La tragedia infinita: oltre centomila morti per Covid in Italia

SOSPENDERE I BREVETTI SUI VACCINI, I LORO PROFITTI CONTRO LE NOSTRE VITE

di Enio Minervini

Risuona ancora oggi nelle orecchie di tutti noi, l’eco del trionfalismo con cui, nei giorni di natale del 2020, è stato accolto l’ingresso delle prime dosi di vaccino in Italia e l’inizio, domenica 27 dicembre scorso, della campagna vaccinale nazionale.

Ricordiamo la soddisfazione dell’allora Presidente del Consiglio Conte, del Ministro della Sanità Speranza, degli uomini di governo, della stampa amica o diversamente amica.

Risuona, ancora più forte, la retorica dei vertici dell’Unione Europea, con la Presidentessa Ursula von der Leyn in testa, a rivendicare il ruolo dell’Unione Europea nella stipula dei contratti con le case farmaceutiche che avrebbero garantito il rapido e progressivo approvvigionamento di vaccini in tutto il continente.

In quei giorni, l’intera classe dirigente capitalista in Europa ha provato a nascondere il disastro dell’anno che si concludeva rivendicando il successo dell’arrivo del vaccino, sviluppato dalla case farmaceutiche a tempo di record, altrettanto rapidamente approvato e messo a disposizione, dicevano, dei cittadini europei e, tra questi, italiani.

Se solo tenessimo a mente tutta questa retorica e la confrontassimo, appena due mesi e mezzo dopo, con quello che sta accadendo nella realtà, dovremmo pesantemente chiederne il conto ai responsabili.

Il sistema di fornitura dei vaccini nei vari paesi dell’UE, sotto copertura dei contratti firmati dalla sua Commissione, è un disastro.

Ovunque si accumulano ritardi su vaccini già pagati attraverso un finanziamento anticipato con risorse pubbliche ad imprese private.

Le multinazionali della farmaceutica, perfino a fronte delle forti anticipazioni ricevute in fase di ricerca, quando ancora i vaccini non erano sviluppati e non poteva, giocoforza, esserci la certezza che lo sarebbero stati, hanno potuto spostare i programmi delle forniture in base alle esigenze della propria ricerca del massimo profitto.

Le clausole dei contratti sono state rese segrete, dentro un sistema di estrema opacità. Quelle che, su pressione delle organizzazione dei cittadini, sono state portate a conoscenza dell’opinione pubblica rilevano un sistema totalmente sbilanciato a favore delle imprese farmaceutiche nel totale disprezzo all’interesse pubblico ad avere disponibilità, nel più breve tempo possibile, dei vaccini.

In Italia, e più ancora in qualunque altro paese d’Europa, un funzionario pubblico perfino di un piccolo Comune, che avesse accettato clausole di questo genere e avesse accondisceso a tanta mancanza di trasparenza sarebbe stato, giustamente, accusato di garantire interessi privati a discapito del pubblico interesse.

E tuttavia occorre notare che questa squallida vicenda è solo la punta dell’iceberg di mancanze strutturali attraverso le quali sono state sacrificate la vita e la salute di tutti i cittadini e di tutte le cittadine sull’altare del profitto.

Nel corso degli ultimi decenni l’Italia ha indebolito la presenza pubblica nella ricerca e l’ha sostanzialmente annichilita nella produzione di farmaci.

Quando oggi leggiamo le dichiarazioni del presidente di Farmindustria (l’associazione degli industriali italiani del farmaco aderenti a Confindustria) sull’impossibilità degli stabilimenti industriali italiani nel produrre le dosi di vaccino se le multinazionali che lo producono lo concedessero per accelerarne la fornitura, scopriamo la fragilità di un sistema nazionale tutto privato, in un settore così centrale per la vita di tutti e tutte noi, che ci lascia scoperti da ogni protezione. Ancora una volta, l’Italia si adegua ad un ritardo tecnologico e impiantistico pluridecennale, per affidarsi totalmente all’arbitrio di soggetti privati e stranieri.

Ma naturalmente non dobbiamo dimenticare che in questa situazione, l’ostacolo più grande al raggiungimento dell’obiettivo di giungere nel più breve tempo possibile alla protezione di tutta l’umanità è il sistema di diritti di proprietà intellettuale e di brevetti sui sieri. E’ in corso una campagna e una raccolta di firme internazionale su scala europea per esercitare ogni pressione sulla Commissione UE affinché i vaccini siano resi un bene comune universale anteponendo la salute pubblica ai profitti privati.

Sinistra anticapitalista sostiene a pieno questa campagna e i suoi obiettivi (qui il link per ulteriori informazioni e per firmare ( https://eci.ec.europa.eu/015/public/#/screen/home )

Finora l’UE si è rifiutata di aderire alle richieste minime di Sudafrica ed India di sospendere i diritti dei brevetti sui vaccini per favorire la più estesa diffusione dei vaccini. Anche con questa decisione, oltre a mostrare una volta di più la propria sudditanza nei confronti dell’industria farmaceutica (e dell’industria in genere), palesa la propria miopia nei confronti delle più concrete soluzioni dei problemi che ci hanno afflitto nell’ultimo anno e che, di questo passo, continueranno ad affliggerci. Lo diciamo subito con chiarezza. Se il virus non sarà bloccato, a livello mondiale, anche nei paesi più poveri che non potranno mai permettersi l’acquisto di dosi sufficienti di vaccini per le loro popolazioni, il virus continuerà a girare nel mondo, avrà modo di mutare e di rendersi resistente ai vaccini fino ad allora sviluppati, vanificando gli sforzi di tutti e tutte noi, anche nei paesi più sviluppati. Un modo concreto per rendersi conto dell’interconnessione di tutte le popolazioni e per dar forza concreta alla nostra impostazione internazionalista.

Ed è per questo che la richiesta di sospensione dei brevetti sui vaccini, oltre ad essere un atto di giustizia globale, rappresenta una strategia razionale e immediatamente perseguibile per il bene di tutte e tutti.

C’è da dire, in ogni caso, che l’incapacità della nostra classe dirigente si svela sia in termini strategici, rispetto alle cose che abbiamo appena esposto, sia in termini congiunturali rispetto all’organizzazione immediata delle cose.

Infatti sui vaccini, nel nostro Paese, si sono replicate le inefficienze e le incapacità che avevamo viste nel precedente governo sia nella predisposizione di un piano pandemico, sia nell’attuazione delle misure urgenti per fronteggiare l’emergenza, sia nel dar corso a misure di prevenzione per consentire, dopo i primi mesi, di garantire lo svolgimento di numerose attività importanti (prima di tutte la scuola) in condizioni di sicurezza (si pensi all’affollamento dei mezzi di trasporto pubblico locale, al mantenimento delle cosiddette classi pollaio, ecc.) sia nel predisporre un efficace sistema di tracciamento (si pensi al fallimento completo dell’app Immuni) sia nel potenziamento reale dei presidi ospedalieri e dei reparti di terapia intensiva.

Mentre scriviamo, due mesi e mezzo dopo l’arrivo dei vaccini, l’Italia non ha ancora un piano vaccinale degno di questo nome. Sembra incredibile, ma così è. Manca un programma chiaro, unitario, equo e coerente delle priorità nelle vaccinazione, una mappa dettagliata sul dove somministrare il siero, con quale personale, con che sistema di prenotazione e monitoraggio, con quale calendario e come modulare i vari segmenti di vaccinazione per fronteggiare imprevisti e ritardi che, come abbiamo visto, non sono mancati.

Ne consegue che ai ritardi di fornitura con cui abbiamo aperto questo articolo si sommano i ritardi nelle somministrazioni delle poche dosi disponibili.

L’Italia era partita bene finché si è trattato di somministrare il vaccino al personale ospedaliero e a pazienti e operatori delle RSA. Appena il cerchio dei vaccinati ha dovuto allargarsi, ha mostrato tutta la carenza e l’incapacità di pianificazione. Queste mancanze permangono ancora oggi e rendono la situazione generale sempre più insostenibile, mentre i contagi tornano potentemente ad aumentare e con essi, i ricoveri in condizioni critiche, le saturazioni delle terapie intensive, le paure, le insicurezze e le limitazioni alla libertà di tutte e tutti e infine, come già avvenuto a oltre centomila nostri concittadini, la morte.

Ancora una volta lo scenario mondiale presenta una lotta tra le esigenze del profitto e le esigenze della vita e della sopravvivenza. Centomila morti in Italia dicono che questo scenario, che abbiamo visto replicato mille volte nel corso dei decenni, nelle guerre, nelle carestie, nei disastri su popoli lontani soffocati da interessi criminali, questo scenario – dicevamo – è entrato a casa nostra.

La pandemia è il frutto immediato dell’aggressione del modo di produzione (e del profitto) capitalista sulla natura, come il movimento eco-socialista denuncia in tutto il mondo.

La sofferenza dei territori nell’affrontare la crisi è a sua volta frutto dello smantellamento di sistemi di prevenzione e assistenza sanitaria anch’essi vittima delle mani private sui sistemi di protezione e di welfare.

Le stesse misure di distanziamento e di contenimento del virus, pur indispensabili, mostrano la stessa insopportabile scelta per gli interessi del profitto di alcuni contro la vita di tutti.

Mentre l’Italia entra ufficialmente nella cosiddetta terza ondata, senza che mai fossero esauriti gli effetti devastanti delle prime due, è inevitabile che ci siano nuove misure restrittive.

Ma proprio per questo non è più sopportabile che mentre la vita di tutti è soggetta ad ogni tipo di limitazione, mentre si profilano nuove chiusure delle scuole che, peraltro, un po’ dappertutto sono state pochissimo aperte anche negli scorsi mesi, mentre un’intera generazione di bambini e di adolescenti è sacrificata potentemente nella sua crescita ormai per il tredicesimo mese consecutivo, mentre tutto questo accade, permane il tabù della chiusura delle fabbriche.

Secondo una ricerca dell’Università di Berlino, i luoghi di lavoro dove i lavoratori passano oltre 8 ore della loro giornata, sono luoghi dove altissimo è il rischio di contagio.

Questa ricerca calcola l’indice di contagio di un ufficio dove metà del personale è in smart-working e metà in presenza, con uso della mascherina in 8. Otto. L’indice che in Italia si cerca affannosamente di tenere sotto il valore di 1, in quei luoghi è, ripetiamo, 8.

Tale indice è soggetto ad aumentare se le persone presenti sono soggetti a sforzi fisici e a parlare a voce alta in un contesto rumoroso. E’ fin troppo facile immaginare come questa situazione ancora più gravosa sia fortemente presente nelle fabbriche.

Ed allora… Perché non chiudiamo le fabbriche nelle attività non essenziali?

Perché il nuovo Governo, come e peggio di quello precedente, non ritiene che le misure di chiusura parziale, che non contemplano i luoghi di maggior contagio, porteranno risultati meno che parziali?

Anche in questo ambito, come nei precedenti, la logica del profitto vince sulle esigenze della vita.

D’altronde, per usare le parole del presidente degli industriali di Macerata, “se qualcuno morirà, pazienza”, l’importante è che vivano i profitti di lorsignori.

Nostro è il compito di fare in modo che non sia così

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