Genova, un laboratorio per la repressione

Reato di antifascismo, università con l’elmetto e vigili urbani d’assalto [Sinistra Anticapitalista Genova]

…e quando è arrivata la polizia

quei quattro straccioni han gridato più forte,

di sangue han sporcato il cortile e le porte,

chissà quanto tempo ci vorrà per pulire!

(Paolo Pietrangeli – “Contessa”)

La repressione di oggi si lega a quella di ieri e dell’altroieri. Oggi: cinquanta compagni sotto processo per avere contestato il 23 maggio 2019 un comizio fascista, la polizia urbana che sgombera un centro sociale di lunga tradizione, dieci studenti sotto procedimento disciplinare per avere partecipato a un’occupazione dell’università. Ieri (23 maggio 2019): il Comune, sordo a tutti gli appelli contrari, autorizza un comizio in pieno centro cittadino di Casapound, i “fascisti del terzo millennio”; le “forze dell’ordine”, oltre a mettere in campo un formidabile schieramento a difesa dei fascisti, bombardano di gas lacrimogeni le migliaia di manifestanti antifascisti e quindi partono alla carica picchiando violentemente, insieme ai manifestanti, anche un giornalista che stava facendo il suo lavoro. È per quella manifestazione che oggi una cinquantina di compagni sono accusati di “resistenza aggravata” e altri reati. Anche se la Costituzione vieta “la riorganizzazione del disciolto partito fascista”, anche se la legge punisce l’apologia di fascismo, rovesciando il senso delle regole si garantisce agibilità ai fascisti e si considera reato l’antifascismo militante.

Ma l’uso della repressione a Genova non è una novità. Tornando all’altroieri (al 2001, alle oceaniche manifestazioni contro il G8) ricordiamo le camionette lanciate contromano a 70 km/h contro i manifestanti, il bombardamento di gas lacrimogeni dall’elicottero, lo sparo che uccise Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” e le prove fasulle portate dalla polizia alla scuola Diaz, le torture alla caserma di Bolzaneto, le cariche violente contro i cortei, i pestaggi criminali dei “forzuti dell’ordine” contro chiunque avesse l’aspetto di un probabile manifestante. In quella occasione era il Vicepresidente del Consiglio, il postfascista Gianfranco Fini, che dirigeva le operazioni (mentre il Ministro degli Interni, Claudio Scajola, attualmente sindaco di Imperia, era occupato ad acquistare l’arredamento della sua nuova casa romana e volutamente si disinteressava degli eventi). I responsabili di quelle repressioni violente e crudeli solo in qualche caso furono processati, ma spesso assolti o al massimo condannati a pene molto lievi, e alcuni di loro anche promossi a posizioni più importanti. Quei metodi hanno fatto scuola e i lacrimogeni lanciati in piazza Corvetto il 23 maggio 2019 avevano lo stesso odore di quelli del G8, i manganelli che colpivano i manifestanti avevano la stessa durezza. Per la cronaca, i 4 poliziotti che il 23 maggio 2019 si sono accaniti contro il giornalista Stefano Origone procurandogli diverse fratture, ferite e un trauma cranico hanno avuto una ridicola condanna a 40 giorni, che significa che non andranno in galera neanche per un minuto. Lo Stato non condanna se stesso. Non sconfessa e tanto meno smantella i suoi strumenti di repressione.

Offrono agibilità politica ai fascisti e incriminano gli antifascisti perché il fascismo è connaturato al capitalismo. Finché riescono a dirigere l’economia e i rapporti sociali con mezzi pacifici e democratici, facendo prevalere la loro ideologia di primato della proprietà e del profitto, mostrano un volto democratico. Ma, come dimostra la storia italiana, europea e di altri continenti, quando il dominio degli interessi capitalisti viene messo in discussione le squadracce fasciste, i militari golpisti e i gruppi politici di estrema destra sono utilissimi per fare il lavoro sporco; e gli apparati statali di repressione mostrano “l’altra faccia della medaglia” delle istituzioni democratiche. Leggi e costituzione antifascista vengono, naturalmente, dimenticate. Questo vale anche per Genova, dove le contiguità fra giunta comunale di destra e diversi gruppi fascisti sono state ben documentate dall’inchiesta “Genealogia del fascismo in città” [1] condotta da Genova Antifascista.

Il processo (invisibile) ai manifestanti di Piazza Corvetto

Il processo ai manifestanti di Piazza Corvetto è il segno più evidente della degenerazione repressiva e fascistizzante della politica cittadina. Non a caso, la stampa cittadina mantiene un silenzio assordante su questo processo: come se non esistesse. Evidentemente, non avendo argomenti con cui criminalizzare o delegittimare gli antifascisti, preferiscono che i cittadini non vengano neppure informati. Un processo a cinquanta persone con imputazioni gravissime non riceve sui giornali nemmeno lo spazio solitamente dedicato a chi ruba due mele al supermercato. Questa congiura del silenzio mostra il ruolo della “informazione” come complice di una politica repressiva e fascistizzante. Il processo ai manifestanti antifascisti, dicevamo, è il tassello più grave di questa degenerazione della politica cittadina, ma non è l’unico. Sempre sul piano giudiziario vanno ricordate le perquisizioni e l’indagine in corso, addirittura con l’assurda accusa di associazione a delinquere, dei compagni portuali del CALP protagonisti delle lotte contro il commercio di armamenti destinati alla guerra dell’Arabia Saudita in Yemen. [2]

Un altro tassello è lo sgombero, avvenuto lo scorso 8 ottobre, del centro sociale occupato e autogestito Terra di Nessuno, che da 25 anni conduceva attività culturali, ricreative e sociali in un quartiere semiperiferico del tutto privo di altre attività culturali di alcun genere. Il valore sociale delle attività svolte nel CSOA Terra di Nessuno era ampiamente riconosciuto in città (perfino ufficialmente in una sentenza del TAR!) ma per la giunta comunale di Genova e in particolare per gli assessori leghisti chiudere il Terra di Nessuno era un punto d’onore. Non potevano tollerare un centro di cultura alternativa e di socialità non mercificata in un quartiere in cui la Lega guadagna i suoi consensi elettorali con una propaganda xenofoba, condita di islamofobia e di razzismo.

Un centro sociale antirazzista, antifascista, dalle pratiche inclusive è per loro una ferita, una minaccia alla loro mentalità autoritaria, reazionaria e sciovinista. Probabilmente pensano davvero di essere loro quelli “normali” e di avere perciò il diritto di reprimere tutti quelli “diversi”, le “zecche” che portano il pericoloso virus di una cultura alternativa. È questa la “cultura” (ma sarebbe meglio dire l’ignoranza) dei leghisti. Per sgomberare il Terra di Nessuno hanno mobilitato all’alba un plotone della Polizia Locale. Sì, gli ex vigili urbani, i cantuné com’erano chiamati in genovese: guardie di vicinato, che sorvegliavano gli attraversamenti stradali delle vecchiette e dei bambini, solitamente ben inseriti e ben accetti nel tessuto sociale, coi quali al massimo ci si arrabbiava quando ci davano una multa per divieto di sosta. Da qualche anno sono stati trasformati, per decisione comunale, in una vera e propria polizia urbana, spesso sguinzagliata a reprimere gli extracomunitari e i clochard che “offendono il decoro urbano”, e ora a sgombrare un centro sociale dai meriti riconosciuti ma colpevole… di anticonformismo.

L’università con l’elmetto che castiga gli studenti che lottano

Altro tassello della degenerazione fascistizzante della politica genovese è il procedimento disciplinare avviato dall’Università di Genova contro dieci studenti che avevano partecipato, nella scorsa primavera, all’occupazione del Dipartimento di Scienze della Formazione: un importante momento di lotta e di apertura di uno spazio di discussione, di cui a suo tempo avevamo parlato in questo sito. [3] Ora, a distanza di molti mesi, l’ateneo avvia una sorta di processo (per presunti danni all’edificio che sarebbero avvenuti durante l’occupazione) contro dieci studenti “identificati” non per avere commesso questi ipotetici fatti, ma solamente perché “conosciuti” per le loro posizioni politiche. Per comprendere la gravità di questo fatto, consideriamo che nei decenni passati le lotte studentesche talvolta venivano represse dalla polizia o dalla magistratura, ma dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla proclamazione della Repubblica crediamo sia la prima volta che un’università si assume in proprio la responsabilità di perseguire i suoi studenti e comminare loro sanzioni disciplinari per motivi politici. Naturalmente le sanzioni disciplinari per motivi politici a studenti o docenti erano una pratica comune delle università in periodi storici precedenti, ma appunto, si torna ora alla prassi di periodi storici pre-democratici.

Non è del tutto sorprendente, però, che questo ritorno a prassi pre-democratiche abbia luogo proprio in Unige, il cui attuale rettore è stato in passato capogruppo di Forza Italia nel Comune di Savona, presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Savona, e ha stretti rapporti con Confindustria. Unige è un’università con l’elmetto, che in maggio ha organizzato un convegno sulla “evoluzione della difesa italiana” col Ministro della Difesa quale oratore principale, [4] che ha un centro di ricerca su “sicurezza, rischio e vulnerabilità” e un dottorato su “security and strategic studies”. Il ritorno a pratiche repressive di tempi pre-democratici è del tutto coerente con un progetto di università al servizio dei padroni e dell’esercito, sempre meno attenta ai bisogni degli studenti (in particolare di quelli che non godono del sostegno di una famiglia che può mantenerli agli studi) e sempre meno interessata a promuovere ricerche e cultura che non siano mercificabili.

Come resistere alla macchina repressiva

In sintesi, le politiche repressive della magistratura, del comune e dell’università si configurano nel loro insieme come una grande macchina di “normalizzazione” della vita sociale della città e di criminalizzazione del dissenso. Che cosa si può fare per resistere alla macchina repressiva?

In primo luogo, è importante non lasciarsi intimidire. Le rivendicazioni e le lotte non devono fermarsi. È giusto continuare a rivendicare lo scioglimento delle organizzazioni fasciste e la chiusura delle loro sedi, diffondere cultura antifascista e memoria storica, denunciare le connivenze della giunta comunale genovese con gruppi fascisti e mobilitarsi attivamente contro eventuali nuove provocazioni di questa marmaglia. È giusto continuare a lottare contro le guerre e il commercio di armi. È giusto rivendicare, e praticare, l’uso di spazi che il capitalismo non sa e non vuole utilizzare per attività finalizzate alla piena realizzazione delle persone anziché alla realizzazione di profitti. È giusto continuare a lottare “per un’università pubblica, universale, popolare”, come hanno lasciato scritto gli studenti accanto alla porta d’ingresso del dipartimento occupato. La repressione, lungi dal piegarci, deve semmai moltiplicare le nostre energie.

In secondo luogo, la repressione va combattuta sul suo stesso terreno. Questo non significa semplicemente affidarsi al lavoro, pur importantissimo, degli avvocati che difendono i compagni smontando nei processi le accuse. È necessario combattere la repressione con la controinformazione facendo sapere il più possibile ciò che sta accadendo; raccogliere denaro per la cassa di solidarietà antifascista; organizzare iniziative pubbliche, presidii, possibilmente (anche se la situazione di pandemia non ci aiuta) manifestazioni contro la repressione. Coagulare consenso in difesa del diritto al dissenso. E non smettiamo di rivendicare la cancellazione del Decreto Salvini (il decreto legge 113 del 2018) con norme che delegittimano le lotte sociali e ne facilitano la repressione. L’antifascismo non si processa, le lotte sociali non si processano! Questa rivendicazione deve essere portata avanti con forza non solo localmente, ma a livello nazionale.

In terzo luogo, occorre prendere coscienza di chi è l’avversario e di come occorre comportarsi nei suoi confronti. Il sistema capitalista è un avversario forte e agguerrito, che se va in difficoltà riceve l’aiuto dell’UE; ha un governo presieduto dal più illustre dei banchieri e sostenuto dalla quasi totalità del Parlamento, e localmente ha un presidente di regione e un sindaco reazionari e saldamente aziendalisti. Sanno approfittare anche della pandemia per aumentare i profitti dei soliti capitalisti, aggravare le differenze di classe e distruggere lo stato sociale. Per resistere agli attacchi di un tale avversario, per condurre lotte efficaci che portino a qualche conquista, non ci possiamo permettere di procedere divisi. L’unità e la solidarietà di classe sono necessarie. Al di là delle ovvie differenze di funzione (organizzazioni politiche, sindacati, associazioni, centri sociali, collettivi…), al di là delle inevitabili divergenze di idee e di strategie, è necessario rendersi conto che, nella lotta di classe, c’è chi sta da una parte e chi dall’altra; è necessario che tutti sappiano riconoscere quale sia la “nostra” parte e colpire uniti. La concorrenza tra piccoli gruppi che cercano di emergere l’uno a scapito dell’altro, la presunzione autoreferenziale, il settarismo sono i migliori regali che possiamo fare all’avversario. In un quadro di unità di classe le differenze sono una ricchezza, ma in un quadro di competizione diventano inevitabilmente un fattore di debolezza. Prendiamo esempio dal collettivo della GKN, che in ogni occasione ripete “insorgiamo” e “convergiamo”! È davvero così: per riuscire a resistere e addirittura a insorgere è necessario convergere. A Genova abbiamo avuto qualche momento positivo di effettiva unità di classe: lo sciopero unitario dei sindacati di base l’11 ottobre con manifestazione dal porto fino alla sede di Confindustria; la manifestazione unitaria del 20 novembre contro lo sgombro del TDN e in difesa degli spazi sociali; la rete di iniziative a sostegno della Gira Zapatista e per accoglierne una delegazione in Liguria. È qualcosa, sono momenti di superamento della frammentazione, ma non bastano; per colpire efficacemente l’avversario è necessario sviluppare una cultura di fronte unico di classe e praticarla in ogni momento. Nell’immediato, è necessaria l’unità di tutti per sostenere e difendere i compagni colpiti dalla repressione, siano manifestanti antifascisti, collettivi studenteschi o centri sociali, lavoratori e delegati sindacali.

Infine, ci sembra necessario aprire una riflessione a livello nazionale: se Genova in questo momento sta funzionando da laboratorio della repressione, non è che altrove manchino le prove di squadrismo né le iniziative repressive: pensiamo da un lato all’assalto di Forza Nuova alla sede nazionale della CGIL, o all’assassinio di Adil, dirigente SiCobas di Novara, durante uno sciopero della logistica; e d’altro lato, sul versante delle istituzioni repressive, pensiamo alla persecuzione giudiziaria del movimento no-TAV. Crediamo che anche sul piano nazionale sia necessario coordinare le forze per contrastare squadrismo, fascismo e repressione e invitiamo tutti a ragionare e prendere iniziative in questa direzione.


[1]https://drive.google.com/file/d/1GA0Ggv0Oux2nR7CdkU4fOlUkWCz6j2Z2/view?fbclid=IwAR1ZD5d8grj8yYzeYWbu9x_dFjIR63pPJb8VkTmpbkael832f-Qha8b-fTg

[2] https://anticapitalista.org/2021/03/25/genova-la-micidiale-repressione-di-uno-stato-mercante-darmi/

[3] https://anticapitalista.org/2021/04/26/genova-la-scintilla-di-unoccupazione-alluniversita/

[4] https://life.unige.it/politica-difesa-italiana