Salute, salario e produttività. Quale strategia sindacale?

di Stefano Valerio

Salute e lavoro. Il caso FCA prima e dopo il Covid-19

Nelle ultime settimane ha destato scalpore la notizia relativa al prestito di 6,3 miliardi richiesto da Fiat Chrysler Automobiles (FCA) con la garanzia dello Stato in caso di mancato rimborso da parte dell’azienda italo(?)-americana. Ne sono conseguite polemiche associate in alcuni casi a commenti critici persino da parte di esponenti politici tradizionalmente vicini e benevoli nei confronti del mondo delle imprese, come ad esempio Carlo Calenda. Si è detto che l’erogazione del prestito avrebbe dovuto essere soggetta quanto meno a una serie di condizionalità relative al rispetto degli impegni aziendali sugli investimenti produttivi negli stabilimenti italiani e la salvaguardia dei volumi occupazionali. Non si può che essere d’accordo. Ma questa è solo una parte, probabilmente anche minima, della storia. Il rischio infatti è che ci si concentri soltanto sulla contingenza di queste ultime settimane, affondando in una sorta di “presentismo” fermo al commento dell’attualità e dei fatti del giorno e perdendo così di vista i processi storici di più lunda durata che stanno dietro alle scelte aziendali e, più in generale, allo sviluppo del capitalismo.

La stessa cosa si potrebbe dire della questione della salute nei luoghi di lavoro. È chiaro che c’è stato e continua ad esserci un problema serio legato alla vita stessa dei lavoratori e delle lavoratrici, costretti in buona parte dei casi dalle pressioni di Confindustria e dai decreti governativi ad andare al lavoro persino durante la fase più acuta della pandemia. Tuttavia, il tema del rapporto fra salute e lavoro non è assolutamente nuovo, anzi accompagna l’intera traiettoria storica dell’evoluzione del capitalismo, emergendo in maniera particolarmente forte nelle lotte operaie di fine anni ’60 per poi restare latente – ma non per questo assente – fino ai giorni nostri.

Il caso FCA in tal senso è emblematico. La questione dell’intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro degli operai e delle operaie è riemersa recentemente in uno studio condotto fra il 2017 e il 2018 da alcuni ricercatori in collaborazione con la Fondazione Claudio Sabattini, da cui è venuto fuori che, secondo i lavoratori, uno dei principali fattori alla base del rischio di infortuni è proprio la riduzione dei tempi richiesti per eseguire il proprio lavoro, soprattutto a seguito dell’introduzione in fabbrica del modello Marchionne e di nuovi sistemi di organizzazione della produzione1. Salute e aumento della produttività del lavoro, insomma, non andavano a braccetto, e questo ben prima che esplodesse la pandemia.

Come si spiega tutto questo? Da dove deriva il conflitto fra salute e produttività?

All’apice della propria forza, il movimento operaio seppe sviluppare una contestazione intelligente dell’organizzazione del lavoro nell’impresa capitalistica, iniziando a rifiutare il lavoro a cottimo e imponendo una contrattazione sui ritmi di lavoro che arginasse in qualche modo lo strapotere e l’arbitrio delle gerarchie aziendali nella determinazione dei tempi associati alle diverse operazioni di assemblaggio lungo le linee di produzione. Nel caso dell’allora Fiat, il risultato fu un accordo sindacale del 1971, che stabiliva limiti ben precisi alla massima quantità di lavoro assegnabile a ogni operaio in un turno. Il sistema funzionava più o meno così: maggiore era il numero delle vetture da produrre, minore era dunque il tempo a disposizione per svolgere la propria mansione fra una macchina e l’altra, il cosiddetto tempo-ciclo; per consentire quindi agli operai di reggere per un intero turno, la quantità di lavoro massima loro assegnata diminuiva in percentuale se il tempo-ciclo era più basso. In concreto, se fra una vettura e l’altra passavano 60 secondi, al lavoratore potevano essere assegnate operazioni per un massimo di circa 54 secondi.

Questo sistema ha retto per circa 20 anni, fino al 1992, anno in cui è entrato in funzione lo stabilimento di Melfi, al cui interno l’azienda ha deciso di applicare nuovi sistemi di calcolo del lavoro, peggiorando la condizione operaia dal punto di vista dei ritmi e dei carichi di lavoro2. Il culmine della controffensiva padronale è stato poi raggiunto nel 2010, quando – a partire da Pomigliano – è stato poi esteso a tutti gli stabilimenti italiani del gruppo FCA il sistema ERGO-UAS, un metodo di calcolo dei tempi di lavoro che, con la promessa di mettere gli operai nelle condizioni di lavorare più comodamente, riduce le pause e aumenta carichi e ritmi, fino al punto di poter assegnare a un singolo lavoratore operazioni che richiedono 59 secondi in un tempo-ciclo di 60 secondi. Il lavoratore diventa dunque come una macchina che non stacca mai, in modo da garantire il flusso continuo della produzione.

Questa tendenza all’aumento dello sfruttamento non è il frutto di un destino cinico e baro, ma è la diretta conseguenza del modo in cui funziona il capitalismo. Dopo le lotte operaie degli anni ’60 e ’70, che prestavano attenzione sia al salario sia alle concrete condizioni di lavoro in rapporto alla salute, la stessa Fiat fu costretta ad effettuare ingenti investimenti tecnologici che portarono in alcuni casi ad un oggettivo alleggerimento del lavoro, spesso tramite l’automazione e la robotizzazione di interi reparti, in particolare quelli della lastratura e della verniciatura, non a caso i più critici e i più nocivi. Con il mutamento tecnologico, aumentava la produttività e le fabbriche si svuotavano progressivamente di uomini e donne, con consistenti riduzioni della forza-lavoro. Come ricorda Marx, però, il capitale è “contraddizione in processo”: quando la tecnologia sostituisce il lavoro con le macchine, da un lato aumenta la produttività, ma dall’altro si appesantisce il volume di capitale investito nel processo produttivo in rapporto ai lavoratori impiegati. Ciò fa sì che il tasso di profitto tenda a diminuire e che per il capitalista diventi necessario contrastare questa tendenza. Come? Aumentando appunto il grado di sfruttamento dei lavoratori che non sono stati espulsi dal processo produttivo, esattamente come è avvenuto nelle fabbriche FCA, dove l’aumento del carico di lavoro ha determinato un allungamento della giornata lavorativa, fonte dunque di maggiore estrazione di valore.

Dal particolare al generale. La stagnazione del capitalismo italiano e i rischi dello scenario futuro

La recessione innescata dalla pandemia non ha fatto altro che acuire in misura drammatica una serie di difficoltà strutturali e debolezze che caratterizzavano l’economia italiana già prima che il Coronavirus si presentasse sulla scena. È noto infatti che negli ultimi due decenni tanto la produttività quanto i salari reali sono stati stagnanti. In aggiunta a ciò, la quota di reddito che va ai salari ha presentato una tendenza lineare alla diminuzione, provocando una bassa dinamica dei consumi interni, a cui il capitalismo italiano ha “reagito” riscoprendo la vocazione all’export. Ciò ha dunque favorito una domanda estera che in parte è riuscita a bilanciare la tendenza verso una crescita economica stagnante, a sua volta aggravata dal progressivo calo degli investimenti e della spesa pubblica.

In questo contesto, è partita l’offensiva di Confindustria lanciata dal neopresidente Bonomi, che ha chiaramente delineato il programma padronale per il prossimo futuro: smantellare ulteriormente il ruolo e la funzione dei contratti collettivi nazionali, dando sempre più importanza alla cosiddetta contrattazione decentrata o di secondo livello. L’obiettivo è frammentare sempre di più il mondo del lavoro, sviluppando “quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero di giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020”3. Tutti contro tutti, insomma: organizzazione del lavoro e salario rischiano di diventare variabili sempre più dipendenti dai rapporti di forza interni alle singole aziende, generando una competizione al ribasso che finirà per penalizzare in maniera particolare quelle situazioni in cui il sindacato non è neppure presente, a partire dalle piccole e medie imprese.

Di fronte a questa offensiva, c’è il rischio che il sindacato si arrocchi in una battaglia difensiva tutta tesa a preservare il modello di relazioni industriali sancito con il Protocollo del 1993, in cui il contratto collettivo nazionale sopravvive e “si limita” a tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori, agganciando gli aumenti salariali ai tassi previsti di inflazione, mentre i contratti aziendali sono liberi di variare da impresa a impresa, stabilendo ulteriori premi salariali in funzione di eventuali incrementi della produttività o della redditività aziendale. Il problema è che questo modello ha già messo in luce tutti i suoi limiti. Come già detto, negli ultimi 20 anni produttività e salari sono stati stagnanti. Inoltre, solo le imprese di maggiori dimensioni sono riuscite ad avviare processi di contrattazione decentrata, portando dunque all’aumento delle disuguaglianze all’interno del mondo del lavoro.

Riassumendo, da un lato c’è la posizione di Confindustria, sempre più tesa a cavalcare un modello fondato sulla compressione del costo del lavoro e l’assenza di investimenti capaci di generare aumenti di produttività. Dall’altro c’è il sindacato, pronto a difendere lo status quo, coltivando l’illusione che la via della ripresa passi per l’aumento di salari, investimenti e produttività. Un programma, questo, che è stato più volte esplicitamente enunciato dal segretario generale della CGIL Landini, come mostrano queste dichiarazioni rilasciate in un’intervista di pochi mesi fa: “E qui sta anche la ragione della bassa produttività che ci trasciniamo da decenni, del calo progressivo degli investimenti pubblici e privati, e dell’assenza di politica industriale. Chi investe se chi lavora non vale? E se il lavoratore conta poco e non lo si forma come fa ad accrescere la sua produttività?”4.

A ben vedere, l’idea del sindacato di provare a tenere insieme aumenti salariali e di produttività non è nuova, anzi affonda le proprie radici nello stesso DNA del sindacato. Già nel 1971 il sociologo Marino Regini scriveva che la linea sindacale, pochi anni prima che si sviluppassero le lotte operaie dell’autunno caldo, era ancora fondata sulla “accettazione in linea di principio del sistema di cottimo ed a livello più generale dell’agganciamento del salario alla produttività, come esigenza oggettiva dell’organizzazione del lavoro e come vantaggio per il lavoratore”5, che in questo modo avrebbe guadagnato di più, facendo contento al tempo stesso il padrone.

Il problema è che, come abbiamo visto, nella attuale fase storica è lo stesso padronato ad apparire quasi disinteressato a competere facendo ricorso alla leva degli investimenti tecnologici capaci di aumentare la produttività. Urge allora l’elaborazione di una nuova strategia che sappia fronteggiare per davvero le sfide di oggi e di domani, provando a condurre una battaglia autenticamente progressiva contro l’offensiva regressiva di Bonomi e Confindustria.

La necessità di nuove parole d’ordine

L’idea del sindacato di agire simultaneamente sulla crescita di salari, investimenti e produttività sembra voler rispolverare i bei vecchi tempi del compromesso fra capitale e lavoro, che in qualche modo ha alimentato gli alti tassi di crescita economica del secondo dopoguerra. Oggi però siamo in una fase diversa. Una fase che si manifesta a valle di un processo durato diversi decenni in cui – come ha ben mostrato Stefano Perri6 – la produttività del lavoro è aumentata, a scapito però tanto dei tassi di profitto quanto della quota del reddito destinata ai salari. Tutto questo si inserisce esattamente nella logica di funzionamento del capitalismo analizzata da Marx: l’investimento tecnologico per generare aumenti di produttività porta ad appesantire il volume di capitale in rapporto alla massa di lavoratori impiegati, causando una diminuzione del tasso di profitto a cui i capitalisti tendono a rispondere con un aumento dello sfruttamento, ovverosia con il tentativo di allungare la giornata lavorativa e – laddove ciò non è più possibile – di intensificare i ritmi della prestazione di lavoro. È proprio questa la parabola seguita anche dal caso FCA, come mostrato precedentemente. Non solo. Anche ammettendo che la produttività del lavoro e i salari reali aumentino contemporaneamente, il tentativo dei capitalisti di mantenere inalterato il proprio tasso di profitto non potrà che passare attraverso una diminuzione della quota di nuova ricchezza prodotta che va ai lavoratori, il che aumenta la probabilità di nuove crisi economiche.

Alla luce di questo, rivendicare allo stesso tempo aumenti salariali e di produttività appare una strategia suicida e miope, perché incapace di vedere che piattaforme rivendicative compatibili con il capitalismo non fanno altro che infilare i lavoratori nelle contraddizioni del suo funzionamento. Bene sarebbe invece provare ad abbandonare l’ossessione per la produttività, concentrandosi su altre parole d’ordine, ben più radicali e probabilmente destinate a tornare di moda. Un esempio? Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, prendendo atto che il sistema capitalistico è diventato vecchio e ha perso quella spinta propulsiva che ne ha caratterizzato gli anni della giovinezza.

 

Note:

  1. Si veda il volume 2, curato da Davide Bubbico e Daniele Di Nunzio, della ricerca “Il mestiere dell’auto”. Lo si può consultare a questo indirizzo: https://www.fiom-cgil.it/net/attachments/article/6100/il%20mestiere%20dell’auto-2-web.pdf
  2. Per un’analisi approfondita della prestazione lavorativa nello stabilimento di Melfi si veda l’articolo “Melfi – Pratola Serra. L’oscuramento del Tubo di cristallo” di Cesare Cosi, reperibile qui: http://www.mirafiori-accordielotte.org/1989-2003/prestazione-di-lavoro/melfi-pratola-serra-loscuramento-del-tubo-di-cristallo/
  3. Si veda Il Sole 24 Ore del 30 aprile 2020: https://www.ilsole24ore.com/art/confindustria-approvata-squadra-presidenza-bonomi-ADbaOdN
  4. http://www.libertaegiustizia.it/2019/11/14/landini-il-paese-e-fermo-perche-ha-smesso-di-dare-valore-al-lavoro/
  5. Lotte operaie e organizzazione del lavoro, 1971, Marsilio Editori
  6. Ritorno al futuro? La caduta tendenziale del saggio di profitto, tra teoria e evidenza empirica, 2010, reperibile qui: http://www.theglobalcrisis.info/docs/relazioni/Perri.pdf
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: