Il cancro al seno non è rosa. Meno rosa, più ricerca pubblica!

No ai profitti sulla nostra salute e alla narrazione tossica sul cancro al seno. Mercoledì 13 ottobre, a Roma, presidio organizzato da “Oltre il nastro rosa” [Donne di Classe Aprilia]

Anche quest’anno, ottobre diventa il mese dell’ipocrisia “rosa”, cioè il mese in cui istituzioni e grandi associazioni private di raccolta fondi invitano a donare soldi “per la lotta contro il cancro al seno” e sollecitano le donne a fare “prevenzione” per evitare di ammalarsi di tumore al seno, magari mettendo a disposizione qualche mammografia gratuita, facendola passare come una generosa elargizione o promuovendo “collette” per offrire servizi che invece dovrebbero essere garantiti, delegandoli alla buona volontà e alla possibilità economica di gesti volontaristici e caritatevoli (come la raccolta fondi avviata ormai un anno fa per avere un casco oncologico alla Asl di Aprilia o le tante raccolte fondi “per la ricerca”).

“DIAGNOSI PRECOCE” NON E’ “PREVENZIONE”

In questo mese la retorica e la narrazione tossica sul cancro al seno raggiunge il suo apice, a cominciare dalla confusione che si fa tra “prevenzione” e “diagnosi precoce”, passando per la scomparsa delle metastatiche dal discorso pubblico e per l’entusiasmo per una malattia “sconfitta” che miete circa 14 mila vittime all’anno e che viene trattata principalmente come una questione di “estetica” per la caduta di capelli dovuta alla chemioterapia.

Purtroppo le cose stanno diversamente. Infatti, bisogna innanzitutto precisare che una mammografia non elimina né riduce il rischio di ammalarsi di cancro al seno.

Illuminare di rosa qualche edificio per sensibilizzare le donne sul tema del cancro al seno, quindi, non servirà a non far ammalare le 55 mila donne all’anno che ricevono una diagnosi di tumore al seno. Più che le donne, dovrebbero essere le istituzioni preposte che dovrebbero “sensibilizzarsi” ed erogare, così, i servizi necessari alla collettività, compresi tutti quei servizi sanitari evidentemente carenti per tutti i tipi di malati, oncologici e non.

IL CANCRO AL SENO NON E’ UNA MERA QUESTIONE ESTETICA

Nella narrazione dominante, inoltre, alle donne malate di cancro al seno si chiede di essere comunque in forma e sorridenti e di non perdere la loro “femminilità”, nonostante la malattia e le terapie invasive che devono affrontare. Cosa che non ci si sognerebbe mai di chiedere a qualsiasi altro malato oncologico, ma purtroppo il cancro al seno in questo sistema patriarcale viene facilmente strumentalizzato in quanto colpisce quasi esclusivamente le donne.

IL MARKETING SOCIALE E IL CANCRO AL SENO

Inoltre, il tumore al seno, poiché si possono mostrare seni sodi per una buona causa, viene usato tantissimo per vendere prodotti di ogni tipo, usando ancora una volta il corpo delle donne, attraverso quello che viene definito il “marketing sociale”, un fenomeno capitalista, molto diffuso negli USA e che si sta diffondendo anche nel resto del mondo, compresa l’Italia, ovvero vendere prodotti associandoli ad una causa che i consumatori – e soprattutto le consumatrici – hanno a cuore.

E il cancro al seno è la gallina dalle uova d’oro del cosiddetto marketing sociale.

Ecco, quindi, che il fiocco rosa, che viene esibito come il simbolo della lotta contro il cancro al seno, è in realtà il simbolo della spettacolarizzazione della malattia a fini commerciali, della mercificazione del corpo delle donne, della colpevolizzazione delle donne che se si ammalano è perché non hanno seguito “uno stile di vita sano” o che se diventano metastatiche è perché non hanno una mammografia al momento giusto, ed è il simbolo di quello che viene chiamato “pink-washing”, cioè quell’operazione che usano numerose aziende per vendere i loro prodotti, spesso contenenti anche sostanze cancerogene, in nome della ricerca sul cancro, come semplice strategia di marketing.

Su questo tema in particolare invitiamo a vedere il documentario di produzione canadese “Pink Ribbons Inc.” (Nastri Rosa Spa), interamente disponibile online con i sottotitoli in italiano.

SI’ A UN’INFORMAZIONE CORRETTA, NO AL TAGLIO DEI SERVIZI

Si sbandiera sempre l’87% di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, ma non si va mai oltre. Si illudono le persone che dopo 5 anni si guarisca, mentre occorre aspettare 20 anni per dichiararsi guarite. E dopo i 5 anni che succede? Quante diventano metastatiche? Dove sono i dati?

Le istituzioni preposte dovrebbero dare informazioni e numeri corretti senza illudere le persone che se fanno una mammografia eviteranno il cancro al seno e senza colpevolizzarle per i loro comportamenti se si ammalano. Il cancro al seno, come gli altri tipi di cancro, sono purtroppo un fenomeno in aumento legato alla tossicità degli ambienti in cui viviamo a causa del nostro modello di società che persegue il profitto a scapito di tutto il resto (salute, ambiente, diritti…).

Il concetto che viene diffuso come “prevenzione”, è in realtà la “diagnosi precoce” che, in alcuni limitati casi, può essere determinante nel non far degenerare la malattia. Anche qui non bisogna illudere e bisognerebbe informare correttamente su quali e quanti casi rientrano in questa casistica nonché sui limiti e sui rischi derivanti dall’uso della mammografia per poter fare una valutazione consapevole del rapporto rischio/beneficio. Precisiamo che la mammografia è uno strumento utile in moltissimi casi, ma è uno degli strumenti a nostra disposizione e non è la panacea che si vuol far credere e soprattutto non interviene sulle cause del tumore al seno, ma è solo uno strumento diagnostico.

Da una parte si invitano le donne a fare “prevenzione” con lo screening mammografico, dall’altra parte si procede ai tagli dei servizi e, per tutto un anno, si sono rinviate visite ed esami per pazienti oncologici, si sono anche sospesi gli screening stessi, salvo poi prendere atto delle conseguenze causate dalla mala gestione dell’epidemia da Covid-19.

LA SALUTE NON E’ UNA MERCE: PIU’ RICERCA PUBBLICA, STOP INQUINAMENTO E PROFITTI SULLA NOSTRA SALUTE

Inoltre, quello che non si dice, e di certo non si combatte a livello istituzionale, è che viviamo in territori inquinati e mangiamo cibo industriale o prodotto in territori inquinati e che la ricerca e le cure sono assoggettate agli interessi economici. Se non era già chiaro abbastanza, l’emergenza Covid ha messo a nudo quanto può nuocere mettere al servizio del profitto la sanità pubblica.

Per parlare solo del nostro territorio, uno studio commissionato dal Comune di Aprilia, rivela che la città ha numerose “emergenze” ambientali, tra cui industrie a rischio Seveso, industrie insalubri di prima classe e arsenico nell’acqua, senza contare incendi vari di siti di stoccaggio di rifiuti.

A questo si aggiunge che ad Aprilia, una città di 80 mila abitanti con tendenza all’espansione, non c’è un ospedale pubblico, ma la Regione paga con i soldi della collettività una struttura privata che agisce esclusivamente in funzione del suo tornaconto economico. Per un esame diagnostico o si è costretti a rivolgersi al privato o a cambiare città (e spesso ad aspettare mesi per ottenere un appuntamento).

Invece di concentrarsi su questi importanti problemi, in buona parte risolvibili togliendo dalle mani dei privati la sanità pubblica e con grandi investimenti pubblici nei servizi per la collettività, l’amministrazione pubblica, ad ogni livello, riduce i servizi, li privatizza e agevola con sgravi fiscali e regalie le aziende private.

PRESIDIO AL MINISTERO DELLA SALUTE NELLA GIORNATA NAZIONALE DEL TUMORE AL SENO METASTATICO

Per tutte queste ragioni invitiamo a partecipare al presidio che si terrà mercoledì 13 ottobre prossimo, a Roma, organizzato dalle attiviste di “Oltre il nastro rosa”, per chiedere, tra l’altro, fondi pubblici per la ricerca e dedicare una parte di questi fondi al cancro al seno metastatico; tempi garantiti per gli esami diagnostici; velocizzazione degli iter burocratici per l’approvazione dei farmaci e loro diffusione uniforme su tutto il territorio, istituzione di un osservatorio sul tumore al seno che comunichi i dati di quanti diventano metastatici dopo 1/5/10/15 anni e statistiche di sopravvivenza che vadano oltre i 5 anni, un’informazione corretta che smetta di dare un’immagine del tumore al seno banalizzata ed edulcorata e che includa il tema delle recidive e delle metastasi.

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