UNA DONNA SOLA AL COMANDO

di Donne di classe

Ha fatto molto scalpore e si è parlato con molto entusiasmo nei giorni scorsi del fatto che come vicepresidente degli Stati Uniti d’America sia stata scelta Kamala Harris, ex procuratrice di San Francisco prima e della California poi. L’entusiasmo, che ha pervaso anche alcuni ambienti femministi, non deriva dal lungo curriculum della neovicepresidente o dalle sue posizioni politiche blandamente progressiste, ma semplicemente dal fatto che sia una donna e che non sia bianca, fatto mai avvenuto prima nella storia dei vicepresidenti nordamericani e che “finalmente” una “donna afroamericana” occupi una posizione apicale, perché questo avrebbe aperto la strada perché finalmente le donne possano accedere ai vertici del potere.

Da femministe pensiamo che questa non sia una bella notizia, almeno non per i milioni di donne povere per le quali le loro condizioni materiali non cambieranno di una virgola e non per il movimento Black Lives Matter che continuerà purtroppo ad avere motivo di lottare per i propri diritti, contro la brutalità della polizia e contro il razzismo istituzionale .

Pensiamo che l’ambizione del femminismo non sia portare “qualcuna di noi” nelle stanze dei bottoni a cogestire un potere che rimane escludente, patriarcale e razzista che non può essere abbattuto se non attraverso la mobilitazione di grandi masse. Non basta essere una donna, tantomeno una donna ricca e privilegiata, per riconoscere e scardinare i meccanismi, a volte subdoli a volte brutali e palesi, dell’oppressione di genere. Anzi, una donna in quella posizione, ha tutto l’interesse a mantenere il suo status di privilegiata e perché questo avvenga, una liberazione delle altre donne, sarebbe forse più un ostacolo che una cosa auspicabile. Per questo non siamo d’accordo con chi sostiene che una donna vicepresidente degli Stati Uniti sia “un passo avanti”.

Kamala Harris è parte integrante del sistema capitalista statunitense, come dimostra sicuramente anche la sua carriera di procuratrice, tanto che già nel 2005 comparve nella lista delle “20 donne americane più potenti” stilata dalla storica rivista statunitense Newsweek e non simboleggia nessun vento di liberazione per le donne, afroamericane e non, così come non lo rappresentò la guerrafondaia Condoliza Rice, la prima donna e afroamericana a diventare Segretario di Stato degli Stati Uniti e come non lo fu la “lady di ferro” Margaret Thatcher quando fu primo ministro nel Regno Unito in tempi in cui era impensabile per una donna occupare una simile carica, per fare altri due esempi eclatanti.

Non ci può essere liberazione delle donne dall’oppressione di genere se non inquadriamo il ruolo che il capitalismo assegna ad esse socialmente, cioè, principalmente, rigenerare quotidianamente la forza–lavoro mediante quel lavoro non riconosciuto che è il lavoro domestico, o di cura e se non intrecciamo le dinamiche dell’oppressione di genere con le dinamiche dell’oppressione razzista e dell’oppressione di classe.

Non ci può essere liberazione senza rivoluzione.