I tanti nodi di un sistema previdenziale imbastardito

Le conseguenze della mancata abrogazione della Fornero, la fine di “quota cento”, la timidezza confederale e ciò di cui, invece, ci sarebbe bisogno [Fabrizio Burattini]

Com’è noto, “quota 100”, cioè la norma previdenziale definita dal Decreto legge n. 4 del 2019 che ha consentito per tre anni alle lavoratrici e ai lavoratori di andare in pensione con 62 anni di età anagrafica e 38 anni di contributi, finirà di avere i suoi effetti alla fine del 2021. Con la conseguenza di provocare uno “scalone”, cioè di obbligare chi compisse 62 anni a gennaio del 2022 a rimanere al lavoro fino all’età di 67 anni, a differenza di chi, compiendo i 62 anni entro il mese precedente (dicembre 2021), sarà potuto andare in pensione quest’anno.

Questa è una delle conseguenze di quella legge, fatta dal governo Conte 1, il cosiddetto “governo gialloverde”, formato da 5Stelle e Lega, cioè quei partiti che hanno raccolto milioni di voti promettendo di abrogare la cosiddetta “legge Fornero” (cioè l’articolo 24 del decreto legge n. 201 del 2011), ma che poi, una volta al governo, si sono limitati a farne una parziale e aborracciata rettifica.

Peraltro, quella norma ha prodotto effetti molto meno significativi di quelli strombazzati dalla Lega nella sua sgangherata propaganda. Le domande presentate e accolte dall’INPS sono state circa 280.000, la metà di quelle previste, tanto che dei 19 miliardi di euro accantonati per finanziarla ne sono stati spesi non più di 10.

La storia del sistema pensionistico italiano

Il sistema previdenziale italiano si è basato per molti anni sulle norme imposte dalle grandi lotte delle lavoratrici e dei lavoratori negli anni 60 del secolo scorso. Nella primavera del 1969, nel pieno delle mobilitazioni, i sindacati definirono con l’allora ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, lo schema di un provvedimento legislativo che venne approvato alla fine di aprile e che trasformava il sistema previdenziale italiano, fino ad allora basato sulla “capitalizzazione” (cioè sulla quantità di contributi versati), in un sistema “retributivo a ripartizione”, cioè basato sulla retribuzione percepita dal lavoratore negli ultimi anni. Lo scopo era quello di assicurare al pensionato di mantenere un livello di vita non troppo inferiore a quello conquistato al termine della propria vita lavorativa.

Inoltre, già qualche anno prima (nel 1965), era stata introdotta la “pensione di anzianità” che consentiva al lavoratore di chiedere il pensionamento dopo 35 anni di contribuzione, indipendentemente dall’età anagrafica. Si trattava in sostanza di garantire al lavoratore di contribuire alla produzione del paese per un numero congruo di anni, agevolando così il pensionamento di tutte e tutti coloro che avevano iniziato a lavorare molto precocemente. E poi, in fin dei conti, era anche una sorta di riduzione secca dei tempi di lavoro, che redistribuiva il lavoro alle generazioni più giovani.

Il sistema previdenziale è sempre stato una spina nel fianco delle classi dominanti che lo hanno ritenuto fonte di spese pubbliche eccessive, causa di incremento del costo del lavoro (per i contributi a carico delle aziende), finalizzate, secondo loro, a mantenere un settore della popolazione sostanzialmente improduttivo (gli anziani).

Non a caso la “riscossa” padronale neoliberale, già dagli anni 80, ha messo la questione previdenziale subito nel suo mirino, come una delle prime tra le cose da tagliare. A partire dal 1992 si sono susseguite in trent’anni 8 “riforme”, tutte finalizzate a smantellare, pezzo dopo pezzo, quel sistema per il quale si era lottato tanto: Amato (1992), Dini (1995), Prodi (1997), Berlusconi (2001), Maroni (2004), Damiano (2007), Fornero (2011) e, infine, quella Salvini-Di Maio del 2019. Come si può facilmente constatare 5 delle 8 “controriforme” sono state adottate da governi di centrosinistra o comunque, come nel caso di quella Fornero, fortemente sostenuti dal PD. E si tratta soprattutto delle controriforme più incisive e pesanti.

Facciamo notare questo punto perché le uniche “riforme” contro le quali i sindacati confederali si sono mobilitati (peraltro in modo sostanzialmente inutile) sono state quelle definite da Berlusconi e da Maroni. Paradossale è quanto accadde nel 1994, quando la mobilitazione sindacale impedì la riforma proposta dal governo di centrodestra dopo la “discesa in campo” del “cavaliere”, salvo “concertare” l’anno successivo con il ministro Dini, che nel frattempo era stato acquisito dal centrosinistra, una riforma ancora peggiore. Anzi, assieme a quella Fornero, la peggiore in assoluto perché ha reintrodotto il sistema “a capitalizzazione” che le lotte operaie avevano cancellato nel 1969.

Sì, perché l’introduzione del “sistema contributivo” (che ha riportato indietro di decenni la previdenza italiana) punta ad azzerare il contributo pubblico alle pensioni, sostanzialmente a trasformare l’INPS in un’agenzia che amministra in maniera più o meno trasparente gli accantonamenti previdenziali delle lavoratrici e dei lavoratori, parificandone in prospettiva il funzionamento a quello di una qualsiasi compagnia assicurativa privata.

La fine di “quota 100”

Ora il “governo dei migliori” si trova di fronte alla impresentabilità sociale e politica dello scalone, il tutto complicato dal fatto che i 5Stelle e la Lega (cioè gli autori e i propagandisti di “quota 100”) costituiscono parte rilevante della maggioranza governativa.

Uno scalone pesante e impopolare, ma non provocato dalla “quota 100”, bensì conseguenza della bestialità della legge Fornero, con la sua età di maturazione della pensione più alta d’Europa.

Draghi, dunque, sta studiando come alleggerire la situazione senza fornire altri pretesti di agitazione demagogica alla Lega (i 5Stelle sembra disposti a tutto, pur di non far precipitare la situazione) ma senza irritare la Confindustria con nuovi stanziamenti di bilancio a favore dei futuri pensionati.

Per il momento si tratta di un dibattito di prospettiva (le scelte vere probabilmente saranno rimandate all’autunno, alla vigilia della stesura della manovra di bilancio per il 2022. Ma intanto ognuno propone una propria idea.

Particolarmente accreditata è la proposta che sembra circolare al ministero dell’Economia. Si tratterebbe di una corsia preferenziale per le lavoratrici e i lavoratori impegnati in lavori faticosi: pensione a 61 anni e 7 mesi, con almeno 35 anni di contributi (per i lavoratori autonomi un anno in più); il consolidamento strutturale di “Opzione donna”: pensione con almeno 58 anni di età e 35 di contributi, ma tutta calcolata con il metodo contributivo; e l’APE sociale per i lavoratori in difficoltà (disoccupati di lungo corso, disabili) con almeno 63 anni di età.

Il Movimento 5 Stelle rispovera quella che sarebbe stata la sua proposta se alla fine del governo Conte 2 si fosse arrivati al Conte 3. Propongono una “quota 102” (pensione con 63 anni di età e 39 di contributi, o 64 di età e 38 di contributi). Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, notoriamente legato ai 5Stelle, propone di concedere la pensione calcolata con il metodo contributivo a chi ha 62 o 63 anni, riservandosi di liquidargli la parte retributiva al raggiungimento dei 67 anni, con in più uno scivolo a 62 o 63 anni per alcune categorie particolarmente fragili, come gli immunodepressi oncologici.

Il PD in questo dibattito appare particolarmente defilato. Al Nazareno, per il momento, si sono limitati a raccomandare un’attenzione particolare ai “lavori usuranti”, una definizione che circola da decenni ma che nessun governo, tantomeno quelli di centrosinistra, si è mai premurato di concretizzare.

Le proposte dei sindacati confederali

Dopo mesi di silenzi impacciati (nessuno dei sindacati confederali si azzardava a né a difendere “quota 100”, frutto del mai digerito governo “gialloverde”, né a criticarla, rischiando di apparire collaterale con le critiche di Confindustria), ora Landini, Sbarra e Bombardieri, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, hanno avanzato la loro proposta che vorrebbe superare quota 100 con un’uscita flessibile a partire dai 62 anni di età, assieme ad una sorta di reintroduzione della pensione di anzianità con 41 anni di contributi a prescindere dall’età (oggi riservata ai “lavoratori precoci”), assieme ad altre misure previdenziali per i giovani, per le donne e per i lavoratori impiegati in mansioni usuranti, e ad un sistema di parziale tutela del potere d’acquisto delle pensioni. In maniera perlomeno singolare, l’ex sindacalista neofascista Durigon, oggi sottosegretario leghista, a suo tempo artefice della legge di “quota 100”, fa una proposta sostanzialmente in linea con quella confederale.

I leader sindacali si rendono conto che la fine di “quota 100” provoca il pieno ritorno della più che impopolare legge Fornero (che peraltro nel 2011-12 evitarono accuratamente di contrastare), ma si rinunciano a prendere il toro per le corna, a denunciare il fatto che dieci anni fa il governo dei tecnici massacrò il sistema pensionistico italiano e con esso i progetti di vita di milioni di lavoratrici e di lavoratori per risparmiare – si disse – 20 miliardi, mentre oggi, sostanzialmente senza neanche discussione parlamentare, si progetta di stanziare centinaia di miliardi in grandissima parte alle imprese.

Le soluzioni di cui ci sarebbe bisogno

Ancora una volta le direzioni delle principali centrali sindacali rinunciano ad avanzare una proposta basata sulla piena difesa e sulla piena riconquista di uno dei fondamentali elementi di progresso non solo delle classi lavoratrici, ma della stessa civiltà umana. Quello di un sistema previdenziale capace di tutelare veramente l’ultima parte della vita delle lavoratrici e dei lavoratori, di promuovere la solidarietà intergenerazionale, di favorire il ricambio occupazionale, di accorciare i tempi di lavoro (cosa tanto più indispensabile in questa epoca di crisi economica e di distruzione di posti di lavoro). Cosa che si può ottenere solo con il pieno ripristino di un sistema retributivo a ripartizione e rivedendo drasticamente i limiti di età.

Ma non solo, rinunciano anche solo ad affrontare i nodi più scandalosi del sistema.

Il sistema contributivo, che è basato sull’aspettativa di vita media nazionale, a fronte ad un’aspettativa di vita invece molto diversificata socialmente (i ruoli dirigenziali e manageriali e in genere i redditi più alti hanno un’aspettativa di vita parecchio più lunga di chi fa lavori usuranti e comunque manuali e a basso reddito) e territorialmente (la vita media è più lunga al Nord piuttosto che al Sud), favorisce le pensioni dei lavoratori più ricchi e penalizza quelle dei lavoratori di più basso livello e delle regioni meno ricche.

Il sistema contributivo, inoltre, colpisce in particolare tutti i lavoratori precari ed intermittenti, le donne, chi è obbligato al part time, in generale tutti i working poor.

Non si affronta il nodo delle casse previdenziali private (medici, architetti, veterinari, giornalisti, e numerose altre corporazioni) che tutelano il risparmio previdenziale dei loro aderenti, ma che, quando maturano dei buchi di bilancio, ne chiedono la copertura all’INPS, dunque al risparmio previdenziale dei lavoratori “normali”.

Bilancio dell’INPS che, comunque, al di là dei reiterati allarmi delle associazioni padronali e dei loro portavoce nei giornali e nelle televisioni, è tutt’altro che in deficit. Infatti nel 2019 (il 2020 è ovviamente un caso del tutto particolare viste le spese straordinarie imposte all’istituto a causa della pandemia), a fronte di 209 miliardi di euro di entrate contributive, ci sono stati 230 miliardi di uscite, che, se depurate dalle spese assistenziali (38 miliardi) mostrano un bilancio previdenziale in attivo.

Senza dimenticare che dei 230 miliardi annui spesi dall’INPS lo stato ne reicamera circa 56 attraverso il prelievo fiscale sulle pensioni, che, come è noto, nel nostro paese ammonta quasi al doppio di quel che avviene nel resto dei paesi dell’OCSE.

Tutto questo a fronte di una colossale evasione contributiva (ben oltre i 100 miliardi l’anno), ma anche di una decontribuzione “legale” concessa a piene mani e a vario titolo alle aziende.

Dunque del tutto ingiustificate e punitive si manifestano alcune misure come, ad esempio, il sequestro dei TFR e dei TFS dei pensionati ex pubblici dipendenti, che, al di là di quando riescono ad andare in pensione si vedono liquidati i loro accantonamenti di fine carriera solo al raggiungimento dei 67 anni.

Il marcio della previdenza complementare

Ma soprattutto i vertici sindacali, con le loro posizioni e con le loro iniziative si mostrano del tutto complici di uno degli aspetti più inquietanti delle controriforme previdenziali e cioè quello della cosiddetta “previdenza complementare” che si è dimostrata una fonte di profitto e di lucro per banche, assicurazioni, economisti prezzolati, ex funzionari sindacali, rappresentanti delle associazioni datoriali, ecc. senza nessun tornaconto per i lavoratori aderenti, che, ben che gli andrà, alla fine riceveranno una rendita pari a quel che avrebbe fruttato loro il riscuotere il TFR.

Ma, purtroppo molto più spesso, per la totale mancanza di trasparenza del funzionamento degli istituti che gestiscono questo “secondo pilastro” della previdenza, per i costi esorbitanti di funzionamento, per l’irresponsabilità e a volte per le malversazioni nella gestione azionaria dei loro fondi, fruttano all’ignaro pensionando una rendita misera a fronte dei versamenti accantonati. Non a caso, a questi fondi complementari allo stato attuale non ha aderito più del 25% dei lavoratori interessati.

Ebbene, i vertici di Cgil, Cisl e Uil, proprio per tentare di incrementare questo basso tasso di adesione hanno “inventato” il meccanismo del “silenzio assenso” (già fruttuosamente sperimentato in altre voci del funzionamento sindacale, come le quote di servizio o l’adesione agli enti bilaterali), che proprio il mese scorso è stato esteso, con un accordo tra i rappresentanti delle confederazioni e l’Aran, anche al fondo Perseo-Sirio riservato alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici.

A questo proposito, vale la pena qui di riportare quanto scrisse in epoca non sospetta (nel 2003) l’allora membro del Consiglio di indirizzo e vigilanza (CIV) dell’Inpdap Maurizio Sarti, ex dirigente della FP Cgil,  a proposito dei fondi complementari:

Con la creazione dei fondi complementari (allora muovevano i primi passi) “…lo Stato, in questo modo, procede a traslare la responsabilità di un futuro rischio di povertà in capo al cittadino, responsabile delle proprie scelte… a costo dell’impopolarità, in quanto è lecito attendersi che tale comportamento venga interpretato come uno ‘scippo’ del TFR o una ‘nuova tassa’, … il rischio di un’eventuale, futuro fenomeno di povertà generazionale”, di fronte a “persone, talvolta imprevidenti”, che “possano farsi del male da sole. In realtà, in tal modo, viene operata una parziale trasformazione della previdenza obbligatoria in direzione del sistema a capitalizzazione. Tale processo potrebbe, in un futuro più o meno lontano, estendere la sua influenza, in modo sempre più invasivo, sulla previdenza pubblica per via diretta ed esplicita oppure per mezzo di una progressiva attenuazione dei contributi destinati al finanziamento del primo pilastro rideterminando, in questo modo, di volta in volta, equilibri diversi nel rapporto tra previdenza pubblica a ripartizione e previdenza complementare a capitalizzazione individuale”.

Per tacitarne forse non troppo faticosamente la coscienza e per evitare sue nuove uscite incontrollate, Maurizio Sarti è stato nominato direttore generale proprio del Fondo Perseo-Sirio, con una retribuzione di 88.000 euro l’anno.

Dal Manifesto programmatico di Sinistra Anticapitalista

(febbraio 2019) Proponiamo: la riduzione dell’orario di lavoro su scala europea a 30 ore settimanali; l’abolizione della legge Fornero e la riduzione dell’età pensionabile a 60 anni di età o 35 anni di contributi; la riforma delle pensioni basata sul ripristino del sistema retributivo al posto del sistema contributivo.

La riforma Fornero del 2012

Nel 2011, gli sconvolgimenti dei mercati finanziari innescati dalla crisi economica e bancaria sopraggiunta 4 anni prima spinsero le classi dominanti del nostro paese a chiedere ed ottenere un pesante “commissariamento” delle istituzioni politiche, con l’investitura da parte dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di un governo “tecnico”, presieduto da Mario Monti e con al ministero del Lavoro e della previdenza sociale la professoressa Elsa Fornero.
Con l’obiettivo di un ponderoso taglio alla spesa pubblica tale da riuscire a rassicurare gli operatori finanziari internazionali il governo, con il sostegno parlamentare del Partito democratico (allora diretto da Pierluigi Bersani) e del Popolo della libertà di Berlusconi, adottò un provvedimento di brutale riforma del sistema pensionistico del nostro paese.

La “riforma” impose che tutte le pensioni, a prescindere dalle articolazioni previste dalla precedente riforma del 1995, venissero calcolate a partire dal 2012 con il metodo contributivo, cosa che ha comportato e comporta a tutti i successivi pensionati perdite consistenti (ad es. un pensionato del 2021 che con la normativa precedente avrebbe potuto aspirare ad una pensione netta mensile di € 1.700,00 percepirà, a causa di questa misura, non più di € 1.450,00, con una perdita annua di € 3.250,00).

Inoltre la misura cancellò un’importante conquista degli anni 60: le pensioni di anzianità, sostituite da quelle “anticipate”, comunque imponendo a lavoratrici e lavoratori di allungare il proprio impegno lavorativo di 6 anni. Bloccò il meccanismo di adeguamento semiautomatico delle pensioni all’incremento del costo della vita, cancellò il meccanismo che consentiva alle donne lavoratrici di andare in pensione con 5 anni di anticipo rispetto ai colleghi maschi, collegò l’età di percepimento della pensione alla aspettativa di vita con un meccanismo perverso che ha portato quel limite di età a 67 anni (il limite di età più alto d’Europa e di tutto l’OCSE), limite che sarà comunque sottoposto a revisione e dunque ad ulteriore innalzamento biennale.