Risoluzione della Direzione Nazionale di Sinistra Anticapitalista

Questa risoluzione è stata redatta sulla base della discussione che si è svolta nel Comitato Politico Nazionale il 6/7 marzo 2021.

  1. Le misure di contenimento di cui c’è bisogno

Il superamento della soglia dei 100.000 morti per Covid-19 sta lì simbolicamente a dimostrare la sostanza e gli effetti delle scelte effettuate dalle classi dominanti nell’affrontare e nel tentare di superare la pandemia scoppiata giusto un anno fa. Siamo di fronte a una tragedia infinita ed inaccettabile, di cui non si è ancora voluto prendere coscienza fino in fondo, anche perché, nel suo svolgersi, alla dirompente violenza della pandemia si sono aggiunti gli errori e le responsabilità delle istituzioni capitaliste, nonché le complicità delle forze padronali.
La linea di condotta è stata infatti quella di “convivere con il virus”, rallentare il minimo indispensabile la vita economica del paese, quel tanto che consentisse di non lasciar esplodere in modo ancor più incontrollato il contagio, senza intaccare in modo significativo gli interessi e i profitti degli strati più potenti. A fasi alterne, si sono chiuse parzialmente alcune piccole attività (bar, ristoranti, palestre, teatri, cinema…), si è bloccato il turismo, ma le grandi aziende manifatturiere hanno continuato sostanzialmente indisturbate a far affluire quotidianamente nei loro stabilimenti milioni di lavoratori, dove operai e impiegati restano per 8 ore al giorno in situazioni di prossimità e di contatto del tutto inappropriate per impedire la trasmissione del virus, come attestato dalla recente ricerca dell’Università Tecnica di Berlino, dalla quale risulta che nei luoghi di lavoro l’indice Rt, anche utilizzando le mascherine, raggiunge e supera quota 8, dunque 8 volte superiore al livello ritenuto di guardia. Ma i luoghi di lavoro, salvo il breve e molto parziale lockdown di marzo-aprile 2020, per altro imposto dalle lotte promosse da basso dalle/dai militanti sindacali, delle lavoratrici e dei lavoratori per difendere il loro diritto alla vita, non sono mai stati chiusi.
La scelta di “convivere con il virus” dunque è stata e resta la scelta di “convivere con la strage quotidiana” di centinaia di esseri umani, considerandola l’inevitabile scotto da pagare per garantire l’attività economica del paese.
Occorre al contrario invertire la logica di queste scelte. In primo luogo, fino alla fine della campagna vaccinale ed anche per poterla organizzare adeguatamente, vanno bloccate tutte le attività non essenziali a garantire la vita quotidiana delle famiglie e dunque tutte quelle aziende che producono merci o servizi non imprescindibili.
I redditi delle lavoratrici e dei lavoratori delle aziende bloccate da queste misure andranno adeguatamente tutelate con misure di cassa integrazione che offrano una copertura integrale al 100% per i salari fino a 1.500 euro mensili netti. I lavoratori genitori di figli con età inferiore ai 14 anni che non possano frequentare la scuola in presenza a causa della pandemia andranno tutelati con congedi parentali retribuiti almeno all’80% del salario mensile e con percentuali di copertura maggiore per i salari inferiori ai 1.500 euro.

  1. L’interiorizzazione dello stato di emergenza

Le misure di contenimento della vita sociale introdotte per frenare il contagio esprimono comunque l’intento delle classi dominanti di cogliere l’occasione della pandemia per imprimere un ancora più forte disciplinamento sociale: al di là della loro utilità sanitaria vogliono anche determinare il clima adatto ad abbattere le resistenze ed imporre una visione neo-liberista dell’individuo che ha sempre meno bisogno di relazioni sociali e tanto meno di forme di aggregazione politica.
Lo stato di emergenza prorogato sostanzialmente a tempo indeterminato, le limitazioni di movimento e la proliferazione dei controlli di polizia e delle relative sanzioni, la spinta all’istituzionalizzazione della “didattica a distanza”, fanno metabolizzare nei giovani e più in genere nelle persone una profonda incertezza esistenziale individuale e collettiva. Provocano però anche spinte di lotta spontanee soprattutto giovanili (come abbiamo visto su scala più massiccia in Francia ed in altri paesi, ma in maniera più limitata anche in Italia) contro quelle che percepiscono come lesioni delle libertà e della democrazia.
Queste tensioni, depurate da interpretazioni soggettiviste o negazioniste, dovrebbero essere indirizzate verso contenuti di reale alternativa sociale e di contestazione globale del sistema capitalistico.

  1. Le responsabilità di fondo del capitalismo

Ma le responsabilità del capitalismo non risiedono solo nell’insufficienza delle misure di contenimento. La stessa origine del virus, ormai è stato largamente dimostrato, è strettamente correlata con la devastazione ambientale provocata dal capitalismo. E’ correlata con le pratiche predatorie dell’agribusiness nei confronti delle risorse ambientali, con il moltiplicarsi di allevamenti intensivi patogeni di animali da carne o da pelliccia, con la deforestazione che mette a diretto contatto i lavoratori rurali con gli animali selvatici potenziali vettori di contagi virali.
Per questo, in tutto il nostro intervento, mettiamo sotto accusa il capitalismo come sistema contro la vita dell’intera umanità in direzione di una società ecosocialista e promuoviamo gli interventi radicali volti a difendere l’ambiente e a preservare la natura.

  1. Il sistema sanitario

Il sistema sanitario italiano (al pari di quelli di gran parte degli altri paesi capitalisti) si è dimostrato tragicamente inadeguato per affrontare la pandemia. Decenni di tagli che ne hanno ridotto le potenzialità di intervento, una devastante regionalizzazione che lo ha frammentato e differenziato, una violenta privatizzazione che ha canalizzato gran parte dei già insufficienti fondi verso i servizi più remunerativi, arricchendo uno stuolo di speculatori e, nel contempo, distruggendo la medicina di base, territoriale e preventiva, sono tutte scelte che hanno fatto arrivare il servizio ospedaliero pubblico del tutto impreparato all’appuntamento con il virus. Con i risultati che si sono visti in Lombardia e in tutte le altre regioni. A distanza di 12 mesi da quella prova disastrosa, il sistema sanitario italiano, nelle linee essenziali, resta quello che ha fatto fallimento nella primavera scorsa. Ancora una volta, di fronte alla “terza ondata” i reparti di degenza e di terapia intensiva tornano a riempirsi di malati Covid, e le attività per le diagnosi e le terapie delle altre patologie vengono trascurate. Anche di ciò (e di tutte le sofferenze e i lutti che ciò ha provocato) sono responsabili i governi di ogni colore che si sono succeduti a palazzo Chigi a Roma negli ultimi decenni e tutti quelli che si sono alternati al vertice delle 20 regioni, nella sporca gara a chi privatizzava di più il proprio sistema sanitario.
Rivendichiamo il ritorno ad un unico Servizio Sanitario Nazionale pubblico e laico, gestito dallo Stato, da rifinanziare massicciamente, il blocco di ogni forma di finanziamento diretto o indiretto della sanità privata, la creazione di un polo pubblico farmaceutico, l’abolizione di tutti i ticket, il rilancio dei servizi di prevenzione, cura, riabilitazione, ospedalieri e territoriali, la riapertura degli ospedali colpevolmente soppressi, il superamento del numero chiuso per l’accesso alle facoltà di medicina e di infermieristica, la stabilizzazione del personale precario e la reinternalizzazione dei servizi subappaltati. Sono tutte misure che necessitano di una massiccia assunzione di personale sanitario.

  1. Il sistema formativo

Le scuola e le università del nostro paese sono tra i settori che più hanno pagato la contraddittorietà e le gravi insufficienze della politica del governo. Ci sono istituti che in buona sostanza sono rimasti chiusi dal marzo 2020. Era stato promesso un rientro a scuola a settembre in sicurezza ma nulla per consentirlo è stato fatto: le decine di miliardi di euro di tagli operati dai precedenti governi non sono stati reintegrati; gli organici del personale docente e non docente, già strutturalmente insufficienti, sono rimasti gli stessi; la presenza di lavoratori precari, storicamente rilevante nel settore e causa di ingiustizie e di disservizi, è stata persino incrementata; permangono le classi “pollaio” e la grave inadeguatezza delle strutture. La tentazione di rendere strutturale la “didattica a distanza” resta nei piani ministeriali, nonostante che le importanti mobilitazioni studentesche svoltesi in questi mesi di pandemia mostrino il forte e diffuso desiderio delle giovani generazioni di tornare in sicurezza ad una scuola totalmente in presenza, dove si possa sviluppare a pieno il rapporto tra docenti e alunni e la crescita umana e sociale delle/dei giovani cittadine/i.
Occorre al contrario un nuovo forte investimento pubblico nella scuola e nell’università, a partire dal rifinanziamento dei 32 miliardi tagliati dalla ministra Gelmini, sia per rendere possibile una rapida riapertura degli istituti in presenza, sia per sormontare le antiche e strutturali inadeguatezze del sistema pubblico di formazione: un forte piano di recupero degli edifici per consentire di formare classi più snelle (con 15 alunni al massimo) e con maggiore distanziamento, l’immediata assunzione a tempo indeterminato di tutte e tutti le/i precari/e docenti e non docenti che abbiano i requisiti in titoli e servizi, l’abolizione della cosiddetta “autonomia” scolastica e universitaria che è servita solo ad aggravare le differenze tra istituti ricchi e istituti poveri e ad accrescere in maniera ingiustificata il potere di dirigenti e presidi, l’abrogazione di tutte le norme della “riforma della buona scuola”, a partire dalla cosiddetta alternanza scuola-lavoro.

  1. I trasporti pubblici

Altrettanto per ciò che riguarda un altro settore vitale dei servizi pubblici, quello dei trasporti, tanto più delicato in quanto è stato rilevato quanta parte della trasmissione del contagio sia da addebitare alla storica inadeguatezza quantitativa e qualitativa dei sistemi di trasporto collettivo, che si è ulteriormente aggravata negli ultimi anni a causa dei tagli operati sulle finanze degli enti locali. Il tutto è stato reso ancora più complesso perché, proprio nel settore dei trasporti, le direzioni dei sindacati confederali hanno praticato in forme ancora più smaccate che altrove una gravissima connivenza con le controparti nella gestione delle aziende, devastando un radicamento sindacale che un tempo era tra i più forti del paese.
Occorre un forte reinvestimento nel trasporto collettivo pubblico, per motivi sociali, di prevenzione sanitaria e di tutela dell’ambiente, incrementando massicciamente il numero e la qualità dei mezzi di trasporto, in particolare quelli adibiti alla mobilità pendolare, privilegiando il trasporto su rotaia, reinternalizzando tutti quei servizi regalati ad aziende private che pensano solo a fare profitti sulla pelle dei dipendenti e a discapito della qualità del servizio, rinnovando il contratto degli addetti da troppi anni bloccato.

  1. Le responsabilità dei padroni, dei governi e dei media

Di questa strage, dunque, i responsabili sono molto chiari: sono i grandi imprenditori e le loro associazioni che hanno intimato al governo di lasciare in attività tutte le aziende, comprese quelle che non producono affatto merci “essenziali”, per intenderci, quelli del “Bisogna riaprire tutto, se qualcuno morirà pazienza…” (Confindustria di Macerata), comprese quelle che producono armamenti; è il governo, quello passato (il Conte bis), che, dopo l’esperienza del parziale lockdown della primavera scorsa, ha immediatamente ceduto alle pressioni confindustriali dando il via libera dell’estate 2020, preparando e causando così l’esplosione della “seconda ondata”; è questo nuovo governo che, nonostante il delinearsi di una “terza ondata”, non sta decidendo nulla di sostanzialmente diverso; sono i governi regionali che hanno gareggiato tra loro nell’esercitare su quello centrale una costante pressione verso l’attenuazione delle già timide misure di contenimento; sono tutti quei giornalisti e politologi che ci inondano quotidianamente con le loro ramanzine contro la “movida” dei giovani ma non dicono nulla sui fiumi di lavoratrici e di lavoratori che quotidianamente sono obbligati a ammassarsi prima negli autobus e nelle metropolitane e poi nei capannoni e negli uffici degli stabilimenti. Quegli stessi media che solo di fronte alla cifra simbolo dei 100.000 morti, hanno, per un giorno, dato spazio alla tragedia incombente del paese, mentre in tutti questi mesi sono stati complici della gestione irresponsabile della crisi invece di orientare l’opinione pubblica a chiedere cambiamenti sostanziali delle politiche pubbliche così come larghi settori di cittadine e cittadini avevano rivendicato nella prima fase della epidemia.

  1. Il nodo dei vaccini

I governi dei principali paesi capitalisti, dopo aver preso atto della irrefrenabilità della pandemia hanno deciso di finanziare lautamente le principali multinazionali del farmaco perché producessero nei tempi i più rapidi possibili vaccini atti a contenere e, se possibile, arrestare il dilagare della pandemia. La ricerca dei vaccini è stata totalmente affidata alle aziende private, anche a causa dei tagli che ovunque (l’Italia è stata campione in questa politica) hanno penalizzato la ricerca pubblica. Le diverse aziende farmaceutiche hanno sviluppato le ricerche e le sperimentazioni senza alcuna sinergia. I governi, da parte loro, sono totalmente allineati con questa logica della concorrenza, pur essendo evidente che un’azione di ricerca e di sperimentazione improntata alla cooperazione e alla collaborazione avrebbe consentito con tutta probabilità risultati migliori e più tempestivi.
Comunque, le maggiori case farmaceutiche sono riuscite ad individuare con relativa rapidità alcuni vaccini che ora, da qualche mese a questa parte, dopo una sommaria sperimentazione, vengono prodotti su scala di massa. Ma le regole sulla “protezione della proprietà intellettuale” internazionalmente imposte dagli accordi del WTO, impediscono che essi vengano prodotti e distribuiti nelle quantità necessarie e secondo i criteri più equi e più efficaci per il miglior contrasto possibile della pandemia.
Com’era largamente prevedibile, la distribuzione delle dosi viene fatta seguendo la becera logica del profitto, al fine di assicurare alle aziende produttrici i maggiori introiti possibili, privilegiando i paesi che possono pagare meglio e di più, trascurando o, perlomeno, considerando in modo del tutto complementare le urgenze umane e sociali atte a limitare al massimo il numero delle vittime. Ciò ha fatto sì che paesi dotati di scarse risorse economiche siano totalmente privi di vaccini e che le campagne vaccinali di molti altri paesi, messi di fronte all’incapacità delle multinazionali di ottemperare agli impegni di consegna delle dosi nelle quantità e con i tempi pattuiti, procedano con gravi ritardi. Di fronte alla tragedia dei milioni di morti che il Covid-19 ha già provocato in giro per il mondo e agli altri che minaccia di produrre in futuro, è del tutto scandaloso che le multinazionali di Big Pharma accampino i diritti di brevetto, peraltro ottenuti grazie alle sovvenzioni pubbliche.
E’ per questo che occorre appoggiare ogni iniziativa che rivendichi un’immediata moratoria sui brevetti, come quella richiesta dal Sud Africa e dall’India per garantire a tutti i paesi la produzione dei vaccini necessari. E’ per questo che sosteniamo la petizione europea “No profit on pandemic”.

  1. Il governo Draghi

La classe dominante del nostro paese, di fronte al fallimento di tutte le opzioni politiche di gestione del suo potere messe in campo negli ultimi decenni (Democrazia cristiana, craxismo, berlusconismo, renzismo, ecc.), all’incompiutezza delle riforme istituzionali e costituzionali tentate, al caos parlamentare conosciuto nelle ultime due legislature, alla crisi dello stesso PD, strumento principe sperimentato negli ultimi 15 anni, ha scelto di aggirare le forze politiche e di far assumere la gestione del potere ad un suo diretto esponente, Mario Draghi, chiamato alla presidenza del consiglio dal presidente della Repubblica che ha fatto anche un appello (da quasi tutti raccolto) per un unanime appoggio parlamentare.
Il governo Draghi, al di là della sua amplissima maggioranza, si caratterizza per l’ulteriore spostamento a destra dell’asse politico del paese. E’ un governo che ha collocato nelle postazioni più delicate uomini dell’apparato statale di provata fede padronale e liberista, tutti personaggi che, come lo stesso Mario Draghi, nelle file dei partiti o nei vertici della burocrazia ministeriale, hanno gestito e condiviso tutte le peggiori politiche antipopolari degli ultimi decenni: il ministro dell’economia Daniele Franco, il consulente economico del premier Francesco Giavazzi, il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, quello della Funzione pubblica Renato Brunetta, quello della transizione ecologica Roberto Cingolani, ecc., tutti uomini che sapranno fare molti altri danni sociali e ambientali nella loro azione quotidiana.
Vedremo nelle prossime settimane come si concretizzerà l’azione dell’esecutivo sui tavoli più importanti: la crisi economica, con la dichiarata volontà di Draghi di non continuare a sovvenzionare aziende non più considerate “performanti”, il blocco dei licenziamenti, la riforma degli ammortizzatori sociali, la prospettata riforma del fisco, le questioni annose dell’ex-ILVA o dell’Alitalia, ecc. E vedremo con quali criteri si affronterà il nodo dell’uso dei 209 miliardi del Recovery Fund, quali saranno le priorità e le urgenze verso cui il banchiere Draghi indirizzerà il grosso delle risorse.
Per il momento il governo Draghi sembra adottare cautela, con iniziative aggiranti capaci di consolidare il sostegno delle principali centrali sindacali (vedi l’accordo sulla PI). La sospensione del “patto di stabilità” europeo gli consente per ora di portare avanti il suo progetto liberista con gradualità, senza eccessivi contrasti e soprattutto senza dare spazio a mobilitazioni sociali; per altro contro le lotte più radicali è evidente la scelta di utilizzare la repressione e l’uso delle mai abrogate misura previste dal decreto Salvini. I durissimi e violenti interventi della polizia di questi ultimi giorni contro i lavoratori impegnati in difficili lotte per la difesa delle loro condizioni di lavoro e di occupazione confermano le scelte repressive del governo e l’utilizzo che viene fatto delle stesse norme di contenimento della pandemia al fine di impedire, contrastare e colpire le mobilitazioni operaie.
Contro tutte queste scelte è necessario sviluppare la solidarietà nei confronti delle/dei lavoratrici/lavoratori e delle organizzazioni sindacali colpite, difendendo il diritto di sciopero e di mobilitazione.

  1. Il Recovery Plan e il sistema fiscale

In particolare le classi dominanti italiane hanno chiamato al governo Mario Draghi proprio per gestire al meglio per i loro interessi (presentati come gli interessi del paese) le sfide contenute nel Recovery Plan: da un lato, finanziare gli investimenti necessari alla ripresa e alla resilienza dei profitti e dell’accumulazione di capitale, trasformando la fumosa transizione ecologica e digitale, in una nuova opportunità di sfruttamento della classe lavoratrice, delle donne e della natura, con lo scopo ultimo di sostenere nuovi ingenti affari; dall’altro lato, implementare le controriforme sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sul mercato del lavoro e sulla concorrenza, per garantire le migliori condizioni possibili alla profittabilità stessa.
A tal proposito, già si rende evidente lo scontro sul fisco, con la promessa di Draghi di prendere spunto dal modello danese, puntando alla riduzione di due punti di PIL dell’Irpef e alla riduzione di cinque punti e mezzo dell’aliquota marginale più elevata. Inoltre l’idea di Draghi sembra essere quella di consacrare la dualità della tassazione lasciando per i redditi da lavoro le aliquote blandamente progressive che si sono consolidate negli ultimi decenni e istituzionalizzando la pratica della tassazione separata ad aliquota unica e minima per i redditi da capitale immobiliare e finanziario e per le plusvalenze. Per di più, prendendo in considerazione l’esplicita richiesta di Confindustria di procedere all’eliminazione dell’Irap e alla riduzione dell’Ires.
Questo attacco va respinto con risolutezza. Fa fortemente ricostruita l’unicità del meccanismo di prelievo fiscale quali che siano le fonti di reddito, da lavoro o da capitale, senza nessun privilegio per quest’ultimo. Va fortemente incrementata la progressività delle aliquote perché chi più incassa più paghi, al contrario di tutta la pratica fiscale di questi ultimi decenni. Va introdotta una cospicua imposta patrimoniale per far pagare tutti coloro che si sono arricchiti in questi anni.

  1. Il massimo di unità di classe sociale e politica

Il nuovo governo, con la sua larghissima maggioranza parlamentare, porta con sé un ulteriore pericolo: quello di covare un aggiuntivo spazio di crescita per la destra razzista e reazionaria, da un lato lasciando il partito di Salvini a fare il doppio gioco del condizionamento a destra da dentro il governo e dell’azione di propaganda demagogica del suo leader al di fuori e, dall’altro lato, consegnando a Fratelli d’Italia il monopolio dell’opposizione.
Le direzioni burocratiche delle confederazioni sindacali hanno colpevolmente scelto di sostenere apertamente questo governo, nella speranza di strappare qualche briciola e di difendere il loro ruolo di apparato, rinunciando ad ogni progetto alternativo e alle necessarie mobilitazioni per sostenerlo.
Dobbiamo opporci, nei sindacati e nella società, a questa ingannevole unità nazionale creata a profitto degli interessi politici ed economici delle classi dominanti, dobbiamo sostenere tutte le iniziative e le occasioni di conflitto sociale che mettano in luce l’intrinseca natura padronale e antipopolare di questo governo.
Vanno sostenute e moltiplicate tutte le occasioni per costruire una superiore unità tra tutte le forze di movimento, sociali, sindacali e politiche di opposizione a questo governo e alla sua politica, definendo e condividendo un programma di rivendicazioni atte a soddisfare i bisogni sociali sul piano sanitario, su quello economico, su quello politico e su quello democratico. E’ solo sulla base di una superiore unità che potrà emergere nel paese un’opzione alternativa a tutte quelle sostenute dalle forze “liberal borghesi” e dai partiti reazionari, nazionalisti e fascisteggianti.