Referendum e elezioni regionali: una prima valutazione

La vittoria del Sì al drastico ridimensionamento della rappresentanza parlamentare, largamente prevedibile ma con un 70% di voti, parecchio lontano da quel plebiscitario 95% della politica istituzionale che l’aveva votato nella Camera e nel Senato, costituisce un ulteriore sfregio alla democrazia costituzionale italiana.

Già negli scorsi decenni, con le numerose leggi elettorali che si sono succedute, con le ripetute riforme istituzionali, con le scelte politiche sempre più impostate sul culto dei vari piccoli leader, con la distruzione di ogni luogo di aggregazione sociale, con una politica sempre meno legata ai bisogni delle grandi masse, scoraggiando ogni forma di partecipazione diretta delle cittadine e dei cittadini alla politica, erano stati largamente ridimensionati gli elettori, passati dal 93-94% degli anni 50-60-70 del secolo scorso al 53% del referendum di ieri.

Ora hanno dimezzato gli eletti, con un taglio lineare in nome della lotta alla casta che, in realtà, genererà una super-casta subalterna alle lobby e sempre più lontana dai territori e dai segmenti sociali più poveri ossia dalla maggioranza della popolazione, le lavoratrici e i lavoratori.

Il risultato purtroppo non meraviglia. Ne escono delusi solo coloro che avevano confidato nel “sussulto democratico” della “sinistra” del Pd e della residuale e subalterna sinistra “radicale”. In realtà il PD, nonostante il cambio di leader, resta sempre quello che è stato, protagonista in alternanza con i governi di centrodestra di buona parte delle torsioni autoritarie nel tessuto sociale, politico e istituzionale del paese. Per di più, un reale dibattito nel merito del referendum non s’è nemmeno svolto: il sostegno al Sì è stato corale da parte di tutto lo schieramento istituzionale e il confronto sul merito è stato schiacciato dalla polarizzazione nelle elezioni regionali tra il centro sinistra e la destra “sovranista”, razzista e reazionaria.

Ci ripromettiamo nelle prossime ore di analizzare meglio la dinamica dei flussi elettorali per capire quanta e quale parte del No possa essere attribuita alla demagogia antigovernativa di parte della destra e quanta e quale alla opposizione democratica. La battaglia in difesa degli spazi democratici continuerà, ma dovrà trovare spazio nel conflitto sociale per riconquistare, assieme all’agibilità democratica, i diritti sociali tagliati anch’essi nei decenni di controriforme bipartisan e proseguite anche dopo l’entrata in scena del fenomeno 5 stelle.

Il risultato delle elezioni nelle sette regioni premia la stabilità politica (e con esso, quindi, la stabilità del governo nazionale), confermando tutti gli schieramenti uscenti, a volte con percentuali plebiscitarie nei confronti di presidenti francamente impresentabili, come Toti, De Luca, Zaia. Fanno eccezione le Marche, dove il successo di Acquaroli sanziona la fallimentare esperienza dell’amministrazione PD di Luca Ceriscioli e sottolinea ulteriormente la crescita di peso di “Fratelli d’Italia” all’interno dello schieramento reazionario.

Nello schieramento della maggioranza governativa i risultati rafforzano la leadership di Zingaretti e del “suo” PD e la sostanziale subalternità delle altre formazioni, a partire da “Italia viva”, che, a parte il comunque magro 4,4% toscano, non va oltre il livello “testimoniale”.

Il Movimento 5 Stelle anche in queste elezioni registra ancora una volta il suo declino, nonostante la persistenza di un certo “zoccolo duro” che però in parte non irrilevante ha accettato l’invito che in tanti gli avevano fatto al “voto disgiunto”.

A sinistra del PD, nulla di veramente significativo e nuovo da segnalare. Le numerose liste presenti, spesso in grottesca competizione tra loro, raccolgono percentuali di voto che non testimoniano molto di più dell’esistenza in vita. Anche qui fa eccezione l’esperienza di “Toscana a Sinistra”, che raccoglie (al momento in cui scriviamo) circa il 2,8% dei voti.

Anche sui risultati delle regionali (e delle comunali) elaboreremo nei prossimi giorni una valutazione più completa.