Per una storia dell’Ecosocialismo

di Umberto Oreste

La parola ecosocialismo è stata introdotta per la prima volta da Joel de Rosnay nel 1975 per descrivere una “Convergenza delle politiche economiche e sociali verso la protezione dell’ambiente” Nel corso di più di quattro decenni la parola ha assunto un significato sempre più complesso ed articolato, giungendo fino ai nostri giorni. Ma per rintracciare le origini dell’idea bisogna andare più indietro. Dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, varie correnti di pensiero e di azione si sono incontrate e sono entrate in risonanza. Esse sono: 1. Una critica del sistema socioeconomico, basata sul predatorio rapporto nei confronti della Natura; 2. Le denunce della scienza sui disastri ambientali presenti e futuri; 3. Le mobilitazioni popolari in difesa dell’ambiente cresciute in tutto il mondo. Di fronte a queste novità epocali, le istituzioni locali ed internazionali non si sono dimostrate capaci di operare di conseguenza. Questa presentazione vuole ricapitolare sommariamente questi processi integrando le tappe del pensiero, le tappe della denuncia degli scienziati, le mancate risposte delle istituzioni nazionali e sovranazionali, le tappe dell’azione di mobilitazione e di lotta.

Gli anni ‘70

In ogni epoca ci siano stati pensatori e correnti filosofiche, in oriente come in occidente, dedite ad approfondire modi di vita più in armonia con la natura. Tra i filosofi che hanno affrontato il problema del rapporto tra individuo e natura bisogna ricordare certamente Arne Dekke Eide Naess (1912-2009) che ha definito nel 1976 Ecosofia la filosofia dell’ecologia, concetto ripreso successivamente, da Pierre-Felix Guattari. Naess è stato un alpinista che scalava vette himalaiane e che viveva in una baita ad alta quota in Norvegia. Egli distingue l’ecologia superficiale dall’ecologia profonda (deep ecology): mentre la prima è una branca della Biologia che studia gli equilibri ambientali, la seconda è interessata alle domande filosofiche fondamentali sul ruolo della vita umana come parte della biosfera. Questo approccio porta una nuova interpretazione del sé, derivante dal superamento della dualità razionalistica tra l’io e l’ ambiente naturale, permettendo così di rivolgere l’attenzione al valore oggettivo dei processi naturali. Alcune sue citazioni ci aiutano a capire il suo pensiero- “Everything hangs together”. “Dalle montagne impariamo la modestia; la loro grandezza ci fa sentire piccoli e umili, e così partecipiamo alla loro grandezzaIl mondo è ormai dominato da una cultura di tipo prevalentemente tecnico-industriale che porta ad abusare di tutti i contesti naturali, profanando le condizioni di vita delle generazioni future.

Parallelamente allo sviluppo di una filosofia dell’ecologia, dobbiamo considerare l’alto filone che convergerà nella prospettiva ecosocialista, cioè la critica al consumismo, all’alienazione, temi insiti nel pensiero di Marcuse, che negli anni ’60 furono da stimolo alla contestazione giovanile in Europa e negli USA. La critica all’industrialismo fu sistematizzata da Raymond Williams (1921-1988), storico gallese, autore del testo diffusissimo nella nuova sinistra degli anni ’60, “Culture and Society”. Williams fa una storia dell’atteggiamento degli intellettuali inglesi nei confronti della civiltà industriale nel periodo tra la fine del ’700 alla metà del ‘900. Con l’avvento della cosiddetta Rivoluzione Industriale i rapporti sociali sono cambiati e sono stati improntati quasi esclusivamente al profitto. In una società diventata, in questo modo, estremamente materialista, serve un punto di fuga, un’astrazione a cui guardare per sentirsi ancora in vita: questo è la cultura. Williams pensa, però, che gli intellettuali che producono cultura conducono ad una frattura con il proletariato, che subisce le peggiori conseguenze dell’industrialismo, un atteggiamento di distanza che si è mantenuto nel tempo e che ha immobilizzato le coscienze, e ha impedito di conseguenza l’elaborazione di reali percorsi di emancipazione per questa parte della popolazione. Nella conclusione, Williams ne auspica il superamento, proponendo la solidarietà come base per un nuovo tipo di società, la discesa, cioè, dell’intellettuale nel mondo del lavoro manuale per farsi classe e diffondere dall’interno la necessità di una strategia di emancipazione.

Queste elaborazioni si riferivano ad una Natura supposta illimitata nelle sue potenzialità, ma un elemento che volle verificare questo assunto venne alla luce negli stessi anni. Infatti è del 1972 il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” elaborato dal Club di Roma che è una istituzione non governativa, non-profit costituita da scienziati economisti, intellettuali, imprenditori. Era stata fondata nel 1968 a Roma e ha sede in Svizzera. Dal rapporto, basato su una simulazione al computer di dati demografici, economici e sulle risorse, emergeva che dopo il 2000 l’umanità si sarebbe trovata di fronte all’esaurimento delle principali fonti energetiche a cominciare dalla fine del petrolio. È bene ricordare che dopo un anno dalla pubblicazione esplose la crisi petrolifera del ’73, indotta dalla guerra del Kippur, con un aumento inaspettato del costo del barile da 4 a 35 $. Le previsioni furono aggiornate nei decenni successivi, ma si riferivano essenzialmente ad un problema di esaurimento delle capacità di supportare uno sviluppo lineare e non si poneva affatto il problema del possibile cambiamento della fisica e della biologia del pianeta.

Comunque è databile a partire da quegli anni l’interesse della politica per l’ecologia e la formazione dei partiti verdi a partire dalla area nordeuropea (in Germania Rainer Trampert e Thomas Ebermann) per giungere alla Francia con il leader del maggio, Daniel Cohn-Bendit e Italia.

In quegli stessi anni alcuni pensatori avevano visto la necessità di superare la visione individuale filosofica dell’ecologia, per una visione collettiva e politica dell’ecologia. Tra questi Murray Bookchin, André Gorz, Jean-Paul Delèage, Barry Commoner.

Murray Bookchin è stato il maggior esponente dell’ecologia sociale, sintesi del pensiero ecologico e di quello libertario; allontanatosi dal Partito Comunista degli Stati Uniti d’America, ritiene il suo pensiero un superamento dell’anarchismo, della scuola di Francoforte, dell’urbanesimo utopistico e dell’ecologismo. Si definisce “ecologista sociale e municipalista libertario”; per lui ci troviamo in un epoca definibile della “post scarsità” successiva a quella descritta da Marx, dove va sviluppata una “nuova democrazia dal basso, con assemblee di vicinato e sulla dissoluzione delle gerarchie. La sua visione che individua “cittadini”, senza considerare i rapporti tra le classi, non dà indicazione su come arrivare al municipalismo libertario e all’opposizione allo statalismo.

Jean-Paul Delèage è un biologo, ha fondato la rivista Ecologie et Politique, che è diventata un forum per difendere e promuovere progetti di alternativa sociale fondati sull’appartenenza degli umani alla natura e non sulla loro contrapposizione: Siamo della natura e nella natura. L’ecologia non può sottrarsi a questa sfida: costruire una conoscenza della natura in cui l’uomo si riconosca come un interlocutore, e non un’istanza di dominio, estranea e ostile. Questa è la posta in gioco“. Non definì nessuna strategia di alternativa al sistema, anzi, si inserì comodamente in esso, ottenendo la legion d’onore e Chirac usò la sua celebre citazione: “Notre maison brule et nous regardons ailleurs”.

André Gorz, amico di Sartre e Marcuse, progettò di superare l’economicismo dell’analisi marxista tradizionale criticando la sottomissione della società agli imperativi della ragione economica. Criticò violentemente lo strutturalismo (Lacan, Foucault), per il suo postulato (la centralità della struttura) e per la sua negazione del soggetto e della soggettività. Durante le mobilitazioni del ‘68 entrò in contatto con lo spontaneismo di sinistra, che denuncia come le diverse forme di istituzione (Stato, Scuola, Famiglia, Impresa, ecc.) limitino la libertà umana. Con il suo libro Écologie et liberté (1977), superando le sue precedenti posizioni maoiste o spontaneiste, presenta l’ecologia come mezzo di trasformazione sociale radicale e frontale del capitalismo e riflette una concezione nettamente più anticapitalista. Mettendo l’accento sulla relazione intrinseca tra produttivismo, totalitarismo e logica del profitto, egli afferma un legame strutturale tra crisi ecologica e crisi capitalistica da sovraccumulo. Egli chiama dunque a una “rivoluzione ecologica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo”.

È’ dagli inizi degli anni ’70 che si afferma il concetto di decrescita, cioè la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi. Il movimento decrescista è molto articolato. Si è affermato soprattutto con Serge Latouche (1940), e si è relativizzato nella cosiddetta sinistra decrescista di Vincent Cheynet e Paul Ariès. Il movimento si è diviso in antiuniversalista (Latouche) e universalista (Cheynet). Latouche, da relativista culturale rifiuta l’umanesimo occidentale, l’illuminismo, la democrazia rappresentativa, elogia il primitivismo, considera le reti idriche, le scuole e gli ospedali nei paesi del Sud come “etnocentrismo occidentale”. La sinistra decrescista è rappresentata dalla rivista “La décroissance” con temi quali la riorganizzazione dei bisogni sociali nel rispetto per l’ambiente.

Gli anni ‘80

Negli anni ’80 una visione più compiutamente ecosocialista viene contemporaneamente proposta all’est, nella DDR da Rudolf Bahro, ed in occidente da James O’ Connor. Rudolf Bahro con il testo Per un comunismo democratico, l’alternativa non rinnegando la base strutturale dell’economia socialista, ne denuncia le deviazioni burocratiche in nome del socialismo ecologico.

James O’ Connor fonda nel 1988 la rivista Capitalism, Nature, Socialism espressamente dedicata all’analisi dell’ Ecomarxismo. O’Connor vuole mostrare che la difesa della natura è parte integrante dell’apparato categoriale marxiano, e non qualcosa che le è estraneo; definisce ecosocialismo le teorie e i movimenti che aspirano a subordinare il valore di scambio ai valori d’uso, organizzando la produzione in funzione dei bisogni sociali e delle esigenze di protezione dell’ambiente.

O’ Connor vuole mostrare come un ecologismo coerente non possa che investire globalmente i processi economici e politici su scala planetaria. In questo tentativo di conciliazione, O’ Connor forza la teoria della crisi economica di Marx in teoria della crisi ecologica: la distruzione della natura provoca un aumento dei costi di produzione nel tentativo di sanare i guasti subiti dall’ambiente. Questo deve passare necessariamente attraverso lo stato e la politica e non essere demandato alle forze private. Da ciò si ricava che occorre una grande svolta politica, basata su un potere diffuso e su una grande partecipazione di base. Sulla base di tale ragionamento teorico, individua una transizione al socialismo: secondo O’ Connor, però, forme più sociali delle forze produttive, dei rapporti di produzione e delle condizioni di produzione sono una condizione necessaria ma non sufficiente per produrre un simile cambiamento. Non vi è, dunque, secondo l’economista marxista statunitense alcuna tendenza intrinseca del capitalismo a trasformarsi in socialismo. Esiste bensì la necessità di condurre a una “ricostruzione socialista” fra gli esseri umani e le condizioni di produzione.

Contemporaneamente all’introduzione della prospettiva ecosocialista, assistiamo nel 1988 all’istituzione dell’IPCC che sarà un riferimento scientifico politicamente neutro, sulle variazioni globali indotte dall’economia dominante. L’istituzione dell’IPCC (International Panel on Climate Change) è stata approvata dall’assemblea generale delle nazioni unite nel 1988. Il suo compito iniziale, come delineato dalla risoluzione 43/53 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 6 dicembre 1988, era di preparare: 1. Una revisione completa e raccomandazioni in merito allo stato di conoscenza del scienza del cambiamento climatico; 2. Prevedere l’impatto sociale ed economico dei cambiamenti climatici, 3. Indicare le potenziali strategie di risposta e 4. Individuare gli elementi da includere in un’eventuale futura convenzione internazionale sul clima.

Dal 1988, l’IPCC ha avuto cinque cicli di valutazione e ha prodotto cinque rapporti (più uno in corso di stesura), i rapporti scientifici più completi sui cambiamenti climatici prodotti in tutto il mondo (1990, 1995, 2001, 2007, 2013, 2015). Ha inoltre prodotto una serie di rapporti metodologici, rapporti speciali e documenti tecnici, in risposta alle richieste di informazioni su specifiche questioni scientifiche e tecniche da parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), governi e organizzazioni internazionali.

Gli anni ‘90

La Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo si tenne a Rio de Janeiro, nel giugno 1992, è conosciuta anche come il Summit della Terra o Eco92. Alla Conferenza partecipano 172 rappresentanze governative (tra cui 108 Capi di Stato) e 2.400 rappresentanti di organizzazioni non governative. Inoltre, 17.000 persone partecipano al Forum parallelo delle Ong. Al termine della Conferenza vengono adottati 5 documenti fondamentali che costituiranno, da quel momento in poi, le linee-guida per l’azione degli Stati membri:

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici (UNFCCC) è un trattato internazionale che aveva come obiettivo quello di promuovere una serie di politiche e di sforzi per affrontare a livello globale i problemi imposti dai cambiamenti climatici.

La Convenzione sulla diversità biologica aveva come obbiettivo la tutela delle specie a rischio di estinzione.

L’Agenda 21 era un programma per aumentare la produzione e diminuire la povertà.

La Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo definiva 27 principi diritti e responsabilità nei riguardi dello sviluppo sostenibile.

I Principi sulle Foreste era un documento non vincolante legalmente, che definiva diverse azioni per la salvaguardia delle foreste.

Naturalmente questi documenti dovettero poi ricevere la firma e la ratifica degli stati e questo percorso fu lungo e travagliato. Comunque i trattati non ponevano nessuna verifica all’effettiva attuazione degli stessi, per cui non sbagliamo nel dire che non servirono a nulla.

Solo cinque anni dopo, nel 1997, ai documenti di Rio si aggiunse il cosiddetto Protocollo di Kioto, pubblicato dalla conferenza delle parti COP3 della Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici. Il Protocollo di Kioto, che prevede limitazioni concordate delle emissioni di gas serra, ha vigore legale dal 2005, ma paesi come gli USA lo hanno firmato ma non ratificato, Il Canada si è ritirato dal trattato dopo averlo ratificato.

Rispetto agli atteggiamenti equivoci degli stati, negli stessi anni, il movimento contro i cambiamenti climatici è dilagato praticamente in tutti i paesi. Movimenti ambientalisti hanno una lunga storia in Italia e nel mondo, ma il momento di incontro dell’ambientalismo con la contestazione del modello socioeconomico dominante avvenne in un preciso momento della fine del secolo scorso con la rivolta di Seattle iniziata il 30 novembre 1999 in concomitanza dello svolgimento della Conferenza dell’Organizzazione mondiale del Commercio programmata per definire il punto di partenza di un nuovo ciclo di scambi commerciali.

Gli anni 2000

Nel 2000 il premio Nobel Paul Crutzen formulò l’ipotesi che ci troviamo in un’era geologica diversa dall’Olocene, come comunemente creduto. Battezzò la nuova era Antropocene, cioè un’era nella quale l’attività umana aveva prodotto mutamenti nella struttura geologica del pianeta. La questione fu portata a livello del Comitato Internazionale di Geologia che istituì l‘Antropocene Working group per verificare se erano rispettati i parametri stratigrafici che giustificassero l’introduzione della nuova era geologica. Il gruppo discusse l’argomento a Città del Capo nel 2016 ed emise un rapporto nel 2019, nel quale si riportava l’approvazione a maggioranza (29 a favore e 4 contrari) riguardo alla revisione della periodizzazione del Cenozoico con l’introduzione dopo l’Olocene dell’Antropocene.

Era quindi maturo il lancio del progetto ecosocialista nella sua prospettiva anticapitalista. Infatti, nel 2000 Joel Kovel, psichiatra marxista e Michael Lowy, un antropologo troskista lanciarono il Manifesto ecosocialista.

Il Manifesto denuncia il caos dell’ordine mondiale, nel quale la crisi sociale e quella ecologica sono intrecciate e rappresentano un’unica dinamica: l’espansione del sistema capitalista mondiale. Il capitale ha ridotto la maggioranza della popolazione planetaria a sola riserva di manodopera ed il resto allo stato di cose; ha minato le comunità con il consumismo e la depoliticizzazione; ha aumentato la disparità di reddito e la repressione del dissenso; ha minato l’autonomia delle periferie con un enorme apparato militare. “Crediamo che l’attuale sistema capitalista non possa regolare, per non parlare di superare, le crisi che ha creato. Non può risolvere la crisi ecologica perché dovrebbe porre dei limiti all’accumulazione, scelta inaccettabile per un sistema fondato sulla regola del crescere o morire”; ancora “Il sistema capitalista mondiale è storicamente fallito; è diventato un impero il cui straordinario gigantismo nasconde sempre meno la sottostante debolezza. Deve essere sostituito se vogliamo un futuro migliore”. Ma perché invocare il socialismo? Perché il socialismo è il termine che designa la rottura rivoluzionaria e l’unica alternativa per risolvere le crisi che il capitale ha creato. Come la barbarie attuale, con le crisi ecologica e della globalizzazione è diversa da quella preconizzata da Rosa Luxembourg, così anche l’alternativa alla barbarie non è il socialismo come inteso nel secolo scorso ma un socialismo adeguato ai tempi correnti; un socialismo che chiamiamo ecosocialismo. L’ecosocialismo conserva gli obiettivi emancipatori del socialismo prima versione e rifiuta gli obiettivi riformisti della socialdemocrazia e le strutture produttiviste del socialismo burocratico. Dal punto di vista della produzione dei beni si traduce nella priorità dei valori d’uso rispetto ai valori di scambio. Il Manifesto termina con la frase: “L’ecosocialismo sarà internazionale o non sarà. Le crisi del nostro tempo possono e devono essere intese come opportunità rivoluzionarie che dobbiamo coltivare”.

Nel 2003 la prima organizzazione politica globale che assunse la prospettiva ecosocialista fu la quarta internazionale nel suo XV congresso. Nel febbraio 2003, in Belgio, più di duecento delegati, provenienti da 37 paesi hanno approvato la risoluzione “Ecologia e Socialismo” :

L’umanità ha affrontato problemi ecologici in altri momenti, ma questi hanno assunto oggi una nuova urgenza a causa della loro portata e gravità. I danni all’ambiente hanno spesso un impatto irreversibile sull’umanità e sulla natura e la crisi ecologica all’orizzonte all’alba del 21° secolo sta mettendo in pericolo la vita di milioni di persone.

Contrariamente alle correnti prevalenti nel movimento dei lavoratori, che hanno teso a ignorare o minimizzare le questioni ambientali, ai movimenti ecologisti e ai partiti verdi può essere attribuito il merito di aver posto queste questioni decisive all’ordine del giorno. Tuttavia, le soluzioni che propongono sono spesso in definitiva false, poiché trascurano il legame intrinseco tra la distruzione ambientale e la logica del profitto del capitalismo. Per affrontare seriamente i pericoli ecologici, dobbiamo uscire dal quadro creato dalla logica del profitto, nella prospettiva di una società socialista pianificata democraticamente.

Il People’s Climate Summit è stata una conferenza sul clima aperta e alternativa che si è svolta durante la COP15 dell’UNFCCC dal 7 al 18 dicembre 2009 a Copenaghen. Circa 50.000 persone da tutto il mondo hanno partecipato all’evento System Change not Climate Change, con oltre 300 dibattiti, mostre, film, concerti e spettacoli teatrali. Klimaforum09 è stato organizzato dalla rete Klimaforum, un’ampia rete di organizzazioni della società civile, e realizzato con l’aiuto di centinaia di volontari.

Alla manifestazione con 100.000 partecipanti, si sono lanciate le richieste di trovare soluzioni concrete alla crisi ecologica, in un’ottica di delega e non di prospettiva di azione rivoluzionaria.

Noi, i popoli, le comunità e tutte le organizzazioni partecipanti al Klimaforum09 di Copenaghen, facciamo appello a ogni persona, organizzazione, governo e istituzione, comprese le Nazioni Unite (ONU), per contribuire a questa necessaria transizione. Sarà un compito impegnativo. La crisi di oggi ha aspetti economici, sociali, ambientali, geopolitici e ideologici che interagiscono e si rafforzano a vicenda così come la crisi climatica. Per questo motivo, chiediamo un’azione urgente per il clima: Un completo abbandono dei combustibili fossili entro i prossimi 30 anni, che deve prevedere traguardi specifici per ogni quinquennio. Chiediamo un taglio immediato dei GHG dei paesi industrializzati di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Riconoscimento, pagamento e compensazione del debito climatico per il consumo eccessivo di spazio atmosferico e gli effetti negativi dei cambiamenti climatici su tutti i gruppi e le persone colpite. Un rifiuto di soluzioni false e pericolose puramente orientate al mercato e incentrate sulla tecnologia come l’energia nucleare, gli agro-carburanti, la cattura e lo stoccaggio del carbonio, la geoingegneria. Soluzioni reali alla crisi climatica basate sull’uso sicuro, pulito, rinnovabile e sostenibile delle risorse naturali, nonché sulle transizioni verso la sovranità alimentare, energetica, della terra e dell’acqua.

Nello stesso 2009 a Belem, in Brasile c’è stato il IX Socialforum mondiale, in quella sede è stata formulata la Dichiarazione ecosocialista di Belém, sottoscritta da firmatari di 36 paesi. La dichiarazione non è una petizione ai governi, ma una enunciazione di un progetto alternativo da attuare sotto controllo popolare del quale si delineano i termini con una limitazione della libertà individuale ed un ampliamento della libertà e responsabilità collettiva. L’anno successivo (2010) si tenne Conferenza popolare sui cambiamenti climatici e i diritti della Madre Terra, a Cochabamba in Bolivia. E’ questo il momento in cui prendono la parola i popoli del Sud che mettono sotto accusa le conseguenze del modello di vita del Nord sulle loro vite. E’ questo il momento dell’incontro dell’ecosocialismo con l’indigenismo in America latina ma non solo. Non sono più solo individui che si incontrano e si mobilitano, affratellati da una critica al capitalismo, sono comunità che prendono coscienza in quanto comunità. E questo si verifica in Amazzonia, in Perù, in Colombia. In questo contesto ritroviamo rivoluzionari ecosocialisti come Hugo Blanco in Perù e Sonia Guajajara in Brasile. La prospettiva ecosocialista non si limita così al settore dei salariati, ma assume una dimensione globale.

L’ecofemminismo sostiene l’esistenza di un parallelo tra la subordinazione delle donne e il degrado della natura, sulla base della teoria che esistano gerarchie ideologiche che permettono una giustificazione sistematica da parte della società, del dominio perpetrato da soggetti classificati in categorie di rango superiore, sui soggetti classificati in categorie di rango inferiore.

L’ecofemminismo si propone di indagare le intersezioni tra sessismo, il dominio sulla natura, il razzismo, lo specismo, come le altre caratteristiche di disuguaglianza sociale. Alcune ecofemministe hanno sostenuto che il sistema capitalista e patriarcale esprima una dominazione tripla del cosiddetto terzo mondo delle donne, e della natura: proprio questo dominio, unito allo sfruttamento delle donne, dei popoli con scarse risorse e della natura, si trova al centro delle analisi dell’ecofemminismo. Per la femminista indiana Vandana Shiva uno dei compiti dell’ecofemminismo è quello di ridefinire le società, a suo parere dominanti, nelle quali la produttività e l’attività delle donne e della natura vengono ritenute passive, se non hanno un’utilizzazione industriale. Tra le ecofemministe ricordiamo anche la filosofa e storica della scienza Charolyn Merchant, l’antropologa Terisa Turner del Tribunale Internazionale sui Diritti della Natura, che ha definito il reato di Ecocidio, e la sociologa Ariel Salleh che enfatizza l’economia politica del lavoro riproduttivo o rigenerativo nel sistema mondiale.

Gli anni ‘10

Una propria visione ecosocialista la sviluppa John Bellamy Foster, sociologo americano, redattore della storica rivista marxista americana Monthly Review, che ha studiato la correlazione tra le fasi più recenti dell’accumulazione capitalistica e la crisi ecologica, sottolineando la necessità di una prospettiva anticapitalista. La sua reinterpretazione di Marx sull’ecologia ha introdotto il concetto di “metabolic rift” ed è stata ampiamente influente. Nel suo recente libro The Return of Nature: Socialism and Ecology (2020), Foster, partendo dagli anni della morte di Darwin (1882) e di Marx (1883) e arrivando agli anni ’70 del secolo scorso, esplora come sociologhi e scienziati materialisti di vario genere, da Friedrich Engels a Joseph Needham a Rachel Carson e Stephen Jay Gould, hanno cercato di sviluppare un naturalismo dialettico, radicato in una critica del capitalismo.

La strategia sostenuta dagli stati è quella della transizione ecologica, cioè passare dalle fonti di energia fossile alle fonti di energia alternative, nel quadro di un “capitalismo verde”. Tale impostazione è stata contestata radicalmente dall’ecologista belga Daniel Tanuro nel libro L’impossibile capitalismo verde (2011) che critica sia le teorie della decrescita sia alcune ambiguità produttiviste del marxismo; non cade nel doppio tranello del catastrofico “non c’è niente da fare” da una parte e del “il problema è ben altro” dalla parte opposta. Tanuro non cede mai alla palingenesi della catastrofe, ovvero del “tanto peggio, tanto meglio”, quasi che il cambiamento fosse conseguenza automatica del peggioramento verticale delle condizioni di vita delle persone. Egli rifiuta la cosiddetta coscienza antropica cioè l’idea che il riscaldamento globale sia dovuta all’attività umana, quasi una conseguenza deterministica della presenza della specie umana sul pianeta. A differenza delle precedenti, questa crisi ecologica è dovuta alla tendenza alla sovrapproduzione e al sovraconsumo. A questo punto data la ristrettezza dei tempi i meccanismi di prezzo, concorrenza e mercato connaturati al modello capitalistico non sono assolutamente in grado di guidare la transizione energetica necessaria.

Negli ultimi anni le COP si sono succedute con la monotona ripetizione delle buone intenzioni che rimangono puntualmente sulla carta. Particolare risalto hanno avuto gli Accordi di Parigi del 2015, che riguardano essenzialmente la riduzione delle emissioni dal 2020. Il contenuto dell’ accordo è stato negoziato da 196 stati alla COP21 e prevede azioni atte a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Nella maggior parte dei paesi il trattato è stato ratificato ma non è ancora entrato in vigore; ci sono anche paesi che non hanno firmato il trattato (tra gli altri i maggiori produttori di petrolio (Iran, Iraq, Libia).

Nel 2016 Jason Moore pubblicò il libro Antropocene o Capitalocene? Natura, Storia e Crisi del Capitalismo. Nel libro si sostiene il concetto di ecologia-mondo, commissione di dinamiche sociali e elementi naturali che compongono il modo di produzione capitalistico nella sua tendenza a globalizzarsi. Il capitalismo non ha un regime ecologico, ma è esso stesso un regime ecologico; con l’attuale Capitalocene il capitale è diventato un modo di organizzazione della natura.

La discussione su Marx ecologo o produttivista si è sviluppata recentemente con diverse posizioni da parte di diversi autori. Ne da una esauriente esposizione Michael Lowy nel capitolo Marx, Engels e l’ecologia del suo libro Ecosocialismo (2020) dove riprende l’analisi di Kohei Saito (Karl Marx’s Ecosocialism, Capitalism, Nature, 2017), che vede gli scritti di Marx ed Engels non come un unico blocco uniforme e definitivo ma come un pensiero in movimento, indirizzato anche dagli sviluppi dell’agrochimica di von Liebig.

Il carattere internazionale della protesta ecologica e la logica diffidenza rispetto al bla, bla, bla dei governi si è manifestata con la figura di Greta Thunberg che è stata capace di catalizzare l’interesse delle nuove generazioni.

Sarebbe estremamente utile integrare questo lineamento storico con la narrazione, o almeno con l’elencazione, delle numerose lotte su questioni ambientali sparse per il pianeta, succedutesi con frequenza crescente. Ci sarebbe da allacciare lotte sullo stesso tema sviluppatesi in regioni tra di loro lontanissime come quelle sull’acqua, sulla terra, sulla deforestazione, spesso lotte che vedono diverse comunità contro lo stesso nemico delle multinazionali; lotte in diverse nazioni contro lo stesso progetto ecocida di pipeline; lotte su tematiche contemporaneamente di lavoro e di ambiente o di ambiente e di genere. Incontreremmo vittorie, vittorie parziali e sconfitte, ma sempre interessantissime per l’avanzamento della prospettiva ecosocialista. È una storia che narrerebbe la lotta dei Sioux a Standing Rock contro il Dakota Access Pipeline, la lotta vinta dal popolo peruviano nella regione di Arequipa contro nuove concessioni minerarie, la lotta contro un nuovo aeroporto a Notre Dame des Landes e tantissime altre. Non può avanzare l’idea di prospettiva ecosocialista se queste lotte non si generalizzano e forniscono materia di riflessione per far avanzare una strategia globale.

Oramai il negazionismo sui cambiamenti climatici è stato sconfitto, le evidenze sono sempre più frequenti e tangibili. La denuncia della drammaticità delle prospettive future è diventato senso comune. Deve essere maturo il compito di far diventare senso comune le responsabilità del capitalismo e la necessità del suo superamento. E’ questo il compito che ci dobbiamo assumere.

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