovita 

di Armando Morgia e Franco Turigliatto

 Il nuovo anno è cominciato con il tasso di inflazione a doppia cifra e un governo italiano che appare non solo impreparato ed impossibilitato ad intervenire, ma che vi ha contribuito direttamente ristabilendo le accise sulla benzina dal 1 gennaio. 

I titoli a piena pagina dei giornali si sprecano: “E’ record di aumenti”, “Cara casa”, “La maxi inflazione di mangia i salari”, “La stangata da 13 miliardi” “Il caro energia fa due milioni di poveri “ “L’Italia è maglia nera in Europa”. 

L’inflazione in assenza di strumenti automatici di rivalutazione dei salari e degli stipendi, determina un massiccio impoverimento di tutte le lavoratrici/tori, sia quelli stabili che quelli precari, per non parlare dei disoccupati e produce un drammatico peggioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. Rappresenta contemporaneamente per alcuni settori borghesi, anche se non tutti, un ulteriore fonte di arricchimento, amplificando ancora la polarizzazione sociale. 

Alcuni dati

I prodotti energetici in dicembre sono cresciuti del 64,7%, trascinando con sé l’aumento di tutti i prodotti; l’inflazione complessiva viaggiava alla fine dell’anno al 12,3%, con il cosiddetto carrello della spesa arrivato al 12,6%. L’inflazione media del 2022 è stata dell’8,1%, la cifra più alta dal 1985. L’Istat, sulla base di stime preliminari, ritiene che l’inflazione acquisita per trascinamento per il 2023 sia pari al 5,1%.  Alimentari, bevande e soprattutto verdure (arrivate anche a un +25%) hanno avuto un aumento superiore alla media, tanto che la Coldiretti stima in 13 miliardi quanto hanno speso gli italiani in più per poter mangiare: +6,6% a fronte di una riduzione di acquisti del 6,3%! La Federdistribuzione teme una “crisi dei consumi” con le famiglie costrette a tagliare non solo il presunto superfluo, ma sempre più la spesa alimentare, ed in particolare le verdure che sono essenziali per il benessere delle persone.

Crescono i mutui per effetto dei tassi variabili e le nuove norme che prevedono la possibilità di passare a tassi fissi, non potranno avere grande efficacia anche perché  anche questi sono cresciuti di molto per chi vi accede oggi.  Contemporaneamente aumentano i canoni di affitto che nelle grandi città superano anche del 10%.

Su quanto varrà la stangata nel 2023 ci sono varie stime. Per intanto si calcola che il solo aumento dei prodotti energetici comporterà una spesa in più di 1800 euro all’anno.; gli analisti introducono la categoria dei cosiddetti poveri energetici, 2, 2 milioni di persone , di cui solo una piccola parte ha ottenuto il modesto bonus previsto del governo per scarsa informazione o complessità delle procedure per ottenerlo (il 61% sono donne) coinvolgendo non solo il sud, ma anche le altre regioni del paese. Il Codacoms, mettendo insieme gas, rialzo dei mutui, cibo, aumento dei prezzi di trasporto pubblico (che potranno arrivare in alcuni casi anche al 30%) quantifica una spesa complessiva di 2400 euro in più all’anno, ma questa cifra potrebbe ulteriormente rialzarsi a seconda  dell’andamento delle bollette. L’Unione Consumatori per una coppia con due figli, stima la maggiore spesa in 2766 euro, ma altri ancora calcolano cifre superiori ai 3 mila euro.

Il governo, rimangiandosi le promesse elettorali, ha confermato l’inevitabilità della reintroduzione delle accise sulla benzina limitandosi ad introdurre alcune norme palliative , tra cui la cosiddetta trasparenza sui prezzi del carburanti alla pompa.

Né bisogna mai dimenticarsi che i 21 miliardi contenuti nella finanziaria per limitare i danni dell’inflazione per le aziende (soprattutto) e le famiglie sono solo un modesto palliativo e che hanno una copertura che scade il 31 marzo. 

Salari, stipendi e pensioni 

Ma veniamo ai salari e agli stipendi: sappiamo che i salari italiani sono fermi da 30 anni e che sono tra i più bassi di tutta Europa. Sono 591 i contratti nazionali di lavoro scaduti il 31 dicembre 2022, ma soprattutto se si guarda ai 30 contratti più importanti  più della metà dei lavoratori del privato (6,8 milioni su 12, 8milioni) non hanno ancora avuto il rinnovo, tra cui tutto il comparto del turismo, ristorazione e commercio. Ma non è solo questo; anche i contratti che sono stati rinnovati hanno stabilito degli aumenti salariali del tutto risibili rispetto a quella che è la dinamica inflazionista, anche perché sono stati definiti in base al famigerato indice IPCA dell’aumento dei prezzi, un indice introdotto nel 1992 sulla  base di una media europea, ma da cui, nel 2009, sono stati esclusi i prodotti energetici importati (vedete la lungimiranza di padroni e governo !) e quindi ben lontani dal rappresentare la realtà inflazionista. [1]

Per quanto riguarda le lavoratrici/tori del pubblico impiego e della scuola, oltre 3 milioni di persone, hanno avuto in novembre il rinnovo dei contratti di lavoro scaduti da molti anni  che ha stabilito un aumento stipendiale di poco inferiore al 4%. Se si pensa al tasso di inflazione attuale si capisce subito che a queste categorie è stata “garantita” una riduzione dei loro stipendi. Ma non basta, la legge di bilancio avrebbe già dovuto finanziare i contratti dei dipendenti pubblici per il periodo dal 2022 al 2024, ma il governo ha pensato bene di non stanziare nemmeno un euro. Scrive il Sole 24 ore, partendo dallo stesso indice IPCA:  la sua variazione media annua nel 2022 è dell’8,7% con una variazione complessiva su base annua del 12, 3%: una dinamica del genere farebbe salire sopra i 24 miliardi il costo dei contratti del 2022/2024, anche mantenendo per il 2023 e 2024 le stime ormai irrealistiche scritte nei documenti di finanza pubblica”.

Per venire alle pensionate e pensionati; come è noto l’indicizzazione delle pensione, cioè il loro adeguamento all’aumento del costo della vita è stato calcolato al 7,3% a partire da 1° gennaio 2023; una percentuale del tutto inferiore al reale tasso di inflazione. Ma anche in questo caso il governo ha fatto peggio, anzi ha compiuto un atto, che in altri periodi avrebbe suscitato una generale mobilitazione non solo dei sindacati, ma di tutto il paese, ha deciso con la finanziaria di ridurre drasticamente questa perequazione per 4 milioni di pensionate/i, facendo cassa per circa 3,7 miliardi di euro. E’ stata la risorsa più consistente per finanziare la legge di bilancio e quindi i 12 condoni fiscali previsti per le categorie private, amiche del governo attuale. La spesa pensionistica del 2023 calcolata in crescita in 22,3 miliardi (+7,5%) dovrebbe in realtà crescere di altri 2 miliardi se fosse calibrata in base all’inflazione effettiva, quella determinata dall’indice FOI (indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati).

Occorre segnalare poi la contraddizione particolarmente drammatica che contrappone le lavoratrici/tori domestiche/i (badanti, colf e baby sitter) a cui dal 18 gennaio dovrebbe scattare un adeguamento del 9,2% pari all’80% dell’inflazione  sulle retribuzioni minime (già percepiscono retribuzioni molto basse e il 60% inoltre è in nero) e le famiglie che le occupano. Molte di queste (non parliamo di quelle ricche ed agiate) sono strette a loro volta nella morsa  della mancanza di adeguati servizi pubblici sociali, del carovita generale che li colpisce e dal dover affrontare un aggravio delle retribuzioni. Solo un intervento pubblico potrebbe dirimere il problema, ma il governo ha già annunciato che non interverrà.  

Sulla triste sorte dei lavoratori dipendenti si sono espressi con parole accorate anche il Presidente del Cnel, Treu e la ex Presidente di Confindustria ed imprenditrice dell’acciaio Marcegaglia che ha sostenuto. “un tavolo sui salari o in Italia il lavoro diventerà povero”.

Il punto di riferimento dei due soggetti è, guarda caso, il tavolo del governo Ciampi che nel 1993, abolì completamente la scala mobile dei salari e istituì quella concertazione che è stata il punto di partenza di una inarrestabile discesa dei salari stessi. Ed infatti quello che propone la Marcegaglia è solo un taglio più consistente del cuneo fiscale, per dare un piccolo respiro ai salari, a spese dello stato e quindi in ricaduta sulla spesa sociale, per alleggerire la pressione che potrebbe salire nei luoghi di lavoro sui padroni per rivendicare retribuzioni più alte. 

L’inflazione questa sconosciuta

La cause dell’inflazione sono molteplici e sono strettamente correlate ai meccanismi del sistema economico  capitalista e alle sue contraddizioni; lo erano in passato e lo sono tanto più dentro questa crisi epocale. La guerra in Ucraina ha certamente avuto una influenza importante, producendo una forte impennata dei prodotti energetici, ma l’inflazione ha cause anche più profonde collegate alla struttura del capitalismo mondiale che già mostrava i segni di una crisi profonda e che è stata sottoposta ai processi di ristrutturazione e riorganizzazione  determinati dalla grande crisi pandemica. 

Era difficile ed errato pensare che la scelta di impedire una recessione distruttiva, garantendo il mantenimento di certi livelli di consumi attraverso giganteschi aumenti del debito pubblico, scelta operata in po’ tutti i paesi, evitando di far pagare alle classi superiori i costi della crisi pandemica (alcuni anzi si sono ulteriormente arricchiti a dismisura), non si traducesse nel breve/medio periodo in una vorticosa impennata inflazionista simile ad altri crocevia storici (vedi gli anni ’70). 

Dopo aver negato i rischi di una crisi inflazionista o di averla considerata del tutto transitoria, le autorità monetarie non hanno trovato di meglio che usare il solito strumento per cercare di strozzarla, l’aumento dei tassi di interesse, che per ora hanno dato modestissimi risultati, ma che rischiano di provocare una più forte recessione. 

E come in ogni situazione del genere, l’inflazione ha un effetto potenzialmente distruttivo sulle classi lavoratrici mentre è un elemento di possibile forte guadagno per quelle imprese e quei capitalisti in grado di poter determinare il prezzo delle materie prime e dei diversi prodotti. Non è solo e soltanto la cosiddetta speculazione, che pure esiste, ma è il semplice meccanismo della concorrenza e del mercato capitalistico che la produce: molti padroni hanno la possibilità di mettere in atto una scala mobile dei profitti. In quest’ultimo anno non solo le imprese energetiche e le banche, ma anche molte imprese manifatturiere, a partire da Stellantis e dai marchi del lusso hanno fatto grandi guadagni ed elargito lauti dividendi ai loro azionisti.

E i governi non hanno potuto e soprattutto voluto fare  molto poco, anche perché per intervenire più in profondità nei meccanismi del sistema si sarebbero dovuto fare incursioni nella proprietà capitalista, a partire dalla pubblicizzazione delle aziende dell’energia. 

Meglio prendersela con i più poveri, percettori del reddito di cittadinanza o con i migranti, come ha fatto il governo Meloni.

Una campagna sul salario e contro il carovita 

Una grande campagna sul salario avrebbe dovuto essere messa in piedi già da alcuni anni dalle grandi organizzazioni sindacali; sarebbe servito non solo a recuperare una parte almeno di quanto i capitalisti avevano rubato alle lavoratrici e ai lavoratori, a garantire una vita più degna, ma anche a rendere più forte ed unita la classe operaia ed avrebbe costituito un argine all’avanzata delle forze delle destre. Altre sono state le scelte delle burocrazie sindacali, che anche in questo autunno, quando pure era molto chiaro quanto stava avvenendo sul terreno economico, che cosa rappresentasse e facesse il governo delle destre, hanno scelto la passività e l’attesa, lasciando via libera a Meloni e company e alla loro finanziaria nemica delle lavoratrici e dei lavoratori. Una mobilitazione della classe operaia avrebbe potuto coinvolgere più vasti settori popolari, essere punto di riferimento per una comune battaglia sui luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle città contro il carovita. 

Quel che non è stato fatto prima, deve essere fatto oggi, anche se si parte da condizioni più difficili. La battaglia e la lotta per la difesa dei salari e degli stipendi, per garantire un decente livello di vita per le classi lavoratrici va costruita da subito. L’assurda idea delle direzioni sindacali di ricercare un accordo con la Confindustria per fronteggiare insieme le scelte del governo, non va da nessuna parte, se non produrre nuovi danni ai lavoratori.

Serve una nuova mobilitazione per chiedere consistenti aumenti salariali, per garantire un salario minimo per tutti, ma anche per imporre una nuova indicizzazione degli stipendi, una nuova scala mobile, l’unica che può impedire una continua rincorsa alla inflazione. E questa indicizzazione deve essere fatta non in base all’indice IPCA del tutto fasullo, ma utilizzando invece l’indice FOI, molto più rappresentativo della realtà. Bisogna riconquistare quello che si aveva negli anni ’70, che si è cominciato a perdere negli anni ’80 e che si è perso del tutto con l’accordo sulla concertazione agli inizi degli anni 90.

I soldi vanno presi là dove ci sono, e sono tanti, ai padroni, con le lotte sui luoghi di lavoro, con una riforma fiscale che colpisca veramente progressivamente tutti i redditi compresi quelli da capitale, e tanto più una patrimoniale che faccia pagare le grandi fortune. Questa è la vera alternativa politica e sociale per garantire una spesa pubblica, sanità, scuola, trasporti al servizio della collettività.

Questa è la strada per costruire un movimento più ampio sul carovita che abbia una vasta base sociale di massa anche sui territori. 

Una campagna contro il carovita dai connotati ecosocialisti e internazionalisti, contro un attacco ai salari che coinvolge la classe in tutta Europa.

Una campagna che sullo slogan della convergenza e dell’insorgenza sia capace di creare connessioni tra la rivendicazione dei diritti sociali e civili.

Una campagna contro ogni sfruttamento, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e contro lo sfruttamento dell’uomo sul pianeta, che sta avendo effetti devastanti con i cambiamenti climatici.

Una campagna che sia lo spazio comune di chi lotta ogni giorno per arrivare alla fine del mese e di chi lotta contro la fine del mondo.

 [1] Si tratta del famoso Accordo Quadro sulla Riforma degli Assetti Contrattuali firmato nel 2009 dal Governo e le Parti sociali, cioè la Confindustria e le altre associazioni padronali e i maggiori sindacati.

 Scrive il Manifesto “Molto più preoccupanti, per Giogia e Giorgetti…. sono le misure congiunte che la BCE ha già annunciato: stretta sui tassi a colpi di 50 punti base a partire da marzo per un numero imprecisato di volte entro i prossimi sei mesi, fine degli acquisti di titoli italiani da parte della BCE e progressiva vendita di quelli acquistati. Il timore o più precisamente il terrore dei governanti è che le due misure combinate strozzino la crescista bloccando gli investimenti privati, senza che il governo possa mitigare gli effetti della crisi ricorrendo al deficit, data l’impennata dei rendimenti. Un quadro complessivo che rende il rischio di crisi sociale a breve assolutamente concreto”.

 Con un ulteriore precisazione, che gli aumenti salariali devono essere protetti contro il cosiddetto fiscal drag,  quel meccanismo per cui i salari salgono nominalmente, per altro anche al di sotto dell’inflazione reale, finendo in uno scaglione superiore di reddito, che comporta il pagamento di una aliquota fiscale superiore; questo meccanismo produce una vera beffa, il salario aumenta formalmente, ma in realtà la tassa più alta vanifica l’aumento e penalizza il salario reale. Esiste un vecchio decreto del 1992 che la CGIL propone di riattivare, che regolava la indicizzazione automatica di tutte le detrazioni percepite dai dipendenti pubblici e privati; questa indicizzazione da sola sarebbe valsa già due anni fa circa 25 miliardi in più per i salari. 

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