Ciao Salvatore

Ieri ci ha lasciato Salvatore Ricciardi, il compagno Salvo. Lo ricordiamo negli ultimi anni per aver partecipato a diverse nostre iniziative a Roma. Ma la storia di Salvo è una storia lunga che ce lo ha fatto incontrare, che ci ha visto divergere e poi incontrarci di nuovo. Una storia che ha attraversato la lotta di classe ed i Movimenti nella città di Roma per decenni. Vogliamo salutarlo qui con un nitido ricordo di un compagno che lo ha conosciuto da molti anni.
Una delle ultime cose che Salvatore ha detto prima di lasciarci è che avrebbe voluto abbracciare tutt* i compagn*. Noi abbracciamo Salvatore. Ed un grande abbraccio alla sua compagna Tania

di Fabrizio Burattini

Ho conosciuto Salvatore in quella lunga deliziosa tempesta che furono gli ultimi anni Sessanta e i primi Settanta. Più precisamente durante quel mio tormentato peregrinare politico che mi ha condotto in qualche mese da giovane frastornato del movimento a fare poi la scelta di militanza che poi ha guidato tutto il resto della mia vita.

Era il 1969 e sedevo vicino a lui in una lunga tavolata in una trattoria di San Lorenzo a Roma. Una trattoria che poi improvvisamente, una quindicina di anni dopo, sarebbe sparita, come tante altre cose che oggi non sono più quelle di allora. Ogni tanto, Salvatore ed io, ci estraniavamo dalla convulsa discussione politica che coinvolgeva tutti i commensali e parlavamo, sottovoce, tra di noi. Ricordo ancora come mi disse: “Ci sono momenti in cui tutto questo chiacchierare mi esaspera e preferisco chiudere l’audio. Tu che fai?”

E così, per qualche minuto ogni tanto, parlammo di noi. Naturalmente la conversazione era sempre politica, ma più umana.

Poi, nel corso degli anni successivi, lo rividi spesso, sempre presente in tutti gli innumerevoli appuntamenti che punteggiavano le settimane e i mesi. Sempre mi salutava, anche da lontano, con quel sorriso dolce e quell’occhiata profonda che lo ha sempre caratterizzato. Qualche altra volta ci sedemmo vicini e io ebbi modo di apprezzare ancora quella sua ferma determinazione politica, ovattata dalla tenerezza che lo ha sempre contraddistinto.

A metà febbraio 1977, quel sorriso m’ha salvato da una brutta fine che potevo fare durante una discussione che si accese, ricordo come fosse ora, subito fuori dai cancelli della Sapienza (in quel piazzale che poi sarebbe stato intitolato ad Aldo Moro), appena spentisi gli scontri che si erano accesi attorno al comizio provocatorio di Lama. Lui si frappose tra me e tre quattro esponenti dell’Autonomia che, ancora agitati da quanto era appena avvenuto, volevano mettere in riga, anche fisicamente, chi non la pensava come loro.

Poi le nostre strade si sono drammaticamente separate.

L’ho reincontrato qualche anno fa, certo, segnato dagli anni come tutti, e lui di più degli altri per come e dove aveva passato tanti, troppi anni della sua vita, sempre con il sorriso che mi rivolgeva. Entrambi, lui ed io, ancora e per sempre da quella stessa parte, con il sorriso silenzioso che ci faceva sentire fratelli, a dirci con gli occhi: “A volte, tutto questo chiacchierare ci esaspera proprio”.

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