DOPPIA E TRIPLA OPPRESSIONE La questione di genere nel capitalismo

 Relazione di Giovanna Russo

Seminario Roma 7-8 settembre 2019 

Premessa

 In questa riunione nazionale delle compagne di Sinistra Anticapitalista, che per la prima volta si tiene centralmente e non ai margini di qualche altro convegno dell’organizzazione, bisogna innanzi tutto ringraziare le compagne che hanno lavorato perché la nostra discussione avvenisse in uno spazio politico riconosciuto e le numerose compagne che sono venute a prendervi parte – e noi sappiamo quanto ci costa prenderci due giorni esclusivamente per noi.

L’ambizione di questo seminario è quella iniziare un percorso di riflessione e di elaborazione condivisa sulla questione di genere per orientare la definizione di una linea politica e strategica di Sinistra Anticapitalista e, di conseguenza, poter mettere in campo interventi ed azioni di lotta omogenee e coordinate nei diversi circoli.  È certo anche una scommessa, perché la mancanza fino ad oggi di un orientamento comune sulle tematiche del femminismo rende difficile portare ad unità le molteplici esperienze teoriche e pratiche che molte di noi hanno vissuto nel proprio specifico territoriale.

Per questo abbiamo pensato di tracciare una griglia tematica introduttiva, in cui si inseriranno le altre relazioni e gli interventi in programma, in modo da costruire un quadro di insieme da sottoporre alla discussione.

La “terza ondata” femminista

Il movimento femminista transnazionale, esploso qualche anno fa con l’imponente mobilitazione delle donne polacche in difesa della legislazione sull’aborto e con il grido delle argentine di NiUnaMenos contro il femminicidio e la violenza di genere, sta riempiendo il mondo con le sue manifestazioni. Dal primo appello allo sciopero internazionale dell’8 marzo 2017, a cui parteciparono donne di decine di paesi, il movimento ha continuato ad estendersi sul piano territoriale.  Allo stesso tempo cresce il protagonismo femminile in molte mobilitazioni sociali, sindacali o politiche, formalmente non affiliate a questo movimento ma che esprimono una forte coscienza di genere ed una caratterizzazione femminista. Più il meccanismo stritolatore del capitalismo globale tende ad aggravare le condizioni di sfruttamento e di oppressione delle masse nel mondo, più assistiamo allo sviluppo di una insorgenza femminile plurale, radicale, risoluta ad affrontare contraddizioni che si intrecciano su molti piani.

Per restare al solo mese di agosto appena trascorso:

-in Romania una estesa mobilitazione ha costretto alle dimissioni alcuni esponenti istituzionali, dopo il brutale femminicidio di due ragazze di 15 e 18 anni. Una di loro era riuscita a chiamare la polizia e a chiedere aiuto, ma era stata derisa e insultata.  Patriarhatul ucide, dicono le manifestanti: il femminicidio non è un crimine individuale e imprevedibile, è un aspetto della violenza sistemica sulle donne che permea l’intero ordine sociale ed istituzionale.

-In Messico, a metà agosto, si sono avuti moti di protesta contro diversi casi di stupro compiuti da poliziotti in pochi giorni, seguiti dalla sospensione – ma senza imputazione – di 6 poliziotti, nel tentativo di sedare la protesta. La ragazza che per prima ha rotto il silenzio è stata costretta a ritirare la denuncia, ora deve fronteggiare l’accusa di essersi inventata tutto. Yo si te creo, dice il movimento, No me cuidan, me violan. Secondo La Izquierda Diario in Messico ogni 18 secondi viene violentata una donna, ogni giorno si registrano nove femminicidi!

-In Brasile, anche quest’anno, il 12 agosto si è svolta la Marcha das Margaritas dal nome della leader del sindacato dei lavoratori agricoli Margarita Maria Alves, assassinata nel 1983 su mandato del padronato agrario, simbolo della lotta per l’uguaglianza di diritti delle donne nelle aree rurali. La grande affluenza di contadine e indigene ha denunciato le politiche neoliberiste aggressive nei confronti dei nativi, dei lavoratori dei campi e delle acque ma anche il becero sessismo e l’omofobia di Bolsonaro.

-In Spagna il 24-25 agosto uno straordinario sciopero “di genere” delle donne delle pulizie negli hotel, contro la discriminazione indiretta che colpisce una categoria composta essenzialmente da donne, ha espresso la coscienza di dover lottare contro una società classista e insieme patriarcalista e razzista, un vero spartiacque nella storia sindacale spagnola.  Partita dalle Isole Baleari, dove si stimano tra le 7.000 e le 8.000 donne che lavorano come cameriere nelle sole Ibiza e Formentera, la protesta ha ottenuto un vasto appoggio da parte del movimento femminista spagnolo.

-In Sudafrica, che è forse il paese al mondo meno sicuro per le donne, con un altissimo numero di stupri e femminicidi, migliaia di donne a Città del Capo e Johannesburg hanno dato vita ad una mobilitazione che ancora prosegue in questi giorni.

Questi sono, in ordine di tempo, solo gli ultimi tasselli da aggiungere all’esteso panorama mondiale del movimento che ha dichiarato la lotta contro la violenza, lo sfruttamento e l’oppressione delle donne, diverse nella forma e nell’intensità nei diversi Paesi ma uguali nella sostanza dell’imposizione di una condizione subalterna, di un ruolo obbligato che si spaccia per naturale per giustificare la sopraffazione. Ma, come tutti i movimenti “veri” tra quelli che si mettono in campo oggi, in una fase di pesante sconfitta storica della classe lavoratrice, ha al suo interno visioni politiche e spinte rivendicative differenti, a volte anche discordanti. Il femminismo si presenta come realtà composita e molte sono le anime che vi partecipano. Quale posizione Sinistra Anticapitalista vuole assumere, a partire dal suo bagaglio teorico di organizzazione comunista rivoluzionaria, quale visione si propone di portare all’interno del movimento e quali lotte si impegna a promuovere?

Alcune precisazioni preliminari

Innanzi tutto per noi l’oppressione di genere non è frutto di arretratezza culturale, non è dovuta alla sopravvivenza nella società moderna di ideologie e valori del passato che il progresso potrebbe incaricarsi di superare, attiene alla struttura del sistema capitalistico, perché risponde ai bisogni essenziali della produzione e della riproduzione del sistema economico-sociale.  Il ruolo subalterno delle donne, in quanto strumento di procreazione e conservazione del gruppo familiare, nel corso della storia è stato riformulato al variare dei modelli di organizzazione sociale e produttiva ma sostanzialmente sempre riaffermato, perché funzionale all’esistenza della forma sociale e dei rapporti di produzione.

Perciò oggi gli attacchi che in Italia sono portati alla L.194, con la pretesa di tornare a dettare legge sul corpo e sulla vita delle donne, non sono solo un rigurgito patriarcalista e il delirio misogino del congresso mondiale di Verona del marzo scorso, voluto dalla Lega di Salvini, non è solo espressione di arcaici fondamentalismi religiosi e dell’oscurantismo tipico delle forze politiche di destra, rappresentano una delle proposte oggi in campo per ricomporre l’ordine sociale di cui la classe dirigente ha bisogno in questa fase di crisi capitalistica: una crisi non superata, e non superabile con i mezzi ordinari, e che il padronato non può affrontare senza portare a fondo un attacco generale alle masse, con lo schiacciamento dei diritti di tutti i lavoratori a partire, come spesso accade, da quelli delle donne, l’anello più vulnerabile.

Per questo pensiamo che, per combattere il patriarcato capitalista, non sia sufficiente un’azione politica sul terreno culturale. Non rinunciamo alla lotta ideologica, ma sappiamo che non è questione di svecchiamento culturale né si tratta solo di sconfiggere un gruppo sociale retrivo: occorre intervenire, con la lotta di massa, nella struttura stessa del sistema sociale, rimuovere materialmente le radici della reazione sessista.

In secondo luogo, un altro aspetto di rilevanza non solo teorica ma immediatamente politica: l’oppressione di genere non colpisce allo stesso modo tutte le donne. Anche se in qualche modo tutte fanno i conti con ciò che significa essere donna nella società del capitale, i divari tra le classi sociali fanno gravare l’oppressione soprattutto sulle lavoratrici, e mettono all’ultimo posto della gerarchia le donne dei paesi dominati dall’imperialismo e dal colonialismo economico contemporaneo. L’oppressione di genere si interseca con i fattori di classe e di “razza”. Per questo pensiamo che la violenza e il sessismo non siano imputabili ad una differenza antropologica innata tra tutti gli uomini e tutte le donne: essi costituiscono, piuttosto, un dispositivo di controllo sulla condizione esistenziale delle donne a beneficio di un sistema che deve sottometterle tutte, sebbene con intensità diversa, per garantire le gerarchie e le stratificazioni su cui è fondato.

A cosa serve l’oppressione di genere e in che senso è questione strutturale nel sistema capitalistico? Questo appare chiaro quando si pensa alla funzione alle donne assegnata nella società contemporanea. Con una certa semplificazione, per ragioni di sintesi, si può dire che i compiti femminili sono essenzialmente i seguenti:

–  assicurare la produzione biologica della forza-lavoro.

A dispetto di ogni enfasi retorica sulla maternità, i figli, che nell’iconografia classica sono “pezzi di cuore”, nella realtà della società del capitale sono quella merce speciale che serve a produrre altre merci.  Questa “produzione” è entrata oggi anche nel business della compravendita degli ovuli e del mercato delle pratiche riproduttive.

– assicurare la rigenerazione quotidiana della forza–lavoro mediante quel lavoro non riconosciuto che è il lavoro domestico, o di cura.

È un lavoro “informale” che si svolge all’interno di una forma familiare gerarchizzata e rigorosamente eterosessuale, ereditata da tempi antichi ma resa idonea alla trasmissione dell’ideologia e del sistema di valori della borghesia. Parliamo qui della tipologia familiare più diffusa, soprattutto negli strati sociali proletari. D’altra parte, sebbene questo modello sia alquanto in crisi, le nuove forme di convivenza (famiglie arcobaleno, coppie omosessuali, single, ecc), rappresentando una variante minore e, assolvendo anch’esse al ruolo riproduttivo, sono compatibili con la continuazione di questo sistema e la sua sostanza oppressiva.

– costituire una forza lavoro complementare o di riserva, meno costosa, più flessibile e ricattabile di quella maschile. Le donne subiscono una “doppia oppressone”, di genere e di classe. E poiché la maternità è vista come fine ultimo della loro vita, il loro lavoro sul mercato formale continua ad essere considerato aggiuntivo o temporaneo rispetto a quello dell’uomo – il breadwinner – pertanto destinato a subire, all’occasione, condizioni più svantaggiate per un dipiù di profitti padronali, sia nelle aree orientali di nuova industrializzazione, sia in quelle occidentali dove le ristrutturazioni hanno portato all’erosione delle garanzie e delle conquiste del passato.

– fornire prestazioni sessuali, gratuite o a pagamento, in quanto oggetto di sfruttamento sessuale.

…. Ognuno di questi aspetti – fortemente correlati gli uni agli altri – meriterebbe di essere analizzato a fondo, ma questo nostro primo seminario nel prosieguo dedicherà il massimo dell’attenzione alla condizione della lavoratrice del mercato formale, sia perché alcune di noi sono impegnate nell’attività sindacale e possono testimoniare direttamente del divario salariale, la precarietà, i ricatti occupazionali che essa deve subire (oggi condivisi con i giovani e con gli immigrati), sia perché il lavoro è un aspetto centrale nel percorso di liberazione personale: non è possibile, infatti, esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione, uscire da situazioni di violenza familiare, se non si è autonome sul piano economico, se si ha un’occupazione precaria o un salario basso e incerto.  Le relazioni che seguono lo mostreranno più in dettaglio, mettendo a tema la condizione delle lavoratrici del settore privato e del pubblico impiego, e quella delle lavoratrici marginali e precarie dei servizi e dell’agricoltura. Un’altra relazione analizzerà diversi aspetti dell’oppressione di genere nella società, fuori dal posto di lavoro. La presente relazione, invece, si soffermerà sul tema della riproduzione sociale, il lavoro che si svolge all’interno della famiglia e che la classe dominante ha imposto alle donne come fosse un compito loro spettante per natura.

 

L’improbabile lavoro “d’amore”

Il lavoro riproduttivo è il lavoro di cura quotidiano che permette alla forza-lavoro adulta di ritrovare le sue energie materiali e psichiche per poter riprendere la sua attività il giorno dopo; alla forza-lavoro in formazione, infantile e giovanile, di svilupparsi; ai membri della famiglia anziani o malati o disabili di essere assistiti.  Gran parte di questa attività, condizione della produzione delle merci, dovrebbe essere posta a carico della società, non estorta gratuitamente alle donne: così accadrebbe in un mondo in cui la ricchezza prodotta servisse al bene dell’umanità e non al profitto privato. È un lavoro rubato, che ha molti aspetti comuni al lavoro schiavistico, ma – paradossale ironia – è spacciato per “lavoro d’amore”.

Riprodurre la forza lavoro non significa solo occuparsi delle sue necessità elementari di sussistenza, ma anche sostanziare le relazioni che si instaurano nel contesto familiare, fondate sulla gerarchia tra i sessi e tra le generazioni, sulla soddisfazione maschile di avere una posizione di dominio almeno in casa propria, sul modo di organizzare e attribuire significato alla sessualità. È un lavoro relazionale che contribuisce alla riproduzione dell’ideologia e dei valori della classe dominante, a garanzia della tenuta di legami di coesione sociale, nonostante la forbice delle disuguaglianze.

È in famiglia che si ricevono, fin dalla più tenera età, le norme e le cognizioni socio-culturali legate al genere, il binarismo e il precetto eterosessuale. Per “genere” intendiamo – non il sesso, che è determinato dalle specificità biologiche – la rappresentazione delle diverse caratteristiche identitarie attribuite al maschio e alla femmina, nella storia e secondo il luogo, attraverso precise modalità culturali, pratiche e simboliche, con l’enorme ruolo delle Chiese e delle religioni nella concezione della donna come essere secondario, nelle categorie di pensiero che giustificano il potere di controllo sul suo corpo e sul suo sesso. “Donne non si nasce, si diventa”, la celebre affermazione di De Beauvoir demistifica le narrazioni tradizionali sul “secondo sesso”.

L’importanza e la continuità delle funzioni riproduttive richiedono una costante e totale dedizione della donna ai membri della famiglia. Il tempo di lavoro necessario a riprodurre la forza-lavoro è illimitato, e questo spiega il processo storico che, dai primi dell’Ottocento, ha relegato la donna nella sfera privata come madre, moglie, figlia e oggetto sessuale. E si comprende il ruolo della violenza, del femminicidio, delle percosse, dei maltrattamenti oggi in aumento in diretta connessione con l’ampliarsi delle conquiste sociali e personali delle donne: nella meccanica del potere, è il diritto di punire il comportamento indisciplinato. Sul lavoro e sul corpo delle donne si gioca una partita importante per la conservazione dell’ordine economico e sociale: in questo senso, non a caso, da molte parti si afferma che la famiglia è la cellula primaria della società.

 

La tripla oppressione

Il lavoro riproduttivo si svolge anche fuori della famiglia: più la società è complessa, più si moltiplicano e si ampliano i servizi forniti dallo Stato in alcuni settori – la formazione scolastica, la sanità, l’assistenza sociale, ecc. – che assicurano alla forza-lavoro lo status di merce vendibile sul mercato del lavoro. Nelle fasi di crescita economica e di maggiore forza contrattuale della classe operaia, il settore dei servizi pubblici si amplia, senza mai inglobare tutta la riproduzione necessaria ma alleviando, in un certo modo, il lavoro delle donne, per poi restringersi nuovamente nelle epoche di crisi. Nella fase neoliberista, nella quale oggi viviamo, vediamo la tendenza alla riduzione di questo settore a causa delle politiche fiscali restrittive adottate in tutti i paesi capitalisti, con la conseguenza dell’aumento del carico di lavoro per le donne. Alcune femministe marxiste, come Nancy Fraser, parlano di “crisi della riproduzione sociale”, come conseguenza della crisi della produzione.

 

Questa accresciuta necessità di lavoro di cura nei paesi occidentali per il progressivo smantellamento del welfare, viene scaricato sulle immigrate, le ormai numerose badanti e collaboratrici familiari straniere, impiegate in rapporti più o meno formali. La catena della cura è diventata internazionale. Le donne, le più povere tra i poveri del mondo, emigrano lasciando la propria famiglia priva di cura o affidandola alla cura di qualche altra. In un mercato del lavoro ormai globale, questa dinamica ha prodotto una massa di riproduzione sociale aggiuntiva nei paesi dominanti, sottraendola a quelli dominati. Parliamo, allora, di “tripla oppressione”: perché per le donne immigrate allo sfruttamento di classe e di genere si somma la violenza dei rapporti di dominio a scala mondiale che le obbligano a lasciare il loro paese per un altro, dove subiscono, oltre tutto, discriminazioni per ragioni di etnia.

Esiste una “sindrome Italia”, una forma di depressione delle badanti generalmente dell’Est Europa, venute nel nostro paese, dove gli indici di invecchiamento sono in aumento, per mantenere con le loro rimesse le famiglie rimaste nei luoghi di origine: un fenomeno che riguarda già migliaia di emigrate, conseguenza del lavoro duro, dell’ansia, della scissione identitaria. Un disturbo mentale che può risolversi in suicidio quando, al ritorno a casa dopo molti anni, esse scoprono che è impossibile ricomporre la famiglia e che non c’è più neanche lo stesso paese che avevano lasciato.

Le immigrate in Italia e in Europa sono impiegate sempre più estesamente anche come lavoratrici nell’agricoltura e nell’industria, in condizioni occupazionali e di vita più basse degli altri lavoratori e lavoratrici, e sottoposte a molestie e ricatti sessuali su cui la stampa e gli organi della comunicazione semplicemente tacciono, occultandoli in un compiacente e complice silenzio. Questo è possibile perché le dinamiche incontrollabili del capitalismo globale hanno prodotto un movimento migratorio internazionale di grande ampiezza dai paesi più deboli verso le aree dominanti, che continuamente si ingrandisce per effetto delle diseguaglianze di sviluppo, del debito estero, dell’accaparramento delle terre e delle risorse da parte dei monopoli occidentali, delle guerre neo-coloniali scatenate per il controllo delle zone strategiche, dei regimi di scambio sfavorevoli, dei disastri ambientali, del crescente business della tratta e della prostituzione.

Per noi lottare – non per l’astratta “libertà di venire” e “restare” – ma perché cessi la violenza imperialista che sta dietro all’emigrazione, è un compito essenziale per un movimento femminista: nessuna liberazione è possibile in una società afflitta dall’imperialismo, dal razzismo e dallo sfruttamento differenziale delle donne sulla base dell’etnia. Purtroppo, in questo campo gli equivoci sono tanti. E, nel faticoso processo di incontro tra etnie e culture diverse, in qualche paese europeo una parte del femminismo sembra non aver capito che le politiche islamofobiche dei nostri governi non ha nulla a che vedere con la difesa dei diritti delle donne.

Qual è la nostra strada?

Il tema della riproduzione sociale è, dunque, per noi un terreno fondamentale della lotta di liberazione delle donne, inseparabile dalla lotta dei lavoratori per abbattere l’intero sistema dello sfruttamento.

Troviamo i fondamenti di questa tesi in alcune analisi di Marx e di Engels, che hanno mostrato che la posizione subalterna della donna nella famiglia è tutt’altro che naturale, essendo comparsa nella storia come effetto dell’evoluzione economico-sociale, insieme alla nascita della proprietà privata e dello Stato.  Abbiamo come altro riferimento la breve parentesi dei primi anni della rivoluzione russa e i passi avanti che Lenin auspicava in tema di socializzazione del lavoro domestico, come attesta il celebre colloquio tra Lenin e Clara Zetkin. Ma, a parte questi contributi dei fondatori del marxismo rivoluzionario, dall’epoca dello stalinismo il movimento operaio nella sua storia ha lungamente accreditando l’idea della funzione domestica delle donne come naturale, con la conseguente svalutazione e limitazione del loro lavoro extra-domestico, imponendo un grave limite alla lotta per la liberazione del proletariato e di tutta l’umanità. Se i partiti comunisti del secolo scorso hanno prestato attenzione ai diritti delle donne – in realtà soprattutto delle lavoratrici – è stato solo per cercare di creare una presenza femminile nelle loro fila e all’interno della lotta di classe tradizionalmente intesa, senza mettere in discussione le gerarchie della vita familiare e gli stereotipi di genere.

Oggi la sinistra di classe deve saper superare le vecchie concezioni economiciste e riformiste e affrontare la questione di genere come fronte della lotta anticapitalistica.

1.ll capitalismo non è solo un sistema economico (almeno nella forma tradizionalmente intesa). Certamente è un modo di produzione basato sulla proprietà privata e lo sfruttamento del lavoro salariato ma ha bisogno di organizzare intorno a sé un sistema di relazioni sociali che lo mantengano, lo giustifichino, lo garantiscano: la famiglia borghese tradizionale è un giacimento di relazioni di dominazione, alienazione, oppressione sociale.

 

2.Il lavoro riproduttivo è lavoro socialmente necessario alla produzione delle merci e dei servizi, senza il quale questa produzione non potrebbe svolgersi. Bisogna riconoscere alle donne occupate nel lavoro di cura il ruolo di lavoratici facenti parte a pieno titolo della classe lavoratrice, così come vi appartiene ogni persona che nella sua attività partecipa alla totalità della riproduzione della società, che il suo lavoro sia riconosciuto o meno, remunerato o no.

Ma, se la sinistra di classe non può rimanere barricata nella sua ignoranza colpevole della questione di genere, la lotta di liberazione femminista non può fare a meno di affrontare con consapevolezza il nodo del potere nella società attuale. Il percorso che le donne hanno fatto nella loro lunga marcia per l’affrancamento mostra con grande chiarezza la parzialità dei risultati di battaglie pure condotte con grande valore e decisione. La “prima ondata” femminista, dilagata tra il finire dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con la conquista del diritto all’istruzione, i diritti civili e politici, l’uguaglianza giuridica, ha certo fatto avanzare la condizione femminile nel mondo occidentale – dall’altra parte del mondo questo processo è ancora in atto – ma queste pur importanti conquiste sociali non hanno modificato lo status esistenziale delle donne, non avendo distrutto i presupposti economico-sociali dei rapporti di potere tra i sessi.

Con il movimento degli anni settanta del Novecento, la c.d. “seconda ondata” femminista, le donne sono andate oltre e hanno rivendicato le libertà negate e la sovranità sul proprio corpo, contestando i ruoli familiari e sessuali. È stata una grande esperienza liberatoria per migliaia di giovani donne, con la demolizione di stereotipi e pregiudizi patriarcali, la diffusione di nuove pratiche di presa di coscienza e di lotta ma il sistema capitalistico, che ha una ineguagliabile capacità di assorbire le opposizioni conservando l’egemonia sociale, ha fatto alcune concessioni – in una società che non aveva più bisogno della morale ottocentesca – senza toccare la sostanza della subordinazione delle donne.  Anzi, se oggi le donne sembrano godere di grandi libertà e possibilità di scelte individuali, il prezzo pagato è stato la mercificazione ad oltranza del loro corpo ed una violenza che esplode in molteplici forme, fino al femminicidio: fenomeni implicitamente accettati da una società dove le relazioni di potere sono gravide di violenza contro i più vulnerabili, non solo dal punto di vista dell’identità di genere, ma anche dell’etnia, della condizione socioeconomica, dell’età e dell’orientamento sessuale.

Ogni conquista riformista si è mostrata incapace di contrastare alle radici l’oppressione delle donne. L’ingresso nel mondo del lavoro, l’allargamento del principio di uguaglianza, hanno certo comportato possibilità maggiori nell’esperienza di vita di ciascuna ma non hanno annullato la subordinazione. Non neghiamo l’importanza degli atti legislativi che sanciscono l’uguaglianza di trattamento tra uomini e donne: ma cosa succede nella realtà? Le norme scritte non mettono in discussione i fondamenti della società, perciò le disposizioni legislative rimangono in gran parte inefficaci: è il sistema sociale che le svuota di senso. Per questo non è scomparsa la discriminazione salariare e la endemica precarietà dei settori a larghissima presenza femminile. Stereotipi di genere caratterizzano le pratiche di selezione e di valorizzazione delle carriere. Invano si sono moltiplicati i divieti di discriminazione, le carte dei diritti della persona, le dichiarazioni di principio.

È comparso il concetto di “conciliazione” famiglia-lavoro, come insieme di interventi e misure per armonizzare i tempi di lavoro con quelli della vita familiare, ma il part-time, lo smart work, la disciplina ambigua dei congedi parentali, rispondono innanzi tutto alle esigenze di flessibilità delle aziende. Il presupposto di fondo, mai messo in discussione, e pertanto continuamente riprodotto, è che le attività di cura domestiche siano una peculiarità femminile, condizione che di fatto non consente opportunità di carriera e sviluppo professionale, induce fenomeni di segregazione verticale.

Inefficace si è mostrata pure la politica di parità, le “discriminazioni positive”, le “quote rosa”, i regimi preferenziali a favore delle donne nel sistema della rappresentanza politica, nella presentazione delle candidature alle elezioni. Queste politiche hanno promosso una certa élite di donne, spesso incardinandole nelle istituzioni e nella conciliazione con il sistema capitalistico, mentre per la grande maggioranza le condizioni di vita e di lavoro diventavano sempre più dure.

Negli ultimi decenni il femminismo liberale ha mosso una critica alla cultura dominante, ricercando l’eliminazione delle diseguaglianze di genere con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite. Di qui l’invito a “rompere il tetto di cristallo”, accedere ai livelli di vertice nelle aziende e nelle istituzioni. Dovremmo forse auspicare che ai vertici delle grandi aziende siedano più donne a licenziare e precarizzare le lavoratrici? Dovremmo gioire della nomina ai primissimi posti della politica e dell’economia di personaggi come Angela Merkel o Christine Lagarde, mentre taglieggiano e massacrano la condizione di vita delle grandi masse con le loro politiche di austerità, gli aggiustamenti strutturali, la violenza neo-coloniale?

Il nostro femminismo non è quello delle donne di potere. È un femminismo che – parafrasando un testo che ha avuto un notevole successo editoriale – potremmo chiamare “per il 99%”, che ci impegna a non separare la lotta per i diritti e le libertà personali dalla necessità di battersi per trasformare le relazioni sociali nella loro totalità. Perciò cerchiamo l’alleanza con gli altri movimenti radicali che lottano contro lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la guerra e il neo-colonialismo, l’inquinamento e l’abuso delle risorse, per l’uguaglianza e la giustizia sociale, per un mondo diverso e migliore per la stragrande maggioranza dell’umanità. D’altra parte le donne sono presenti, in prima linea, in tutti i conflitti sociali, sindacali e politici: esse sono le più colpite dalla crisi che le classi dominanti scaricano sulle grandi masse, ma anche la principale forza per la ripresa di una lotta generale che può aprire una via di uscita positiva dalla crisi del capitalismo.

Il rapporto con gli altri movimenti per noi non è facile, perché la contraddizione di genere si manifesta pesantemente anche al loro interno, ma la lotta è il miglior antidoto al sessismo patriarcalista che impregna tanta parte degli sfruttati e degli oppressi, trasforma i punti di vista, annulla antichi pregiudizi e fa stabilire le necessarie alleanze. Ed è necessario superare le divisioni che lo stesso dominio del capitale induce tra di noi e unire le forze per conquistare quei rapporti di forza che possano porre fine all’oppressione di genere, di classe, di “razza”, forme diverse ma tutte radicate nella realtà dei rapporti sociali capitalistici.

La “terza ondata” femminista ha grandi potenzialità di avanzare su questa strada. È un movimento di respiro internazionale, solleva contraddizioni dirompenti e ha mostrato di voler coniugare la lotta contro la violenza di genere e il sessismo transomofobico con gli obiettivi di difesa della condizione complessiva delle donne: non a caso ha indicato come forma di lotta specifica lo sciopero globale femminista.  Certo, più che ad un movimento siamo di fronte ad una pluralità di movimenti e conflitti sociali, nella varietà di contesti e di forme di oppressione, ma è in atto un processo di radicalizzazione e politicizzazione nel quale le donne – molto spesso giovani, disoccupate, precarie, sotto pagate – si mobilitano con una grande combattività potenzialmente anticapitalista.

È nostro compito raccogliere queste potenzialità e contribuire a svilupparle. Al contrario, mettere l’accento sulla condizione identitaria individuale e oscurare le differenze sociali – di classe, di genere, di etnia – comporterebbe un ripiegamento nel privato e sarebbe una trappola per il movimento, funzionale al sistema di potere a cui si vorrebbe sfuggire: ancora una volta, il sistema capitalistico potrebbe facilmente assorbire questa richiesta, magari riservandola ad una élite, purché non risulti contestato nel profondo il modo di produrre e distribuire la ricchezza, e purché la riproduzione sociale continui a gravare sulle convivenze familiari, di qualunque tipo e orientamento sessuale esse siano.

In Italia la rete NUDM ha generato la convergenza di gruppi di donne e collettivi storici con tantissime giovani per la prima volta presenti nell’arena politica. Penso che sia utile stabilire con NUDM canali di comunicazione, nei luoghi in cui costituiscono punti di reale coinvolgimento e uno spazio politico aperto a tutte/i quelle/i che mettono in questione il dominio e l’egemonia patriarcalista, portando la nostra visione, aiutando a comprendere la connessione strutturale tra oppressione di genere e capitalismo, la molteplicità dei piani dell’oppressione, le cause profonde della nostra condizione. Ci impegniamo a sostenere ad ogni livello sociale, politico, sindacale, l’autorganizzazione delle masse femminili, anche promuovendo organizzazioni in cui le donne e i gruppi oppressi per motivi di genere possano agire.

Vogliamo introdurre nella lotta sociale una prospettiva femminista sul lavoro produttivo e riproduttivo, sull’organizzazione della società. Vogliamo unire le forze del femminismo con i movimenti anticapitalisti, antirazzisti, ambientalisti, antiimperialisti, i movimenti LGBTQ+*, il sindacalismo di classe.

Le grandi manifestazioni di donne che abbiamo visto e stiamo vedendo nel mondo ormai da più di tre anni a questa parte, ci esortano a procedere con decisione su questa strada.