Insorgiamo! Gkn, una vertenza esemplare.

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di Eliana Como, portavoce nazionale di RiconquistiamoTutto, area di opposizione interna alla Cgil

A marzo del 2020, a causa dello stato di emergenza determinato dalla crisi sanitaria, il governo italiano decretò il blocco dei licenziamenti, cioè il divieto per le imprese di procedere a licenziamenti collettivi per crisi e ristrutturazioni. Questa misura ha contribuito alla tenuta occupazionale dei settori lavorativi più strutturati, anche se purtroppo non ha impedito una vera e propria strage occupazionale, con circa 1 milione di posti di lavoro persi, in larghissima maggioranza di donne con contratti precari.

Il blocco, in ogni caso, è stato via via prorogato fino al 30 giugno 2021, quando è infine stato sospeso, con l’eccezione di alcuni settori dei servizi e del tessile per i quali durerà fino a fine ottobre. Da quel momento, le imprese sono state “finalmente” libere di licenziare, anche chi non aveva contratti precari, senza che nel frattempo il sindacato fosse stato in grado di imporre al governo la riforma degli ammortizzatori sociali, tanto meno politiche di riduzione dell’età pensionabile e dell’orario di lavoro, che avrebbero almeno in parte difeso l’occupazione dalle ristrutturazioni. La fine del blocco dei licenziamenti, il 30 giugno 2021, è avvenuta con un imbarazzante accordo sindacale, nel quale il sindacato si limitava a supplicare 13 settimane di cassa integrazione in caso di licenziamento, senza peraltro alcun vincolo per le imprese, che non fosse una semplice “raccomandazione”.

Pochi giorni dopo la fine del blocco, sono iniziati i licenziamenti collettivi. Il 9 luglio, i lavoratori di Gkn hanno ricevuto, tramite mail, la notizia della chiusura dell’intero stabilimento.

Gkn è una fabbrica di 422 lavoratori, in larghissima parte uomini. Sono circa 500, considerando le ditte in appalto per i servizi indiretti come mense e pulizie. Gkn, che molti decenni fa faceva parte del gruppo Fiat, produce i semiassi per il settore automotive, tuttora, in larghissima parte, per FCA (ex Fiat oggi Stellantis). Lo stabilimento è a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze e qualche anno fa è stato acquisito da un fondo di investimento speculativo inglese, Melrose. Non è uno stabilimento in crisi, anzi, è all’avanguardia, produce semiassi anche per la Ferrari, con un livello di tecnologia e di qualità altissimo, su cui, fino a un minuto prima di annunciarne la chiusura, l’azienda ha investito, anche con contributi pubblici stanziati negli anni dai governi.

Quindi, uno stabilimento iperproduttivo, nuovo, non in crisi, che fino a ieri ha ricevuto fondi pubblici e da un giorno all’altro annuncia via mail la chiusura, senza alcuna altra ragione che spostare la produzione per speculare altrove. Una storia come tante altre, in realtà. Che però stavolta è esplosa diventando la vertenza sindacale più importante del paese e un segnale di riscatto per tutto il mondo di lavoro, addormentato da decenni di sconfitte, rassegnazione e moderazione sindacale.

La storia sindacale di Gkn, i cui lavoratori sono in larghissima parte iscritti alla Fiom e storicamente legati all’area interna più combattiva della Cgil (RiconquistiamoTutto), è da sempre radicale ed esemplare. È il risultato di anni di contrattazione acquisitiva in azienda, di coerenza politica e soprattutto di minuziosa costruzione di rapporti di forza, dentro e fuori dalla fabbrica. Una storia sindacale dove “si fa quello che si dice e si dice quello che si è in grado di fare”. Negli anni hanno contrattato condizioni migliorative, riconquistando in fabbrica molto di quello che a livello nazionale i sindacati avevano ceduto (come la tutela dell’art 18 contro i licenziamenti individuali), riuscendo anche a contrastare gli aspetti più odiosi del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2016 (flessibilità e straordinario, variabilità dei premi, pagamento della malattia…)

Quando il 9 luglio improvvisamente l’azienda ha annunciato la chiusura, la reazione è stata immediata: gli operai hanno occupato lo stabilimento e si sono messi ai cancelli della fabbrica in presidio permanente. Protagonista della lotta è stato, da subito, il Collettivo di fabbrica, che è un organismo che da alcuni anni esiste in Gkn (anche questo contrattato in azienda), composto dai delegati di fabbrica, normalmente riconosciuti dagli accordi sindacali nazionali, più un gruppo di lavoratori eletti che rappresentano ogni reparto produttivo in rapporto diretto con gli operai, indipendentemente dal sindacato a cui appartengono (che, in ogni caso, è in larghissima parte Fiom Cgil).

La legge italiana, in caso di licenziamento collettivo prevede una apposita procedura (legge 223), durante la quale azienda e sindacato devono tentare di trovare un accordo prima che i licenziamenti diventino definitivi. I lavoratori di Gkn sapevano di avere davanti a loro 75 giorni, fino al 23 settembre, per piegare un fondo finanziario inglese che non ha avuto nemmeno il coraggio di guardarli negli occhi quando ha improvvisamente annunciato la chiusura dello stabilimento.

Invece che rassegnarsi, hanno invitato tutte e tutti quelli che non ne possono più di essere sfruttati, precarizzati e licenziatia unirsi a questa lotta, dietro allo slogan #insorgiamo, preso in prestito dalla resistenza antifascista di Firenze durante la guerra.

Da subito, il presidio si è riempito di persone solidali, la fabbrica è stata letteralmente abbracciata dall’intero territorio e oltre e si è costituito un comitato locale di supporto alla lotta, fatto principalmente di altri lavoratori e militanti solidali. Quasi subito si è costituito anche il coordinamento delle donne, perlopiù mogli, compagne e lavoratrici degli appalti, indispensabili alla costruzione e alla cura di questa lotta. Il sindaco di Campi Bisenzio è stato al presidio fin dall’inizio, emanando da subito una ordinanza che impedisce ai camion di avvicinarsi allo stabilimento per provare a svuotarlo. La Fiom, insieme al Collettivo di fabbrica, ha aperto il fronte della vertenza anche dal punto di vista giuridico, denunciando l’azienda per comportamento antisindacale. Il 19 luglio, la Cgil di Firenze ha dichiarato sciopero generale territoriale (a cui si sono unite le altre sigle sindacali) e ha riempito una delle piazze centrali della città. Il sabato dopo, il 24 luglio, il Collettivo di fabbrica ha organizzato una manifestazione intorno allo stabilimento: un enorme fiume di persone, tra cui tantissimi lavoratori solidali arrivati anche da fuori, hanno abbracciato fisicamente la fabbrica. Il Collettivo di fabbrica è tornato di nuovo in piazza, insieme all’ANPI (associazione nazionale partigiani italiani), l’11 agosto, il giorno in cui si ricorda la Resistenza partigiana di Firenze. La città si è riempita di nuovo, nonostante fosse piena estate.

Nel frattempo, la vertenza ha riempito quotidianamente le pagine dei giornali, attirando anche la solidarietà del mondo universitario, della cultura e dello spettacolo. La determinazione della lotta e la capacità di costruire intorno ad essa un consenso di massa su parole d’ordine molto radicali ma niente affatto minoritarie è via via diventata un fatto che nessuno nel paese può permettersi di ignorare. Le istituzioni regionali e quelle nazionali sono state più o meno costrette a presentarsi ai cancelli e dare agli operai la loro solidarietà. Si sono mostrati indignati e hanno fatto promesse che sanno di non mantenere. Ma di fronte hanno trovato operai capaci di ricordare loro che Melrose non ha nessuna intenzione di tornare indietro e ha fatto ciò che le leggi fino ad ora approvate le hanno consentito. Per fermarla e cambiare il destino di questa vertenza la politica non ha che una strada: cambiare quelle leggi.

Con altrettanta chiarezza, gli operai hanno spiegato a tutti che non si acconteranno di cassa integrazione, incentivi al licenziamento o promesse di ricollocamento. Non vogliono sussidi e non vogliono un altro posto di lavoro che porterebbero via ad altri lavoratori e lavoratrici ancora meno tutelati di loro. Vogliono continuare a fare semiassi, tutto qui. Il mercato c’è, la fabbrica e le macchine pure, tutte le professionalità che servono sono al presidio e da un momento all’altro potrebbero riprendere la produzione. Chi manca è l’impresa e l’impegno che il governo potrebbe assumersi di continuare ad avere commesse, tanto più che il principale cliente di Gkn è Stellantis, una delle imprese che dal governo italiano ha preso di più in termini di risorse economiche a fondo perduto.

Per provare a coprirsi le spalle, il governo in piena estate ha anche iniziato a parlare di una proposta di legge anti-delocalizzazioni su modello francese, poco importa se oltralpe abbia funzionato o meno. Senza confrontarsi con i lavoratori interessati, si è messo al lavoro su un testo assai debole, che piuttosto che impedire le delocalizzazioni, stabilisce quale procedura debbano seguire le aziende che delocalizzano. Nessuna sanzione per le aziende che non la rispettano, nessun obbligo per le imprese che hanno preso soldi dallo Stato a non chiudere e spostare la produzione altrove. Solo tempi un po’ più lunghi per annunciare il licenziamento e generici impegni per trovare altri impieghi ai lavoratori coinvolti e monetizzare il loro licenziamento. Esattamente quello che i lavoratori di Gkn non vogliono.

Nonostante la prima bozza fosse debolissima, Bonomi, il presidente degli industriali, appena letta, ha gridato allo scandalo: “si mette in discussione la libertà di impresa”. Alle sue parole, il governo ha fatto immediatamente retromarcia, annacquando ulteriormente il testo. Le direzioni sindacali confederali sono state finora debolissime su questo punto, quasi inesistenti, incastrate piuttosto in una discussione assurda su vaccini e green pass.

Sono stati di nuovo i lavoratori del Collettivo di Gkn a insorgere e pretendere che questa legge fosse scritta in altro modo. Hanno invitato davanti ai cancelli della fabbrica occupata, a fine agosto, i più importanti giuristi democratici del paese, chiedendo loro di riscrivere un testo che possa davvero impedire le delocalizzazioni di imprese che non sono in crisi. In campo, su questo tema, c’é la loro vertenza, ma anche varie altre aperte nel paese, in larga parte legate al settore automotive, sempre più a rischio di franare per le scelte industriali e occupazionali di Stellantis.

Il 18 settembre, a pochi giorni dalla fine della procedura che avrebbe portato alle lettere di licenziamento, il Collettivo di fabbrica ha indetto una manifestazione nazionale a Firenze, preparata con una serie di assemblee fatte dai delegati di Gkn nelle altre città (Roma, Napoli, Torino, Milano, Bergamo e molte altre) e a cui successivamente hanno aderito Cgil e Fiom.

40 mila persone da tutta Italia, il 18 settembre, hanno invaso Firenze. È una della manifestazioni più radicale e riuscita degli ultimi anni. Dopo decenni, il mondo del lavoro si è ritrovato in piazza oltre ogni divisione politica e sindacale, dietro un’unica parola d’ordine lanciata dal Collettivo di fabbrica: insorgiamo.

Due giorni dopo, il Tribunale si è espresso sulla denuncia della Fiom per condotta antisindacale, dando torto all’azienda e bloccando la procedura di licenziamento. Anche se questo non basta a scongiurare la chiusura dello stabilimento, è una prima grande vittoria, determinata dallo straordinario livello di mobilitazione oltre che dalla preesistente contrattazione aziendale di Gkn, che ha fatto dire alla giudice che l’azienda avrebbe dovuto informare il sindacato prima di annunciare la chiusura dello stabilimento.

I 75 giorni si sono quindi interrotti prima che potessero partire le lettere di licenziamento. L’azienda ha gia riconvocato i sindacati per riaprire la procedura, dopo preventiva informazione imposta dal Tribunale. Ma dovrà attendere almeno altri 75 giorni prima di poter licenziare. E nel frattempo, alla notizia della sentenza, in una sola giornata, ha perso 4 punti percentuali in borsa.

Dopo tanti anni di sconfitte, finalmente una speranza. Ma deve essere forte la consapevolezza che la partita non è conclusa. I licenziamenti non sono stati ritirati, ma soltanto spostati in avanti. La fabbrica resta occupata e la lotta va avanti. Questo tempo in più va usato per costringere il governo a entrare in campo per annullare i licenziamenti, approvando una legge che impedisca le delocalizzazioni di imprese che hanno usato risorse pubbliche per investire in Italia. Risorse bruciate da operazioni speculative di mercato, che, oltre a non essere servite a creare occupazione, molto più utilmente, avrebbero dovuto andare a sanità e stato sociale.

Questa vertenza è esemplare per tante ragioni, a partire dalla autonomia della sua direzione sindacale e dal protagonismo del Collettivo di fabbrica, in rapporto diretto e quotidiano con l’assemblea dei lavoratori. Un protagonismo importante che è stato capace fino ad ora, anche grazie a una straordinaria solidarietà del territorio, di determinare il contributo necessario della Cgil, ora chiamata a assumersi la responsabilità di indire lo sciopero regionale e poi nazionale sul tema delocalizzazioni. Il risultato non è scontato, ne siamo consapevoli, ma la forza anche simbolica che ha assunto questa vertenza è tale da rendere una sua normalizzazione o marginalizzazione non facile per nessuno.

Questa lotta è esemplare anche perché ha dimostrato che gli operai non sono rassegnati al loro destino, nonostante decenni di sconfitte e arretramenti, anche dovuti a scelte sindacali moderate, concertative e inefficaci. Davanti ai cancelli di Gkn, è stato finalmente ribaltato lo stereotipo dell’operaio sconfitto prima ancora di iniziare una lotta. Il morale e la forza di questa vertenza sono tali, anzi, da trascinare dietro di loro tutte e tutti, anche tanti di quelli che non ci credevano più, con un ruolo polarizzante, sia per il sindacato che per la politica, come non si vedeva in Italia da 20 anni. La lotta non è finita, ma è già una vittoria aver ridato speranza e voce a un movimento dei lavoratori e delle lavoratrici altrimenti assuefatto.

Infine, questa vertenza è esemplare perché ha dimostrato che una lotta radicale – anche molto radicale – non è necessariamente minoritaria e può essere di massa, se il gruppo dirigente che la conduce ha l’intelligenza di uscire dall’angolo e costruire consenso senza settarismo.

Essere radicali, significa andare alla radice. Questa vertenza ha il merito di farlo.

La lotta continua.

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