Vaccini, un’industria da requisire

La salute del mondo alla mercé dei profitti - Fabrizio Burattini -

La salute del mondo alla mercé dei profitti – Fabrizio Burattini –

Il conto delle vittime (ufficialmente censite) del Covid-19 a livello mondiale sta marciando speditamente verso i 2 milioni e mezzo. In Italia stiamo avvicinandoci a grandi passi verso i 100.000, livelli ai quali, con i ritmi che si registrano quotidianamente potremmo arrivare a fine febbraio.

E, naturalmente, pur avendo entrambe radici specifiche, la crisi economica non sarà superata se non sarà superata anche la crisi sanitaria.

E, come denunciato a più riprese, a fare le spese di entrambe le crisi sono in particolare le classi popolari, i ceti meno abbienti. Tutti gli indicatori stanno a dimostrarcelo. I paesi dove più spudoratamente che altrove l’emergenza sanitaria è stata negata (come gli USA di Trump, il Brasile di Bolsonaro, in parte anche la Gran Bretagna di Boris Johnson), pretendendo così di tutelare” l’economia, sono tra i paesi che stanno pagando il prezzo maggiore, sia  sul piano sanitario sia su quello sociale.

Ora, abbandonato come è nelle mani delle multinazionali del farmaco, anche l’approvvigionamento dei tanto attesi vaccini è a rischio e così sono anche pesantemente compromessi i tempi programmati dai piani vaccinali di moltissimi paesi, compresa l’Italia.

Le case produttrici hanno incassato miliardi al fine di “accelerare” la ricerca di validi vaccini anti-Covid: la Pfizer da sola ha ricevuto dal governo USA ben 2 miliardi di dollari e la BioNTech da quello tedesco 445 milioni di dollari e dalla BEI, la Banca europea per gli investimenti, 100 milioni di euro). Poi hanno stipulato contratti miliardari con i vari governi, ma ora stanno disattendendo gli impegni presi nella programmazione delle consegne. La giungla dell’industria farmaceutica multinazionale, fino a ieri tanto osannata per aver messo a punto dei vaccini perlomeno presuntamente efficaci contro il Covid, oggi sta rivelando tutti i suoi veleni.

Le multinazionali hanno imposto ai governi la segretezza di quei contratti; e i governi hanno accettato, in nome della “tutela della concorrenza”, un interesse che contrasta spudoratamente con la trasparenza tanto più necessaria vista la gravità della crisi sanitaria. Non si sa quanto si pagheranno i vaccini, in base a che criteri sono stati stabiliti i prezzi, quando arriveranno le forniture. La Pfizer e le altre compagnie farmaceutiche vogliono tenere strettamente segreti i prezzi delle loro dosi. L’Unione europea ha messo in bilancio 2 miliardi di euro e i paesi aderenti si sono impegnati a contribuire in quota parte per 750 milioni di euro aggiuntivi per l’acquisto di vaccini, ma non è chiaro come questi quasi 3 miliardi sono stati o saranno spesi. A dicembre, un’indiscrezione emersa dagli uffici della Commissione europea ha rivelato i prezzi dei vaccini per i sei contratti firmati dalla UE. Immediatamente, la portavoce della Pfizer ha ricordato che: “questi prezzi sono coperti da una clausola di riservatezza”. I prezzi più o meno “abusivamente” rivelati, di 17,7 dollari per dose per Moderna e di 14,5 dollari per Pfizer-Biontech, perciò, non si sa se corrispondano realmente a quanto si sta pagando.

Ma come mai negli stessi giorni Israele paga 62 dollari per dose dalla stessa azienda? Anche questa notizia è scaturita da un’altra indiscrezione di un funzionario del ministero della Salute israeliano. Gli Stati Uniti, da parte loro, sembra che paghino Pfizer circa 19,50 dollari per dose.

E questa “imprevedibilità” dei costi non è affatto legata ad una presunta attenzione di Big Pharma sulla situazione finanziaria di ogni paese. Cioè che le compagnie farmaceutiche venderebbero le dosi con costi più economici ai paesi più poveri e in modo più costoso a quelli più ricchi, con la conseguente necessità di segretezza. Infatti, il Sudafrica, uno dei paesi africani più colpiti dalla pandemia e non certo più ricco dell’Europa o degli USA, ha pagato il vaccino Astrazeneca quasi 2,5 volte di più di quanto sia pagato qui da noi.

Le clausole dei contratti (in parte resi pubblici, dopo le prime violazioni nei tempi di consegna) esentano le aziende produttrici da ogni responsabilità per eventuali effetti collaterali negativi e per il non rispetto dei tempi di consegna concordati. Le aziende, per giustificare queste clausole capestro, adducono il fatto che le necessità della lotta alla pandemia le avrebbero costrette a tempi di ricerca, ideazione, sperimentazione e produzione del tutto straordinari. Vari ministri, in giro per il mondo hanno rivelato che le multinazionali hanno preteso e imposto quelle clausole. Prendere o lasciare: o firmi il contratto così o io vendo i vaccini ad un altro paese.

E’ noto quel che è stato rivelato dal governo argentino e cioè che Pfizer per stipulare con quel paese il contratto avrebbe preteso la garanzia governativa di coprire ogni costo giudiziario che la multinazionale dovesse affrontare in caso di una class action da parte di eventuali danneggiati dal vaccino o dalla sua inefficacia, addirittura con il possibile sequestro di “beni pubblici non alienabili come giacimenti petroliferi o ghiacciai”. Notizie analoghe abbiamo registrato in Albania, in Brasile, in Perù, dove la Pfizer ha preteso clausole di garanzia con la copertura di proprietà peruviane all’estero (beni appartenenti al servizio diplomatico, navi militari o oggetti prestati ai musei, ecc.).

Queste pretese spropositate delle multinazionali gettano un’ombra pesante non solo sulla loro capacità di rispettare gli impegni nei tempi di consegna, ma anche sulla sicurezza dei vaccini prodotti con sperimentazioni condotte con tempi ultra ridotti, sia riguardo alla garanzia di non produrre gravi effetti collaterali sia in termini di efficacia nell’immunizzazione.

E’ stato peraltro più volte ammesso, in particolare, che non è stato possibile verificare adeguatamente la durata dell’immunità proprio a causa del taglio dei tempi di sperimentazione.

Quanto ai tempi di consegna dei quantitativi di dosi pattuiti, sono emerse in queste settimane tensioni tra la Commissione Europea e i vari governi, da un lato, e Pfizer-BioNTech, Moderna e Astrazeneca, dall’altro. La commissaria europea alla salute, Stella Kyriakides, ha annunciato che “in futuro tutte le aziende che producono vaccini covid-19 nella UE saranno tenute a fornire una notifica preventiva quando desiderano esportare vaccini in paesi terzi”, al fine di evitare che la produzione in territorio europeo di vaccini vada a finire in altri paesi alla ricerca di prezzi più alti (soprattutto in Inghilterra, dove sembra sia finito un carico di Astrazeneca promesso all’Unione).

Per far fronte ai ritardi nelle consegne, negli Stati uniti, ma poi anche in Italia e in molti altri paesi, si è pensato di gestire le forniture ricavando una dose in più (6 invece che 5) da ogni fiala. Ma Pfizer ha immediatamente reagito utilizzando furbescamente una clausola (ingenuamente?) accettata dai governi al momento della stipula dei contratti, e cioè che questi contratti erano basati sul numero delle dosi. Così la multinazionale ha unilateralmente incassato il vantaggio della dose in più ricavata: vi daremo meno fiale allo stesso prezzo pattuito, mitigando il peso della produzione e incamerando un ulteriore superprofitto del 20%. Il 15 gennaio, Pfizer ha comunicato che, a partire dal 18 gennaio, “ogni vassoio inviato conteneva 1.170 dosi e non più 975, con una riduzione del 20% del numero di fiale”, facendo magicamente lievitare la sua produzione nel 2021 da 1,3 miliardi a 2 miliardi di dosi.

Ma le strutture sanitarie messe di fronte al nuovo dosaggio dei vaccini hanno scoperto che per ricavare dalle fiale 6 dosi occorrono siringhe speciali che riescono ad ottimizzare l’uso del preparato, senza lasciare neanche una stilla nell’ago o nello stantuffo. Il nuovo governo statunitense di Joe Biden, per risolvere il problema della mancanza di queste siringhe, sta pensando di applicare il Defense Production Act, una vecchia legge che permette al governo di intervenire nelle aziende private per soddisfare gli obiettivi “di difesa”, legge peraltro già attivata da Donald Trump l’anno scorso per aumentare la produzione di mascherine, respiratori e altre forniture mediche carenti.

Oltre a tutte queste inquietanti questioni, vogliamo qui solo richiamarne un’altra, perlomeno altrettanto preoccupante sulla quale siamo già intervenuti, e cioè il fatto che il tanto criticato e vituperato “criterio Moratti” nella distribuzione dei vaccini (i vaccini distribuiti in base al PIL) è in realtà strettamente applicato a livello mondiale, viste le difficoltà di tanti paesi poveri di approvvigionarsi di vaccini in un mercato così conteso e con prezzi così alti.

Nel mondo sono state vaccinate ad oggi poco meno di 100 milioni di persone (ma solo 10 milioni hanno già avuto la seconda dose). In Italia siamo a quasi 2 milioni (poco meno di 600 mila con la seconda dose). Il paese più avanti (in rapporto alla popolazione) è Israele (quasi al 55%), che però, tanto per non smentire la natura criminale e razzista del suo governo, ha escluso dal piano vaccinale la popolazione dei territori palestinesi occupati. Segue il piccolo territorio di Gibilterra (38%) e altri due paesi a basso impatto demografico: le Seychelles e gli Emirati arabi uniti (entrambi poco oltre il 31%). Tra i grandi paesi solo la Gran Bretagna supera il 13% e gli USA sono quasi al 9%. Come si vede, dovunque, si è molto lontani dall’intravvedere, se mai sarà possibile, la “immunità di gregge”.

Per il momento (e speriamo che si continui così) non si sono registrati da nessuna parte significativi effetti collaterali negativi. Si può dunque affermare che, pur se a fronte di tutte quelle questioni che abbiamo denunciato, i benefici della vaccinazione superano di gran lunga i potenziali rischi.

Però, la prepotenza delle multinazionali di Big Pharma, la loro feroce logica del profitto che stride particolarmente in un mercato che dovrebbe essere dedicato alla salvaguardia della vita delle persone, rischiano di alimentare e giustificare la diffidenza di tante e tanti di fronte alla prospettiva di vaccinarsi.

Non stiamo parlando qui di chi ha un’impostazione negazionista o pregiudizialmente antiscientifica, “terraplanista” come si usa dire da qualche tempo a questa parte. Parliamo dei tanti che ritengono che le tante incertezze sulla sicurezza e sull’efficacia di vaccini poco testati e così segnati da mastodontici interessi economici non siano sufficientemente controbilanciate dai possibili benefici.

Ma la soluzione non può essere quella di chiamarsi fuori. La soluzione dovrebbe essere quella di mobilitarsi per rivendicare con forza la requisizione pubblica di tutta l’industria farmaceutica, sottraendo perlomeno questo così delicato settore dall’interesse privatistico. L’industria farmaceutica, tanto più in una fase emergenziale globale come quella che stiamo vivendo e che è ben lontana dal concludersi, deve essere pubblica, con la immediata conseguenza di abbattere verticalmente i costi pubblici (negli ultimi dieci anni, le 18 più importanti case farmaceutiche mondiali hanno distribuito mediamente ai loro azionisti la bellezza di circa 50 miliardi di dollari ogni anno!). E con la gestione pobblica e sociale dell’industria farmaceutica ci sarebbe la possibilità, senza chiedere il permesso a nessuno né dover pagare fior di miliardi per l’uso del brevetto, di dedicare alla produzione dei vaccini necessari molti altri stabilimenti, accelerando così drasticamente la distribuzione e i piani vaccinali. E di mettere a disposizione gratuitamente i vaccini anche ai paesi più poveri e industrialmente arretrati, non solo per un elementare dovere di solidarietà umana, ma anche perché l’azione di eradicamento di un virus è molto più efficace se condotta simultaneamente in tutto il mondo, evitando di dare tempo al virus di modificarsi e di generare altre varianti.

Ecco perché, come soluzione immediata riteniamo utile e necessario sostenere e chiedere a tutte/i di firmare la petizione europea “Diritto alle cure” che punta a limitare l’onnipotenza dei detentori dei brevetti dei vaccini, brevetti peraltro elaborati grazie a ingentissimi finanziamenti pubblici.