REVENGE PORN E CULTURA DELLO STUPRO

di DONNE di CLASSE

E’ di qualche giorno fa la notizia della chiusura di un gruppo sul noto social Telegram in cui migliaia di utenti diffondevano foto e video a scopo pornografico non solo di donne (ovviamente senza il loro consenso) ma anche di minorenni e di bambini e bambine. Nel migliore dei casi le donne restavano del tutto ignare di essere finite in questo gruppo e di essere oggetto di eccitazione, insulti a sfondo sessista e di “stupro virtuale di gruppo”. In alcuni casi le donne sono state contattate da uomini allo scopo di tormentarle e molestarle, magari per essere “punite” di un loro comportamento non gradito al loro ex fidanzato. Le foto e i video sono di varia natura: rubate dai profili o dai telefoni, prodotte senza il consenso o anche inviate dalle vittime in passato, quando c’era una relazione sentimentale e poi usate come “vendetta” da lui. Ma in questo gruppo era presente ogni tipo di depravazione e di oggettificazione, non solo rivolto alle donne, soprattutto giovanissime, ma anche verso bambine e bambini. Si racconta, si diffonde, si “scherza”, si rivendica e si scambia una violenza normalizzata, in cui le donne diventano solo delle “troie” utili a soddisfare il bisogno sessuale violento del maschio. Tra le decine di migliaia di utenti ci sono ex fidanzati, “amici”, padri che cercano consigli su come violentare i propri figli e le proprie figlie. Tantissimi i commenti e le richieste, da far venire il vomito. Eppure questi gruppi raccolgono decine e decine di migliaia di persone che non si vergognano, che non cercano di nascondersi se non per sfuggire a eventuali sanzioni penali, che cercano e dispensano consigli su come rubare foto e video, su come molestare, su come violentare, su come reperire “droghe dello stupro” e la cosa peggiore è che chiuso un gruppo se ne apre subito un altro.

Ci sarebbe molto da dire su questo fenomeno, ma in questo breve articolo  vorremmo concentrarci su come questa pratica si inserisca perfettamente nella cornice di una cultura dello stupro che è propria della società in cui viviamo, in cui lo stupro non ha tanto a che fare con la sessualità quanto con l’esercizio del predominio e della sopraffazione, funzionale anche all’attuale sistema economico-sociale.  Viviamo in una società in cui un’ azienda petrolifera, per affermare la sua libertà di produrre profitto inquinando spietatamente il pianeta, ha diffuso nei mesi scorsi degli adesivi con l’immagine della diciassettenne Greta Thunberg prona e tirata per le trecce in modo da evocare inequivocabilmente che stia per essere soggiogata da un uomo alle sue spalle, in segno appunto di potere esercitato con la violenza e la sopraffazione. Viviamo in una società che si appropria del lavoro che chiamiamo di “riproduzione sociale” delle donne, che svolgono un lavoro fondamentale di cura e accudimento della forza lavoro senza che questo venga loro in alcun modo riconosciuto da un sistema capitalistico che mercifica tutto e non è disposto a pagare. Ha come unico scopo massimizzare i profitti il più possibile,appropriandosi indebitamente di risorse, energie e della ricchezza prodotta dalle classi lavoratrici.

Dallo scorso anno c’è una legge che punisce il cosiddetto “Revenge Porn”, cioè la pubblicazione e diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta, evidentemente applicabile al caso del gruppo Telegram. Tuttavia pensiamo che questo per ora sia uno strumento legislativo debole per almeno due motivi: il primo è che “il contenuto sessualmente esplicito” è negli occhi di chi guarda, infatti vengono diffuse anche foto di donne in costume da bagno; il secondo è che possono essere facilmente aggirati e non restituiscono la vita a quelle donne che l’hanno persa perché si sono suicidate dopo che il video del loro stupro è stato diffuso in rete e non rendono comunque giustizia a quelle donne che sono state molestate e tormentate, a cui è stata stravolta la vita, che sono state licenziate perché delle loro foto intime sono state fatte circolare senza il loro consenso, o a tutte quelle donne, giovanissime e non, che hanno subito stupri di gruppo da un parente, dal proprio fidanzato, marito, ex.

Che questa “cultura dello stupro” sia insita nella nostra società e nel suo modello socio-economico, lo vediamo anche nelle pubblicità, nei pregiudizi di genere, nella discriminazione sui posti di lavoro, nel gap salariale, nella violenza più o meno esplicita rivolta alle donne in quanto donne che sfocia anche in un numero impressionante di femminicidi. Per fermare tutto questo, non sono sufficienti dunque piccoli correttivi e punizioni spesso inapplicabili o semplicemente inapplicate per i casi più evidenti e odiosi, ma occorre ripensare un modello di società ben diverso da quello attuale.

Liberazione è rivoluzione