Il profitto non dorme mai

di Fabrizio Burattini

“Non possiamo stare fermi”. La Lombardia, il Veneto, il Piemonte, l’Emilia Romagna non possono stare ferme. Certo, in tutte e quattro le regioni (le più colpite dal virus nel paese) i casi di contagio registrati sono circa 100.000 (senza parlare di tutti quelli non registrati), i morti sono stati 14.070 (e sono solo le cifre ufficiali di ieri sera 8 aprile), ma l’industria non può più stare ferma.

Stare ferma. Peraltro non è che stia proprio ferma: nella sola Lombardia sembra che le richieste di deroga al decreto di lockdown presentate alle varie prefetture siano di più di 10.000 aziende (ovviamente oltre quelle che sono comunque aperte perché la loro produzione rientra nei codici Ateco consentiti dal DPCM del 22 marzo). Cifre analoghe arrivano  dalle prefetture delle altre regioni del Nord. E, molte delle richieste aziendali sono state inoltrate anche contro il parere delle rappresentanze sindacali che denunciano il persistente non rispetto delle regole di sicurezza previste. Gli uffici delle prefetture, oramai ridotti dai tagli al personale a pure rappresentanze istituzionali, nella maggior parte dei casi non hanno nessuna possibilità di fare alcun controllo sulla fondatezza e sulla legittimità delle deroghe. E, in base al DPCM, le aziende possono comunque operare in attesa della formale autorizzazione.

Eppure, le organizzazioni confindustriali di queste quattro regioni non sono ancora soddisfatte.

La “roadmap” che propongono al governo a nome del “45% di PIL” rappresentato da quelle regioni, naturalmente parte da una richiesta di “finanziamenti a fondo perduto”, che andranno a sommarsi con la valanga di soldi che nel corso dei decenni lo stato ha versato (con i risultati che sappiamo) nelle tasche (senza fondo) degli imprenditori. Poi garantiscono che i propri dipendenti saranno dotati di dispositivi di protezione, seppure “in deroga alle normative” (visto che quelli a norma non si trovano), che li distanzieranno adeguatamente, “riducendo al minimo i contatti tra le persone”, che, per far questo, collaboreranno con “le autorità preposte e con i sindacati, prevenendo ogni “situazione di contrasto”.

Essendo evidentemente consapevoli di non essere al di sopra di ogni sospetto, assicurano che la loro preoccupazione prioritaria è il “bene primario della salute”, ma ammettono che ciò che li affligge veramente è il fatto “di non produrre, di perdere clienti e relazioni internazionali, di non fatturare”.

Poi minacciano: “molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese”.

Non possono stare fermi. Dicono che lo fanno per il paese, in realtà lo fanno perché hanno una fame inesauribile di profitti.