Genova, la scintilla di un’occupazione all’università

L’hanno chiamata “rivoluzione in presenza”: è l’iniziativa dei collettivo Come studio che ha occupato il Dipartimento di Scienze della Formazione [Sinistra Anticapitalista – Circolo di Genova]            

Da lunedì 19 aprile, per iniziativa del collettivo studentesco “Come studio”, il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova è occupato. L’hanno chiamata “Rivoluzione in presenza” per sottolineare il significato politico del ritorno negli spazi di un’istituzione che per troppo tempo non ha saputo adattarsi a permettere forme di presenza degli studenti, persone in carne e ossa, ma si è limitata a trasferire lezioni ed esami su piattaforme informatiche.

            Gli studenti occupanti presentano rivendicazioni concrete, tra cui la riapertura di mense e aule studio, la disponibilità di alloggi, il reperimento di spazi ampi per le lezioni se oggi per il distanziamento le aule non bastano, la sospensione della terza rata di tasse ora che hanno difficoltà persino a trovare quei lavoretti precari o in nero che, prima della pandemia, consentivano loro di mantenersi agli studi. Ma non si limitano a questo. Il collettivo “Come studio” è lucidamente consapevole del nesso fra le rivendicazioni concrete immediate e il quadro economico e politico italiano, con l’uso del recovery fund per tutt’altri scopi che il rilancio dell’università e della scuola, la tendenza del capitalismo a privatizzare, a creare concorrenza tra le università, a formare un pensiero competente ma acritico, a piegare la ricerca alle esigenze delle imprese e alla logica di mercato. Di qui la rivendicazione di “un’università popolare ed universale”, di qui lo slogan “rivoluzione in presenza contro la logica neoliberista”. Nel cortile del dipartimento sono stati appesi dei grandi fogli bianchi su cui ognuno può scrivere le sue proposte. Qualcuno ha scritto: “Prendere il Palazzo d’Inverno”. È una bellissima metafora della consapevolezza di quanto il problema dell’università sia un problema politico, che esige una soluzione politica radicale.

             L’occupazione ha trasformato il dipartimento, semideserto da un anno, in un luogo vivo. Nel corso delle giornate di occupazione si sono svolte iniziative culturali e politiche di ogni genere, da un incontro coi portuali che hanno bloccato il carico di armi destinate alla guerra in Yemen a un dibattito su malasanità e privatizzazioni, da un incontro con una società di sport popolare a una discussione sulla situazione dei sindacati nell’Italia di oggi, a un evento “narrativo” con la partecipazione di un attore, e molte altre ancora. L’università occupata si interfaccia con la città, o meglio, con quanto vi è di più vivo nella città. Le iniziative culturali e di discussione politica consentono anche di fare rete.

            Che l’occupazione sia una scintilla, dicono le ragazze e i ragazzi. Certo non basta l’occupazione di un dipartimento universitario per cambiare radicalmente l’università e il paese; e poi, nessuna occupazione è eterna e neanche questa durerà all’infinito. Ma l’importante è che da questa occupazione si diffonda tra gli studenti (e non solo tra gli studenti) una maggiore consapevolezza dei problemi e della loro natura politica; l’importante è che da questa occupazione possa svilupparsi una crescita delle energie critiche e militanti, che ne possano conseguire altre forme di lotta e quando è il caso altre occupazioni, a Genova come nelle altre università italiane. Da una scintilla possono nascere cento fuochi. Alle forti lotte del 2010 contro la legge Gelmini era seguito un decennio di stasi. Forse stiamo assistendo ora a una rinascita della coscienza politica e militante nella nuova generazione di studenti. Ce n’è davvero bisogno. La “vecchia talpa”, la rivoluzione socialista, ha molto bisogno di energie giovani.

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