NO AL “CORONAWASHING” DELLA POLITICA NEOLIBERISTA

Pubblichiamo un interessante articolo di Daniel Tanuro, che parla specificamente della situazione nel suo paese, il Belgio, ma che, negli ultimi tre paragrafi, propone al tempo stesso considerazioni di ordine generale utili a orientarsi in una fase che presenterà tratti di discontinuità anche radicale. 

Ancora una volta, l’autorganizzazione degli sfruttati e degli oppressi è la stella polare

di Daniel Tanuro (trad. di Francesco Munafò)

L’epidemia non mette fine alla lotta politica, e la sinistra, che deve prendersi le sue responsabilità nella lotta al Covid-19, deve stare attenta a ciò che succede “a monte”. In Europa, in Belgio e altrove nel mondo. Il virus, infatti, non ha solo degli effetti dal punto di vista sanitario, ma espone tutta la società, ivi compresa la classe dominante, ai pericoli del neoliberismo. Dunque, si vedono dei governi borghesi prendere delle decisioni che sembravano impensabili ancora qualche settimana fa.

Crisi e continuità del neoliberalismo
Il caso italiano è il più eclatante in Europa, siccome è lì che l’epidemia ha assunto le proporzioni più gravi: la coalizione al potere ha rinazionalizzato Alitalia, vietato i licenziamenti in un per un periodo di 60 giorni, e requisito le istituzioni della sanità privata per metterle a disposizione dell’emergenza sanitaria. E’ evidente che si sta uscendo da una prospettiva strettamente neoliberista del “tutto al mercato”. Sia per esigenze strategiche: la borghesia italiana non può permettersi di perdere la “sua” compagnia aerea, sia per delle ragioni soggettive di controllo sociale: nel contesto di un’ondata di scioperi contro l’apertura delle attività nei settori non essenziali, lasciare che i padroni si approfittino dell’epidemia per licenziare il personale getterebbe benzina sul fuoco; sia per delle ragioni oggettive di lotta contro il virus: visto che il servizio sanitario ha superato la soglia di saturazione, la requisizione del settore privato era d’obbligo.

E’ comunque fin troppo presto per affermare che la borghesia sta abbandonando il paradigma neoliberista nella gestione del sistema. Anche in questo caso, la vicenda italiana è chiarificatrice: la requisizione delle istituzioni private di cura viene effettuata con annesso indennizzo al prezzo di mercato. Un altro esempio: secondo i sindacati, Roma ha messo a tacere i sindaci della Lombardia che accusavano l’industria di essere responsabile dell’estensione del contagio 1. Più in generale, tutte le misure prese, in Italia e altrove, sono finanziate dalla crescita del debito. Macron, nella sua comunicazione “di guerra”, ha insistito sul fatto che l’epidemia sarà sconfitta “a qualsiasi costo”… ma non dice chi se lo dovrebbe assumere. L’Unione Europea allenta la pressione sui famosi criteri di equilibrio del budget e d’indebitamento pubblico. Ma nessuna misura viene presa o prevista per far pagare il capitale e i ricchi. Per il momento la classe dominante è costretta a fare dei sacrifici, ma, fino ad oggi, fondamentalmente, si manterrà sul binario del neoliberismo.

Belgio: tentare di comprendere la situazione
E nel nostro piccolo paese surrealista? Come sempre, le tendenze generali si manifestano in modo particolare: “alla belga”, cioè in un’ottica “comunitaria”. Proviamo a guardare le cose con distacco: effettivamente, non si può capire nulla del pasticcio politico degli ultimi anni se non si capisce che la situazione è caratterizzata dalla lotta tra due frazioni in seno alla borghesia. Due frazioni che sono d’accordo sia sul perseguire politiche neoliberiste che sulla necessità di un irrigidimento autoritario per imporle… ma che divergono sulla via da seguire per attuarle.

Da una parte, abbiamo i “neonazionalisti fiamminghi” – il padronato fiammingo (il VOKA) e il suo braccio politico, l’NVA [Nuova Alleanza Fiamminga, partito indipendentista fiammingo di carattere liberalconservatore, ndt]. Costoro vogliono approfittare della congiuntura economica, sociale e ideologica più favorevole alla destra per portare avanti una “rivoluzione conservatrice” ultraliberista, à la Thatcher. Ciò implica un’offensiva frontale contro la sicurezza sociale, le convenzioni collettive e le organizzazioni del movimento operaio (personalità giuridica per i sindacati, restrizioni ai finanziamenti a loro destinati, etc…). Vogliono far scoppiare il Belgio? E’ più probabile che vogliano utilizzare i rapporti di forza fiamminghi per instaurare uno “Stato-NVA” (analogo allo “Stato-CVP” [Partito Popolare Cristiano, ndt] degli anni 70-90 dello scorso secolo) e imporre il loro progetto a tutto il paese. La minaccia separatista (o “confederale”) è soprattutto un’arma di ricatto per tentare 1) di far slittare la mappa politica verso la destra in Vallonia e anche a Bruxelles 2) di ridurre il ruolo costituzionale della monarchia, siccome questa non è “fiamminga” 3) sul piano sociale, di mettere i/le disoccupati/e valloni al servizio del padronato del Settentrione del Paese.

Dall’altra parte, abbiamo i “neofederalisti unitari” – la FEB, l’UWE [due associazioni di imprenditori in Belgio, ndt], il MR, il CdH [partiti di centro-centrosinistra, ndt] e… il Palazzo. Essi utilizzano la minaccia dei “neonazionalisti” per mettere la cittadinanza della Vallonia e di Bruxelles, il movimento sindacale e agli altri movimenti sociali sotto pressione e far accettare loro l’avanzamento delle politiche neoliberiste e autoritarie. In questo ricatto, il mantenimento del carattere nazionale della sicurezza sociale occupa da anni una posizione di rilievo. L’argomento è sostanzialmente il seguente: “accettate le restrizioni securitarie, altrimenti il lupo cattivo chiamato NVA verrà a mangiarvi”. E funziona, in particolare presso i socialdemocratici. Così, col passare degli anni, la frazione “neofederalista unitaria” è giunta a diffondere l’idea che la stabilità della monarchia – cioè la stabilità di un’istituzione dell’Ancien régime, fondamentalmente antidemocratica! -, sarebbe stata una garanzia per il salvataggio della sicurezza sociale che incarna la solidarietà.

La meccanica dello stallo politico
I “neonazionalisti fiamminghi” si sono rafforzati in questi ultimi anni rispetto ai “neofederalisti unitari”, particolarmente in occasione delle elezioni di maggio 2019. Con una contraddizione, che è la seguente: questo miglioramento è dovuto principalmente alla crescita del Vlaams Belang [Partito indipendentista fiammingo di estrema destra, ndt]. Ma il VOKA non considera il Vlaams Belang come un intermediario politico. Tutto ciò potrebbe un giorno cambiare, ma non in questo caso. Così, è intervenuto un nuovo fattore: l’NVA ha usato la minaccia del Belang per sviluppare il proprio ascendente sulla destra classica – l’Open-VLD e le CD&V – che strava attraversando una crisi. Questa influenza venne espressa in maniera netta in occasione del rapido insediamento del governo fiammingo di Jan Jambon sulla base di un programma nazionalista fortemente reazionario, che l’NVA ha imposto alle componenti alleate nella speranza di arginare l’ascesa del Belang.

Nello stesso momento, dalla parte francofona, el elezioni del 2019 erano caratterizzate da una forte spinta a sinistra. Il grande successo elettorale del PTB [Partito del lavoro del Belgio, affiliato alla GUE/NGL, ndt] ne era l’espressione più netta. Fu un terremoto: la socialdemocrazia vide minacciata la propria egemonia – nella sua base sociale popolare in generale e nella FGTB [Federazione sindacale di matrice socialista, ndt] in particolare. Così, al PS venne impedito di entrare in un governo con l’NVA, e anche di partecipare al potere senza ottenere “qualcosa” di un po’ più sostanziale che gli avrebbe permesso di mostrare di servire a qualcosa… Da qui il tentativo di Magnette di formare una coalizione su un programma “sociale” di centrosinistra, senza l’NVA. Ma il CD&V è calato, e l’OPen-VLD conservava delle grosse reticenze, che diventavano più radicate a causa della succitata influenza. Da qui anche l’impossibilità, da nove mesi, di formare un governo federale…

Il coronavirus impone una sconfitta a De Wever
Ciò detto, veniamo agli ultimi sviluppi. Vediamo abbastanza chiaramente come il Coronavirus sta modificando i rapporti di forza tra le due frazioni. Abbiamo un sistema sanitario per lottare contro l’epidemia e un Ministero dell’Interno per controllare le frontiere e il rispetto delle misure di contenimento. Sarebbe dunque razionale avere una politica belga di lotta all’epidemia, non tre né nove. La comunità scientifica, di cui le autorità hanno bisogno per gestire la situazione ha aumentato la pressione in favore di una risposta comune a livello federale. Tutti questi fattori hanno portato a un piano comunicato giovedì 12 marzo dalla Prima Ministra Wilmès, in presenza dei responsabili di tutti i livelli di potere, ivi compreso il capo del governo fiammingo appartenente all’NVA, Jan Jambon.

Nel corso degli eventi, Bart De Wever [presidente dell’NVA e sindaco di Anversa, ndt] ha percepito che l’epidemia stava rafforzando gli avversari, i “neofederalisti d’unione”. Ma le sue reazioni sono state disordinate, a zig zag. In un primo momento, ha giocato la carta di adottare un’attitudine che potremmo chiamare “coronarealismo”: delle misure, certo, ma con cautela, per non “prosciugare l’economia” (specialmente il settore degli eventi, dello spettacolo, etc…). Una presa di posizione molto simile a quella che egli porta avanti a proposito del cambiamento climatico: “realismo climatico” per non nuocere all’economia. Comunque, l’avanzata molto rapida dell’epidemia ha velocemente reso questa posizione obiettivamente non perseguibile. Il Machiavelli dell’NVA ha dunque fatto un giro di 180°. Dopo aver lasciato perdere la carta del realismo economico, egli si è giocato quella dell’implemento delle misure securitarie: tutto a un tratto, il governo federale non stava più facendo fin troppo, anzi, non stava facendo abbastanza, e c’era bisogno di avviare un “piano per la catastrofe”.

Sull’onda di questo slancio, De Wever è arrivato a tentare di defenestrare Sophie Wilmès per imporre la formazione di un governo federale di cui lui sarebbe stato il capo. (Notiamo en passant che questo tentativo quadra con l’idea dell’instaurazione di uno “Stato-NVA”). Ma tutto ciò è stato un fallimento. L’NVA ha dovuto constatare che la sua influenza sulle altre componenti del governo fiammingo era sempre più debole. Da quel momento, l’NVA è stato costretto ad arrendersi all’idea di dare al governo di Sophie Wilmès dei poteri speciali per gestire l’epidemia. De Wever ha fatto ancora un tentativo per riguadagnare terreno: egli ha annunciato che l’NVA avrebbe votato a favore dei poteri speciali, ma non la fiducia, che avrebbe trasformato un governo minoritario d’affari correnti [forma di governo che permette l’esercizio di poteri limitati e che si instaura in occasione di difficoltà politiche di vario genere, es. perdita della fiducia, difficoltà a formare una coalizione, ecc.. ndt] in un governo regolare. Nuovo fallimento: gli altri partiti fiamminghi non l’hanno seguito (nonostante un’esitazione del Sp.a) e hanno anche denunciato in modo abbastanza netto la sua attitudine.

Il Coronavirus non è senza dubbio l’unica causa di questo cambiamento nei rapporti di forza tra neonazionalisti e neofederalisti. Effettivamente è intervenuto un altro fattore: i sondaggi d’opinione. Nelle Fiandre, l’ultimo era caratterizzato da un nuovo passo in avanti del Vlaams Belang e da un nuovo arretramento dell’NVA. Pubblicato nel bel mezzo della crisi politica legata al Coronavirus, è probabile che questo sondaggio abbia contribuito a convincere il CD&V e l’Open-VLD a prendere le distanze da Bart De Wever. E’ una sconfitta politica seria per lui e per il suo partito.

No al “Coronawashing”
I Neofederalisti unitari hanno quindi vinto una battaglia, che è stata rimarcata lunedi 16 marzo dall’allocuzione del re che, senza evocare nulla della situazione politica, si è posto tuttavia come il capo dello Stato, colui che incarna l'”unità nazionale” e segue attentamente il lavoro dei suoi ministri, dispensando la sua melliflua benevolenza alla popolazione. Nello slancio del momento, Sophie Wilmès e la sua squadra hanno ricevuto dei poteri speciali per una durata di tre mesi che possono essere rinnovati all’occorrenza. Approfittando con abilità dell’epidemia, i neofederalisti unitari hanno anche mostrato che il rafforzamento dello Stato non è incompatibile con la “lasagna istituzionale” belga, e hanno al contempo tolto a De Wever il monopolio dell’immagine di politico dotato di polso, che agisce con determinazione e autorità.

Ovviamente, non possiamo non gioire della sconfitta del borgomastro di Anversa e del suo orientamento ultraliberista. Ma la vittoria dei neofederalisti unitari non è la nostra. Essa ci pone dinanzi un pericolo evidente di “coronawashing”: ci si dimentica effettivamente che Sophie Wilmès è membro dell’MR, che era la ministra dei conti pubblici di Charles Michel, che il “tax-shift” che ha condotto ha prodotto un deficit di quattordici miliardi, che ha partecipato a tutte le cattive azioni di questo pessimo governo (la pensione a 67 anni, il respingimento impietoso dei migranti e delle migranti, l’acquisto di nuovi aerei da guerra, ecc.). Ci si dimentica anche che la ministra della salute Maggie De Block si è resa nota soprattutto per il fatto di trattare con disprezzo le infermiere, riducendone drasticamente la quantità di numeri INAMI per i medici. In sintesi: ci si dimentica che la coalizione MR-CD&V – Open – VLD è una coalizione di destra, diretta da una donna di destra.

Quali saranno le conseguenze di questa vittoria dei neofederalisti unitari? Il piano di contrasto all’epidemia rivelato giovedì scorso e rafforzato martedi 17 marzo dà una prima indicazione: come altri piani in Europa (Italia, Spagna, Francia…) esso ha lo scopo di tentare di evitare una situazione sanitaria incontrollabile 1) mettendo a rischio la salute di lavoratori e lavoratrici per proteggere al massimo l’attività e i profitti delle imprese del settore produttivo 2) senza rimettere in causa le politiche neoliberiste (responsabili del degrado del settore della sanità e dell’esposizione in particolare di precari e dei gruppi sociali più fragili) 3) facendo portare sulle spalle del personale sanitario e delle famiglie, e dunque dalle donne, il sovraccarico di lavoro di cura derivante dall’epidemia, 4) fermando la vita sociale, associativa, culturale. Si tratta, in altri termini, di una risposta capitalista, neoliberista, patriarcale e autoritaria all’epidemia.

Sì al confinamento, no all’unità nazionale, no ai poteri speciali
Non possiamo far altro che difendere e sottometterci alle decisioni riguardo al confinamento. Effettivamente, l’epidemia deve essere combattuta. In effetti, queste decisioni sono più valide del “coronarealismo” di De Wever o delle politiche assurde e criminali di Boris Johnson e del suo amico olandese Mark Rutte. (La loro “immunità collettiva” è un progetto da darwinismo sociale, degno di Malthus, e consiste nell’idea che i più poveri tirino le cuoia). Ma un conto è accettare le misure di confinamento, un altro è allinearsi senza neanche una critica alla destra, come fanno la socialdemocrazia e i Verdi.

La crisi sanitaria mette in luce il fallimento delle politiche capitaliste e neoliberali di esclusione sociale, di smantellamento del settore pubblico, di tagli alla sicurezza sociale e di distruzione del pianeta. Ci sono le condizioni per imporre l’arresto di tutte le attività economiche non essenziali e mettere all’ordine del giorno una revisione del debito pubblico (ecco! Paul Magnette ha dimenticato la sua esigenza di una revisione del “tax-shift”!), l’uscita dai meccanismi dell’agrobusiness (responsabile per altro della comparsa di nuove virosi) e un programma di misure strutturali che metta al primo posto l’uguaglianza sociale, la cura della salute delle persone e la restaurazione degli equilibri ambientali. Questa è la lezione che ci dà il virus. In questo contesto, è persino insufficiente affermare che c’è di meglio da fare di dare alla coalizione MR – CD&V – Open VLD dei poteri speciali che includono “la presa in carico degli effetti socioeconomici e sui conti pubblici della pandemia”. Pensiamo davvero che Sophie Wilmès darà la caccia ai 172 miliardi di frode fiscale per “la presa in carico degli effetti della pandemia sui conti pubblici”?

Lottare, lottare ancora, e l’invenzione di forme nuove
A questo punto, una sola cosa è certa: che siano avanzate da una frazione della classe dominante o dall’altra, delle nuove minacce si accumulano sulle teste degli/lle sfruttate/i e delle/gli oppressi/e. Nello stesso tempo, emergono nuove possibilità, siccome questa crisi sanitaria è un potente disvelatore: essa sottolinea l’assurdità della logica capitalista del profitto – in particolare nel settore della sanità – e la natura criminale delle politiche neoliberiste di privatizzazione, di austerità e di smantellamento delle garanzie sociali.

Queste nuove possibilità sono utilizzabili in una sola maniera: la lotta e l’autorganizzazione democratica degli sfruttati e delle sfruttate, degli oppressi e delle oppresse, in totale indipendenza dallo Stato e dai partiti. La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per l’arresto delle attività nei settori non essenziali. La lotta del personale sanitario, della pulizia delle strade e dell’alimentare per delle condizioni di lavoro sicure, degne del loro coraggio di fronte alla sfida vitale lanciata dal virus. La lotta per il rifinanziamento massivo e l’abolizione delle misure di austerità prese in questi ultimi anni nell’ambito della sicurezza sociale, dell’insegnamento, della cura dell’infanzia. La lotta femminista perché la riproduzione sociale dell’esistenza abbia la priorità sulla produzione di plusvalore.

E’ evidente che questa lotta deve assumere delle forme responsabili, compatibili con gli obblighi effettivi di lottare contro la propagazione del virus, anche se la lotta, d’altro canto, non ne è meno necesaria né possibile, come mostrano le iniziative di ogni sorta effettuate sul campo. Popolarizziamole, moltiplichiamole, agiamo con inventività. Facciamoci vedere in tutte le situazioni prodotte dalle misure non liberali che i governanti saranno costretti a prendere in futuro, per le ragioni più disparate evocate all’inizio di questo articolo. Noi creeremo così nell’opinione pubblica una potente ondata che potrà dispiegarsi appieno appena la società uscirà dal lockdown.

1Il Fatto Quotidiano, 17/3/2020.