Ricominciare dall’acqua, per spegnere Draghi

Sabato 12 giugno il corteo nazionale a Roma per rilanciare, a dieci anni dalla vittoria referendaria, la riappropriazione dei beni comuni e dei servizi pubblici [Checchino Antonini]

Secondo noi di Sinistra Anticapitalista i referendum su acqua e nucleare del 12 e 13 giugno 2011 dimostrano due cose: che è possibile battere mettere delle zeppe nella macchina neoliberista, ma solo se il movimento è capace di vincere anche una tendenza alla liquidità che altrimenti lo condanna alla marginalità, alla subalternità a un quadro politico che lo strumentalizza. E ne disinnesca la carica dirompente che si manifestò con 25 milioni di Sì. Dieci anni dopo saremo anche noi alla manifestazione nazionale “Beni comuni, acqua e nucleare: indietro non si torna!” in programma a Roma sabato 12 giugno (ore 15.30 Piazza dell’Esquilino), non tanto per ricordare quella vittoria che già poche ore dopo fu oggetto di fuoco amico e letale, ma per rilanciare le ragioni di un’attivazione di massa, unificante, per la riappropriazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, città per città e a ogni livello nazionale ed europeo.

E’ un appuntamento importante perché si inserisce in un percorso che ci ha già visto in piazza per denunciare il G20 sulla sanità andato in scena a Roma e ci porterà a una grande manifestazione nazionale a Roma, in autunno, dopo essere stati a Genova nella ricorrenza del ventennale del luglio 2001 con l’eloquente slogan: “Voi la malattia, noi la cura”. Nessun reducismo né sui referendum, né a proposito della stagione dei social forum, piuttosto la ricerca della convergenza possibile: autonoma da chi è colluso col governo Draghi, radicale nelle piattaforme, democratica nella relazione, efficace, utile alla connessione con altri percorsi di lotta e appuntamenti politici, primo fra tutti quello per il rinnovo dei consigli comunali.

Un appuntamento importante dentro un contesto quanto mai complicato anche dal punto di vista dell’esigibilità dell’agibilità democratica. Proprio mentre scriviamo queste righe le forze di polizia, a Roma, hanno identificato le/gli attivistə impegnate in azioni comunicative per lanciare il corteo di sabato. Clamoroso il sequestro da parte dei solerti funzionari della polizia politica del “pericoloso” corpo del reato: lo striscione storico con su scritto “Giù le mani dall’acqua!”.
«Uno zelo da parte delle istituzioni nell’imporre il rispetto delle regole del tutto sproporzionato che non si riscontra in tanti altri casi a partire dal rispetto dell’esito referendario e dell’attuazione della volontà popolare», viene sottolineato da un comunicato dei promotori della manifestazione. Il gesto delle forze dell’ordine fa il paio con il sequestro, il 2 giugno scorso, di un altro striscione nel corso di una manifestazione di giovani delle seconde generazioni, figli di migranti, e di Black Lives Matter che, alla Bocca della Verità volevano solo rivendicare i diritti di cittadinanza nel giorno della festa della Repubblica e denunciare l’assurda morte di un giovane come loro, Musa Balde, rinchiuso in un Cpr, un luogo di dubbia costituzionalità. L’irritazione dei funzionari di polizia verso chi manifesta in dissenso con i dictat del governo è lo specchio dell’allergia bipartisan alle regole base della democrazia: i partiti della coalizione Draghi, dalla Lega al Pd, sono gli stessi che insieme o in alternanza di governo, hanno sequestrato e disatteso l’esito dei referendum mentre, a turno, inasprivano la repressione verso migranti, rifugiati, lavoratori e occupanti di case. E questo governo è tra quelli che si oppongono alla moratoria dei brevetti sui vaccini. L’UE costituisce in questo momento il più grave ostacolo alla tutela della salute globale specialmente delle popolazioni del Sud del mondo. Da segnare nello scadenzario anche la Giornata Sabin, di raccolta firme per l’Ice contro i profitti nella pandemia.
«Sabato in piazza – scrivono i promotori e noi sottoscriviamo – ribadiremo che indietro non si torna perché si scrive acqua, si legge democrazia». E insieme alla galassia di sigle con cui dieci anni fa partecipammo alla campagna referendaria, ripetiamo che «La crisi climatica, economica, sociale e l’emergenza sanitaria impongono una radicale inversione di rotta che metta al centro la tutela dei beni comuni in quanto elementi fondanti le comunità e la società. Una direzione che non è quella indicata dal PNRR e dalle riforme che lo accompagneranno, provvedimenti che prevedono esplicitamente il rilancio delle privatizzazioni e l’approfondimento della mercificazione dei beni comuni».
Rivendicare l’esigibilità del referendum vuol dire battersi contro il padronato e i suoi strumenti politici anche quelli che vogliono sembrare friendly nei confronti dei movimenti sociali.

Per rilanciare e rimettere al centro del dibattito pubblico i temi della campagna referendaria di 10 anni fa la mobilitazione si sviluppa tanto a livello locale quanto a livello nazionale secondo questo schema:

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