Stato spagnolo: Coronavirus e altre faccende…

di Fabrizio Dogliotti

Al di là dei numeri, che cambiano rapidissimamente, è ormai evidente che lo Stato spagnolo è uno dei paesi europei più esposti alla pandemia. Mentre gli Stati europei e la stessa Unione Europea -almeno finora- stanno rispondendo a questa gravissima situazione in ordine sparso, senza nessun concerto, le loro classi dominanti stanno agendo all’unisono su un punto molto importante, quello di cautelare innanzitutto i loro profitti. Da questo punto di vista, la risposta del governo italiano alla crisi ha fatto scuola.

La situazione nello Stato spagnolo rispetto alla diffusione del coronavirus e alle misure prese per contrastarlo è quasi una fotocopia -un po’ sbiadita, forse- di ciò che è stato fatto sinora qui da noi. Oltre a un ritardo poco spiegabile su questioni come il confinamento della popolazione o la creazione di “zone rosse” (se ne è creata una solo in Catalogna e per iniziativa del governo locale), tutte le altre misure ricalcano quelle italiane, checché se ne dica.

 

La risposta alla pandemia è il capitalismo con altri mezzi

Il governo di Sánchez ha stanziato 20 miliardi di euro per far fronte alla grave crisi sociale che si preannuncia nelle prossime settimane ma bisogna leggere le clausole scritte piccine per capire che le misure o i soldi destinati direttamente ai lavoratori o ai settori più fragili della società non sono poi tanti. E una parte di quelli -cioè gli stanziamenti per gli autonomi e le piccole imprese- sono perlopiù dei crediti, che un giorno o l’altro bisognerà restituire. Identico discorso per la moratoria delle ipoteche e i mutui: per stavolta non si paga ma quando ‘sta storia finisce, si paga con gli interessi. Le banche, che nel 2012 erano state salvate “gratis” dallo Stato con 60 miliardi di euro e che non hanno mai realizzato tanti guadagni come in questi anni, non si toccano: i banchieri l’hanno detto al governo senza tanti giri di parole.

Altre misure, come il blocco temporale degli sfratti o l’obbligo per la medicina privata di fornire letti e personale a quella pubblica sono certamente utili e simpatiche ma anche qui si tratta di misure, per il momento, un po’ timide: la sanità privata non viene comunque espropriata (ci mancherebbe!) e il problema più angosciante per la popolazione delle grandi città, cioè il caro-affitti, non viene neanche affrontato.

I sindacati maggioritari (Comisiones Obreras e UGT) plaudono ai provvedimenti -forse più per esigenze politiche che altro- ma mettono un po’ in sordina il fatto che i licenziamenti di massa nelle imprese non sono stati affatto scongiurati dal decreto ma solo “flessibilizzati”.

Insomma, niente di nuovo né di particolarmente pericoloso, da un punto di vista neoliberista. La proprietà privata e i profitti delle grandi imprese (al di là dei risultati di una recessione economica che è alle porte) sono salvi. Le esigenze della popolazione nel suo insieme di fronte a una crisi di sanitaria di questa portata, meno.

 

La sanità pubblica al collasso

La sanità pubblica dello Stato spagnolo in questi ultimi anni ha subito gli stessi processi di quella italiana: tagli a man salva e importanti privatizzazioni. Anche se dall’anno scorso si è ristabilita la quota di finanziamento del 2010 (62 miliardi di euro l’anno), lo sfacelo di quest’ultimo decennio si fa sentire in modo pesante. Come quella italiana, la sua qualità non è omogenea in tutto il paese (viene gestita in un modo decentrato e rappresenta la maggior spesa delle comunidades autonomas spagnole) ma è comunque carente dappertutto. La stessa sanità pubblica catalana, la più importante, capillare e numerosa dello Stato, un tempo molto avanzata anche sul terreno della ricerca scientifica, è da anni l’ombra di se stessa. In questi giorni il governo di Madrid sembra in difficoltà su questo punto. Oltre all’ovvio incremento di fondi in questa fase, l’altro provvedimento è stata l’unificazione della sanità in mano allo Stato centrale. Provvedimento forse utile ma che si sta realizzando in modo piuttosto autoritario e scombinato. Di sicuro, c’è una grave mancanza di materiale sanitario e di personale e il cambiamento repentino della gestione amministrativa, invece di risolvere i problemi più urgenti, sta complicando e rallentando le cose in un sistema pubblico che in pochi giorni sta già esplodendo, soprattutto a Madrid.

 

Le contraddizioni del governo “di sinistra”

I decreti del governo si stanno vendendo come una risposta sociale alla crisi, invocando Keynes e dando addirittura una patente di progressismo a Macron, ma i dubbi al riguardo, come abbiamo visto, sono legittimi. Nonostante lo sforzo per apparire uniti (le voci critiche a sinistra, in questo momento, sono ben poche), Podemos e il PSOE si sono scontrati duramente nei vari consigli dei ministri ed il risultato non è certo stato favorevole a Pablo Iglesias e ai suoi. La partita non sembra terminare qui; nei prossimi giorni, dipendendo dall’evoluzione dell’epidemia e dalla risposta sociale che già sembra delinearsi, i socialisti potrebbero essere costretti a concedere qualche apertura in più ai soci di governo. Ma tutto indica che Nadia Calviño, la ministro neoliberista del dicastero economico, per il momento è quella che dirige l’orchestra. Tutto ciò mette in risalto, probabilmente prima del previsto, l’estrema fragilità di questa coalizione e la subalternità di Podemos alla strategia politica ed economica del PSOE. E’ assai possibile che non si verifichi una crisi di governo in queste circostanze (d’altra parte, le Cortes sono praticamente chiuse e lo rimarranno per un po’ di tempo) ma si prefigura il suo scoppio ritardato.

In fondo, come sempre succede, tutto dipenderà dai rapporti di forza nella società. Nei Paesi baschi sono già iniziati scioperi operai, analogamente all’Italia, per richiedere la chiusura delle attività produttive non necessarie. In Catalogna, oltre a crescere la diffidenza nei confronti di alcune misure considerate poco adeguate (come l’uso dell’esercito o la proibizione espressa alla Genealitat di ricorrere a misure sanitarie urgenti) la rabbia ha già dato esempio di sé durante il discorso televisivo del re con una massiccia e rumorosissima protesta ai balconi di tutto il paese.