DONNE E SOCIETÀ: PROBLEMATICHE DI GENERE OLTRE IL LAVORO

Relazione di Monica Tassi

Parlare di donne nella società è compito complesso e arduo. Da un lato vi è il rischio di essere ovvi e forse anche un po’ banali nel descrivere una realtà di differenza e di disuguaglianza (se non di discriminazione) che esiste da tempo immemorabile, dall’altro quello di perdersi in teorizzazioni e studi che investono gran parte delle discipline sociali, politiche e umane.

Nella mia relazione, che non vuole essere né esauriente né esaustiva sull’argomento, ho preso in considerazione alcuni aspetti che seguono il cammino della emancipazione e liberazione femminile che s’intrecciano con le ideologie e le scelte politiche cercando di individuare le problematiche che caratterizzano la nostra società.

Da alcuni brevi cenni storici passerò quindi all’esame del welfare state come tentativo, (ahimè non risolutivo e spesso fallimentare) degli Stati democratici di risolvere il problema della subalternità della donna individuando nelle interrelazioni fra patriarcato e capitalismo le vere “relazioni pericolose” che, nonostante tutto, relegano ancora la donna a classe subordinata e marginale.

Senza andare troppo indietro nel tempo, ma limitandoci al XIX e XX sec., potremmo dire che le Rivoluzioni borghesi (quella francese e inglese per intenderci) crearono per la prima volta le condizioni per iniziare a pensare la liberazione della donna in termini collettivi. Sovvertendo l’ordine sociale, esse crearono lo spazio democratico nel quale poterono svilupparsi le idee di libertà ed uguaglianza estesa a tutta la popolazione.

Il femminismo borghese e liberale, che ne derivò, ebbe come parole d’ordine principalmente, se non esclusivamente, la richiesta di accesso all’istruzione e la rivendicazione di diritti civili e politici quali il diritto al voto, l’eredità, la proprietà, il divorzio.

Il cammino di rivendicazione e affermazione di questi diritti nel corso della storia del XIX e XXsec. si è intrecciato con le richieste di giustizia sociale delle donne lavoratrici, dando vita a  continue spinte in avanti ed arretramenti. Il problema era, e forse lo è ancora oggi, quello di unire l’ideale di uguaglianza sociale e della fine dello sfruttamento a quello della piena emancipazione della donna. E’ evidente dunque quanto sia difficile parlare delle donne nella società senza fare riferimento all’aspetto produttivo ovvero al loro ingresso nel mercato del lavoro.

Emancipazione e liberazione sono strettamente legate alla capacità produttiva della donna e all’organizzazione del mondo del lavoro.

 E’ possibile, pertanto, trovare esempi di discriminazione legati a pregiudizi ideologici e culturali e punte di progresso di emancipazione in breve lasso di tempo.

Un primo esempio di pregiudizio di genere, per esempio, si può ritrovare in ambito rivoluzionario parigino: la “leggenda della petraleuse “ individua la donna operaia come donna di facili costumi, priva di qualsiasi morale, che si aggira per le strade della città con intenti incendiari. E’ evidente il tentativo di demonizzare e stigmatizzare lo spazio di libertà che la Comune aveva dato alle donne.

 Una “posizione di avanzamento” invece è rappresentata dal congresso della II Internazionale del 1889, che vota una risoluzione a favore del lavoro delle donne nelle industrie a parità di salario e a parità di lavoro, l’estensione del diritto di voto, la fine delle leggi discriminatorie relative al diritto di assemblea per le donne e di partecipazione all’attività politica, l’istruzione gratuita, la riduzione della giornata di lavoro, la sospensione del lavoro notturno, il divieto del lavoro infantile. Purtuttavia nel dibattito non entrano la famiglia, la questione della sessualità e del controllo delle nascite.

Il maggior grado di emancipazione è forse quello delle donne nei primi anni della Rivoluzione bolscevica , riconosciute come soggetti di diritto con la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica e sociale, di contribuire alla costruzione di una nuova società e di decidere della propria vita (si vedano le biografie e gli scritti  delle donne nella Rivoluzione quali Rosa Luxemburg, Kellontaj etc).

Dare vita ad un nuovo ordine sociale significava, al tempo, smantellare le norme convenzionali della società  intrise di moralismo patriarcale. La famiglia “tradizionale” era luogo di oppressione e di trasmissione di superstizioni, di pregiudizi e di valori reazionari e conservatori. La liberazione della donna doveva essere dunque duplice: liberazione dal lavoro domestico e piena indipendenza economica dall’uomo attraverso la piena partecipazione all’attività produttiva. Certo non viene ancora messa in campo la discussione dei ruoli tradizionali all’interno della famiglia e la divisione sessuale del lavoro (Il lavoro di cura negli asili, nelle mense, nelle lavanderie, anche se socializzato, era comunque appannaggio femminile).  E’ evidente che la liberazione femminile era innanzitutto una “liberazione del tempo della donna” attraverso il suo affrancamento dalla servitù domestica per darle la possibilità di avere azione politica sociale;  la condizione sine qua non era l’indipendenza economica e quindi il lavoro.

 Nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, come detto, vengono adottate misure che destabilizzano e smantellano la famiglia tradizionale e l’autorità patriarcale al suo interno. Per citarne alcune: il divorzio, l’abolizione dell’obbligo della donna di assumere il cognome del marito, l’abolizione dell’attribuzione del ruolo di capofamiglia all’uomo, disposizione di pari diritti fra coniugi, eliminazione della distinzione fra figli legittimi e illegittimi, l’abrogazione dell’obbligo di seguire il marito in caso di trasferimento, l’abolizione dei poteri della Chiesa e delle ingerenze dello Stato nei rapporti matrimoniali. Il Nuovo Codice di famiglia del 1918 sancì pure il riconoscimento delle coppie di fatto, l’obbligo in caso di divorzio di pagare gli alimenti per almeno un anno al partner disoccupato o inabile al lavoro (superando così anche la divisione di genere). Già nel ’17 era stato emanato un decreto sulla malattia con misure finalizzate ad attivare protezione sociale per il lavoro delle donne (maternità, diritto a svolgere lavori leggeri per le donne gravide, divieto di trasferimento senza accordo con l’Ispettore del lavoro); è del 1920 un decreto che legalizza l’aborto.

Avanguardia si potrebbe dire tanto più se di guarda ai riferimenti ideologici ispiratori del nascente movimento operaio del XIX sec. Che, invece, sembrano andare in altra direzione. Per esempio Proudhon e Lassalle furono entrambi strenui difensori della famiglia e del “ruolo naturale” della donna all’interno di essa e della società (ruolo prettamente riproduttivo). Il primo era addirittura contrario alla partecipazione della donna alle attività produttive. La donna era “naturalmente” sottomessa al marito in quanto inferiore dal punto di vista fisico, morale e intellettuale, oltre che sua appendice nella famiglia (dipendente economicamente) – La I internazionale (1864) non prevedeva in effetti la partecipazione delle donne-.           Il secondo, Lassalle, vedeva le donne come una minaccia per i lavoratori, un elemento di competitività che abbassava il costo del lavoro. Le donne, infatti, erano pagate meno e con livelli di occupazione più bassi rispetto agli uomini; era più utile relegarle al loro ruolo tradizionale all’interno della famiglia, aumentando semmai i salari maschili.

La stessa visione tradizionale moralistica si ritrova anche nella questione del dibattito sull’estensione al diritto di voto. Si riteneva che, avendo una vita sociale meno attiva, la donna fosse più soggetta all’influenza della religione della superstizione e delle posizioni conservatrici con l’ulteriore marginalizzazione delle contadine nella partecipazione ai movimenti e alla vita politica rispetto alle lavoratrici. Non a caso in un Paese arretrato e fortemente influenzato dalla mentalità patriarcale nonché religiosa come l’Italia, il suffragio universale è relativamente recente rispetto ad altri paesi (1946). Togliatti e buona parte dei dirigenti comunisti, peraltro, temevano che l’estensione del suffragio alle donne avrebbe favorito la DC.

Sul fronte della partecipazione femminile alle organizzazioni politiche il livello massimo di adesione e coinvolgimento si ebbe con la II Internazionale e la creazione di un segretariato femminile non misto che prevedeva la pubblicazione di una rivista e l’organizzazione di ben quattro conferenze.

La burocratizzazione del partito comunista russo con l’avvento dello stalinismo fu la causa del grave e irriducibile arretramento su tutti i fronti dell’emancipazione e liberazione femminile. Ne risentirono tutte le organizzazioni progressiste e tutti i partiti comunisti europei (Spagna, Francia, Italia).

Nel ’26  il Comitato esecutivo della III Internazionale decise lo scioglimento del segretariato femminile con la motivazione che esso in quanto struttura separata era una minaccia alla coesione delle organizzazioni e rischiava di creare divisioni all’interno del movimento operaio.

Nel ’29 stessa sorte toccò allo Zenotdel (dipartimento per il lavoro fra donne. Operaie e contadine; reparto attivo nel Comitato interno del partito bolscevico) della Kollontaj. La motivazione fu sempre la stessa: non aveva ragione di esistere un movimento femminile indipendente.

Negli anni ’30 rifece capolino l’idea della famiglia come istituto reazionario e patriarcale.

Nel ’33 l’omosessualità tornò ad essere un reato e vennero annullate tutte le misure adottate col nuovo codice di famiglia del ’18.

Addirittura nel ’41 venne introdotta una tassa sul celibato, sul divorzio, abolita la legislazione sulle coppie di fatto (gli alimenti lasciati solo alle mogli). Vennero riprese tutte le eredità ideologiche del patriarcato con la ripresa di tutta la simbologia matrimoniale.

Lo stalinismo recuperò di fatto la famiglia tradizionale per garantire la conservazione e la riproduzione di una nuova casta burocratica. Si combinavano così i due concetti di obbedienza e produttività.

Tutti i partiti comunisti europei, come detto, ne furono influenzati. In breve alcuni esempi.                              In Spagna il primo ministro Caballero, ricevette pressioni per sciogliere tutte le milizie in cui avevano combattuto le donne; venne creata un’organizzazione femminile che si affiancava alle Mujeres antifascistas della III Internazionale orientata essenzialmente alla lotta antifascista e che di fatto contribuì col Partito comunista a far leva sul senso di colpa delle donne e sulla responsabilità verso i figli per indurle a rinunciare alla guerra. Non meglio fecero gli anarchici spagnoli che rinunciarono a riconoscere le Mujeres Libres come organizzazione ufficiale del movimento anarchico. Anche il POUM che pure aveva ripreso le parole d’ordine dei bolscevichi (doppio sfruttamento delle donne e oppressione specifica, socializzazione del lavoro di cura , parità di salario etc.) non le misero nel programma del congresso di fondazione del 1935 nè nel ’36 e nemmeno nel ’37.

In Francia il PCF cercò di organizzare campagne contro l’aborto e la contraccezione parlando di aborto come di controllo di nascite di derivazione piccolo borghese. Aborto e contraccezione divennero tabù all’interno del movimento operaio francese, considerati fatti privati su cui le lavoratrici dovevano sbrigarsela da sole. La cultura familistica viene promossa dal PCF mobilitando e organizzando le donne in quanto madri.

In Italia la situazione, come detto, è sempre stata gravata dall’influenza e dal retaggio dell’ideologia cattolica oltre che da quella stalinista, per cui il PCI dovette patteggiare la possibilità di una sorta di conciliazione fra fede religiosa e adesione al partito. Arrivò così ad assumere posizioni quasi grottesche se non ridicole: Togliatti e i dirigenti del partito si schierarono contro l’ipotesi di introduzione del divorzio in Italia dicendo che il paese non era maturo. Questo relegò l’Italia ad essere uno dei paesi più arretrati con Irlanda e la Spagna franchista. Ancora, nel dibattito circa il referendum degli anni ’70, la legge proposta dal PSI vide una serie di emendamenti e modifiche figlia della preoccupazione che si creasse una frattura con i cattolici e dalla convinzione che comunque al referendum avrebbero prevalso posizioni conservatrici. Lo stesso Berlinguer parlò di un 35% massimo di raggiungimento. Con la vittoria del referendum del ’74, il PCI arrivò quindi all’assurdo di essere il partito comunista più conservatore e perbenista.

Infatti il tema dell’aborto non venne affrontato anche perché illegale nell’URSS. Per decenni il PCI si fece promotore di una cultura paternalistica in cui la donna era considerata solo in quanto madre, figlia e sorella, ovvero in rapporto all’uomo all’interno di una relazione famigliare. La famiglia era ancora una volta il perno della società, negando l’evidenza che all’interno della società vi erano altri tipi di famiglie basati su altri presupposti (divorziati, single, coppie di fatto, ecc.).

Al di là delle questioni relative alla natura e all’evolversi dei movimenti femministi e delle loro relazioni con le istituzioni politiche e/o sociali, da quanto fin qui detto risulta evidente che nell’ambito dell’emancipazione femminile e della liberazione dagli stereotipi di genere uno dei fattori base e determinante è la promozione del welfare ovvero delle politiche sociali che di fatto riducono e superano lo svantaggio sociale della donna.

E’ dunque indispensabile una breve analisi delle caratteristiche del nostro welfare.

In generale le politiche di welfare sono state, si può dire, un compromesso tra capitalismo e democrazia, fra esigenze del mercato e la crescita delle soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici nonché di tutti i cittadini. In questo senso il welfare esprime la sua dimensione universalistica con la piena occupazione di uomini e donne, una rete di servizi sociali e sanitari per tutti, la tassazione progressiva dei redditi. Un sistema di welfare di questo tipo è difficilmente adottato se non da paesi più sviluppati del Nord Europa come la Svezia. Nell’area mediterranea, invece, e in particolare in Italia, il sistema di welfare è sempre stato di tipo corporativo legato all’assicurazione dei lavoratori e alla centralità del maschio come capofamiglia e la famiglia è stata sempre utilizzata come grande ammortizzatore sociale.

Alla base del nostro welfare vi è la distorsione per cui gli interventi sono “dall’alto” e mirati su determinati gruppi sociali in base allo status lavorativo (partecipazione al mercato del lavoro). Questo carattere Particolaristico In Italia ha fatto sì che l’accesso alle politiche sociali sia da sempre vincolato alla contribuzione e alla condizione di lavoratore, garantita pertanto al maschio adulto capofamiglia; mentre i compiti di cura siano affidati alla famiglia e alle reti parentali, alla solidarietà e/o volontariato di istituti terzi religiosi e non. La conservazione delle differenze di status lavorativo con la conseguente conservazione sessista dei ruoli ricoperti nel mondo del lavoro e il familismo, fortemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa, prevalgono, dunque, sul principio di efficienza del mercato, ma anche sulla garanzia dei diritti sociali. Pensare ad una erogazione a carico della collettività a prescindere dallo status sociale e solo come diritto ha sempre scatenato resistenze nel legislatore.

Altra peculiarità del Welfare italiano è il carattere clientelare: le prestazioni sono meccanismi di “scambio politico” utilizzate con meccanismi del do ut des tra gruppi politici e realtà sociali con conseguente scambio di voti.

La manipolabilità clientelare è dovuta alla caratteristica del sistema di legislazione italiano legata alla farraginosità dei procedimenti, alla molteplicità delle norme stesse all’interno di un processo legislativo soggetto a continui cambiamenti. Normative, circolari applicative, testi e direttive creano un ginepraio in cui i cittadini non riescono ad orientarsi. Si crea un’incertezza del diritto alle prestazioni e quindi il ricorso ai circuiti clientelari a basso livello per garantirselo con inevitabili aumenti dei costi della spesa per le casse dello Stato.

Il modello del welfare italiano è dualistico. La tutela e la protezione sociale sono prese in carico dallo Stato in maniera differenziata a seconda dei territori sia in termini di qualità che di quantità, il che ha dato origine anche a numerosi pregiudizi discriminatori fra Nord e Sud. Infatti il Sud soffre di una offerta qualitativa e quantitativa dei servizi inferiore al Nord con un livello di “povertà” maggiore. Se, per esempio, si considerano i criteri di erogazione delle pensioni di anzianità, si può notare come il livello di “povertà” costituisca un fattore per l’erogazione di prestazione sociale quale la pensione. Così al Sud vengono erogate più pensioni di invalidità che al Nord. Al contrario il maggior numero di pensioni di vecchiaia (pensioni ricche) vengono erogate al Nord. Se si fa un confronto qualitativo, però, risulta evidente come l’ammontare di reddito complessivo trasferito mediamente pro-capite dallo Stato per cittadino, privilegia il cittadino del Nord che peraltro gode pure di una serie di altri servizi sul territorio. Si può quindi parlare di una geografia della cittadinanza sociale che evidenzia sacche di povertà e disuguaglianza ) e all’interno di questo “sistema” le donne sono le più penalizzate. La regionalizzazione differenziata di cui si va parlando oggi ne amplifica la tendenza; il trasferimento di deleghe, funzioni e poteri alle Regioni, risulta inquietante in termini di squilibri sociali ed economici

Ultima caratteristica è quella che viene definita “distorsione allocativa” del nostro Welfare in base alla quale la gran parte delle risorse pubbliche impiegate è costituita da trasferimenti di reddito piuttosto che su servizi. Invertire la tendenza è la sfida aperta anche in base alle indicazioni europee, ciò permetterebbe di rendere le politiche sociali, sanità, politiche del lavoro e della formazione un vero e proprio sistema meno manipolabile clientelarmente, più universalistico e meno differenziato territorialmente.

Purtroppo però la realtà delle scelte politiche anche di questo ultimo governo non si scosta dall’impostazione di cui sopra e men che meno si libera dell’appoggio sulla cultura della famiglia profondamente patriarcale e paternalistica. Come accennato precedentemente in Italia ci sono voluti quasi trent’anni dalla promulgazione della Costituzione per avere una legge sulla parità fra uomo e donna nel mercato del lavoro che peraltro si limita a riservare lo stesso trattamento economico a donne e uomini impiegati nella stessa mansione. Per il resto le politiche di welfare-state in Italia si poggiano saldamente ad una visione ideologica e funzionalistica della famiglia che trova ancoramento nella visione cattolica della donna regina della casa e del focolare. La donna sposata è relegata alla posizione di sostanziale sottomissione che però ideologicamente diventa “sacra” nel ruolo di madre dedita alla cura dei figli. Vengono così ripresi appieno gli assunti tradizionali anche come abbiamo visto anche di ”sinistra”, per cui la donna è bene che non entri nel mercato del lavoro per non mettere in pericolo l’assolvimento dei propri compiti “naturali”.

Così l’ingresso della donna nel mondo del lavoro è stato fortemente condizionato dal suo ruolo preponderante nella assunzione delle responsabilità famigliari: la distribuzione asimmetrica dei compiti all’interno della famiglia, la mancanza di servizi ad essa dedicati, la mancanza di riconoscimento nel sistema di welfare delle attività di assistenza sociale svolte all’interno della famiglia, presenti soprattutto laddove l’offerta dei servizi è tanto più carente come nel Mezzogiorno, continuano ad essere i pilastri dello stato sociale italiano. Siamo uno dei Paesi più familisti e abbiamo le politiche di sostegno alla famiglia tra le più povere sia in termini di assegni che di conciliazione. I congedi e l’esistenza di una scuola materna, abbastanza diffusa sul territorio, riconosciuti ed istituiti negli anni ’70, possono sembrare un segno di modernizzazione del sistema nel perseguire l’obiettivo di togliere le penalità e aumentare il raggio delle opportunità. In realtà sono il risultato del compromesso storico per cui alla DC, proprio per l’ideologia cattolica del focolare, serviva che le madri, in particolare quelle di estrazione più povera e che quindi erano obbligate a lavorare per contribuire al reddito famigliare, restassero a casa ad accudire i figli il più possibile e al PCI serviva, in sintonia coi sindacati, che le donne lavoratrici fossero tutelate. E’ mancato il passo successivo che avrebbe visto, per esempio, l’attivazione di servizi per la prima infanzia intesi come politiche di pari opportunità per i bambini piuttosto che aiuti per le mamme che lavorano. Il risultato è che in Italia si è continuato a confidare nella solidarietà famigliare a tutti i livelli e in particolare nelle zone dove c’è poca occupazione femminile (Sud).

Se guardiamo ai dati occupazionali poi si può notare come nella società italiana ci sia una forte correlazione tra istruzione e partecipazione femminile al lavoro. Le donne istruite sono maggiormente occupate. Ciò giustifica il gap occupazionale fra giovani generazioni e donne meno istruite e di età più elevata.  I dati relativi al rapporto tra procreazione e partecipazione al lavoro, definito “dilemma della fecondità” dimostra che in tutta Europa le donne che non hanno occupazione lavorativa tendono a non fare figli.  Il calo demografico, pertanto, non è imputabile al fatto che le donne lavorano e magari vogliono fare carriera. Risulta evidente che accanto a politiche di conciliazione bisogna aumentare l’occupazione femminile soprattutto delle donne dove il trade off fra guadagni e costo dei servizi a cui la donna deve provvedere ( costo della baby sitter o della badante) rischia di essere sfavorevole.

Le donne che non lavorano per il carico famigliare sono il 35% contro il 22% della media UE, idem c’è una sovrarappresentatività delle donne nel lavoro part-time (32% a livello Ue dati relativi al 2016) per le stesse ragioni, cosi come nel lavoro non standard ovvero flessibile, precario, temporaneo, occasionale e nel lavoro sommerso dove le condizioni sono ancor peggio e quasi assenti le possibilità di far carriera cosi come le tutele sociali e previdenziali. A questo ha contribuito anche la UE che, incentivando la flessibilità del lavoro pur raccomandando di garantire l’accesso ad un minimo di sicurezza sociale, ha disciplinato solo in parte i lavori non standard mediante direttive deboli e lacunose, lasciando ai singoli Stati membri la regolamentazione delle prestazioni.  Succede così che nei Paesi a più basso sviluppo economico quali Grecia e Italia per es, le politiche di austerity imposte dalla UE siano la ragione della sospensione o dello slittamento di un serio ripensamento del welfare che diviene condizione secondaria. In realtà, in Italia le politiche di sostegno alla famiglia sono sempre state marginali e scarse.

Altrettanto pericolose e preoccupanti sono le posizioni espresse nel recente Congresso mondiale delle famiglie (marzo 2019 a Verona), in base alle quali l’obiettivo è promuovere la fecondità attraverso l’erogazione di assegni di maternità che invogliano la donna a lasciare il lavoro per rientrare nel ruolo di accudimento. Questi assunti non solo sono fuorvianti, ma anche fortemente penalizzanti per la donna. Uscire dal mercato del lavoro per periodi più o meno lunghi infatti rende difficile il rientro specie in Italia dove la domanda è relativamente scarsa e il mercato di lavoro formale molto rigido e penalizza soprattutto le donne che hanno posizioni lavorative di alto livello. Il rientro dopo il congedo vede in ampia percentuale un abbassamento di mansione o addirittura un abbandono a seguito della frustrazione a cui la donna va incontro. In realtà la donna reimmessa soffre di un doppio senso di frustrazione perché inadeguata sia come madre che come lavoratrice. Sarebbe allora meglio rendere più agevole la combinazione di occupazione e maternità, incoraggiando maggiormente un coinvolgimento dei padri, aumentando per esempio l’indennità di congedo genitoriale ora ferma al 30% dello stipendio per i primi 6 mesi e legarvi automaticamente e non su domanda i contributi figurativi. Sarebbe un modo per rafforzare la possibilità di scelta da parte delle donne (se rientrare o no) e favorire il riequilibrio dei compiti di cura tra madri e padri. Bisognerebbe pensare anche a strumenti adatti ai lavoratori con contratti atipici o semi-libero professionali che non solo non hanno accesso ai congedi, ma neppure possono allontanarsi dal mercato del lavoro. Si potrebbero prevedere, come già alcune realtà lavorative a livello europeo stanno attivando in modo privatistico, periodi di tutoraggio e affiancamento affinché la donna possa riprendere la propria mansione lavorativa. Organizzazione del lavoro e servizi diventano misure indispensabili per una buona politica di sostegno alle famiglie: servizi di qualità economicamente accessibili, estensione della scuola a tempo pieno, introduzione per legge del diritto al passaggio al tempo parziale reversibile per chi ha bambini al di sotto dei tre anni. Altre misure riguardano i trasferimenti monetari come gli assegni per i figli e il sistema di tassazione. I recenti governi hanno fatto propaganda alla famiglia con l’invenzione dei bonus bebè, assegni per il terzo figlio et similia.  L’istituzione di un unico “assegno” o trasferimento monetario diretto ed universale, eventualmente commisurato al reddito famigliare, potrebbe essere più efficace della selva di bonus finalizzati e piccoli trasferimenti in quanto ovvierebbe anche a problemi di gettito e recupero delle risorse. Lo stesso discorso si può fare per i bisogni di cura, l’assistenza agli anziani, alle persone non autosufficienti ora affidati allo strumento dell’assegno di accompagnamento ignorando il fatto che il carico di cura ricade sulla famiglia e di   donne. Anche qui sarebbe più auspicabile uno slittamento in termini di servizi più che di trasferimenti monetari. Ma tutto rimane fermo, anzi anche l’opzione donna che garantisce alle donne il “privilegio” di andare in pensione prima e rimettendoci un 25% in termini di decurtazione della pensione, per poter fare gratuitamente il lavoro di cura necessario, ribadisce l’idea che spetti alla donna provvedere a questi bisogni in famiglia (Prezzo invece che non viene pagato dai fortunati che avranno i requisiti per andare in pensione con quota 100 e che, guarda caso, sono per lo più uomini del Nord).

 Bisognerebbe poi fare un discorso anche su che tipo di famiglia si ha in mente quando si pensa ad una politica di sostegno. Indubbiamente ancora oggi, spesso, il legislatore pensa ad una famiglia di tipo tradizionale con un capofamiglia desautorato per legge (diritto di famiglia’75 sancisce la parità fra uomo e donna all’interno della famiglia),ma pur sempre formata da un uomo e una donna magari con figli. Pensiamo a quanto sia stato difficile arrivare alle coppie di fatto, al riconoscimento delle coppie omosessuali, delle famiglie arcobaleno, alla polemica sulle adozioni dei single e delle coppie gay etc. forse basterebbe considerare famiglia un nucleo costituito minimo da due persone che si prendono cura l’una dell’altra continuativamente al di là degli orientamenti sessuali, ideologici, religiosi;, ma non è questo il luogo per addivenire ad una definizione, a me serve solo per riconfermare il fatto che la donna è sempre esclusa da politiche di benessere e che è soggetto sociale a forte rischio di discriminazione anche laddove ci siano tentativi di tutela.

La diseguaglianza di genere e la divisione sessuale dei compiti all’interno della famiglia danno origine ad un diverso accesso alle risorse soprattutto nelle famiglie più povere. Il lavoro di cura e domestico economicamente non riconosciuto non viene valutato negli indici di povertà,  contribuisce a tutti gli effetti alle risorse famigliari ed è un fattore determinante sulla povertà femminile nel ciclo di vita e nella determinazione del consumo di tempo, dando luogo anche alla “povertà di tempo” delle donne. La prospettiva di genere ha fatto emergere i limiti di misurazione tradizionali dei livelli di benessere e del rischio di povertà della popolazione, rilevando asimmetrie, sistemi di autorità, gerarchie di genere all’interno della famiglia. Risulta così fallace e fuorviante l’idea della uguale distribuzione intrafamiliare delle risorse che porterebbe a pensare che all’interno della famiglia ogni membro avrebbe un eguale standard di vita o rischio di povertà. Non è così, in realtà. Se si tiene conto del tasso di rischio di Financial dependency di uomini e donne all’interno della famiglia, in base al quale si calcola quanto un componente adulto deve fare affidamento su un altro membro della famiglia per non trovarsi in povertà, risulta che una donna (più raramente un uomo), che non dispone autonomamente di un reddito adeguato, è in rischio di povertà se non ci fosse un trasferimento intrafamiliare di risorse. La dipendenza economica e la mancanza di autonomia nella gestione delle risorse rende più debole il potere negoziale all’interno della famiglia e può diventare indice di rischio di povertà. Secondo i dati Eurostat nel 2015 la povertà di reddito riguarda il 17,7% della popolazione femminile della UE e il tasso di rischio o di esclusione salariale delle donne è di 1,4 punti percentuali in più rispetto a quello degli uomini. La crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il gender gap nella povertà poiché ha colpito fortemente l’occupazione maschile, tuttavia il rischio di povertà delle donne rimane una costante ed è legato alle fase del ciclo di vita in maniera differente rispetto agli uomini. La maggior differenza fra i due generi si registra dai 65 anni in su e può arrivare a una differenza di 7 punti percentuali sopra i 75 anni (non è così per le giovani generazioni che invece risentono in modo meno differenziato della crisi – 33%donne, 31%uomini). La significativa consistenza del gender gap in età adulta e anziana rappresenta un problema sociale in quanto nella UE le donne sono la maggioranza della popolazione anziana. Esse pagano evidentemente il prezzo delle disuguaglianze accumulate nel corso della vita lavorativa e la dipendenza economica all’interno del nucleo famigliare.

Tra i fattori di povertà delle donne c’è il gender gap salariale che nella media UE è del 16,2% ed è il risultato di fattori quali la segregazione del mercato del lavoro, le limitate opportunità di carriera delle donne, la sottovalutazione del loro lavoro con salari orari inferiori, lavori non standard, precari o part-time. Nel 2016 il 32% delle donne risulta impiegato part-time contro l’8% degli uomini. Se si considerano le condizioni occupazionali le donne in quanto lavoratrici sono maggiormente a rischio di in-work poverty , anche se in molti paesi membri il rischio è maggiore per gli uomini laddove si sia in presenza di famiglie monoreddito soprattutto con figli. Un solo stipendio si rivela sempre non sufficiente sicché nel 2015 47,9% dei 9,2milioni di genitori single è a rischio di povertà. Le madri single rappresentano l’80% delle famiglie monogenitoriali con un rischio di povertà o esclusione sociale pari al 48% contro il 32% degli uomini.

La povertà delle donne rivela tutto il suo potenziale quando esse sono responsabili delle spese per i figli o alla presenza di altri fattori di svantaggio sociale. Così oltre alle madri single , le anziane, le disabili e le immigrate da paesi non UE fanno registrare un gender gap nella povertà più alto. Si deve poi considerare che le donne che vivono in aree rurali risentono maggiormente del fattore rischio rispetto alle donne che vivono in aree urbane. La povertà delle famiglie si traduce in povertà dei bambini e delle giovani generazione incidendo anche in maniera significativa sulle opportunità, sulla formazione e in generale sullo sviluppo personale dei minori. Se la donna dipende economicamente dal partner aumentano anche i rischi di violenza domestica, di esclusione o autoesclusione dalla vita sociale e problemi nel lavoro. Rispetto a questo tema, che non vado ad approfondire, molto hanno fatto le reti di donne a livello internazionale ed europeo per formare una consapevolezza, tuttavia il problema del rapporto fra dipendenza economica e violenza resta e dovrebbe essere approfondito.

Non è possibile esaurire il discorso su donne e società senza parlare delle politiche delle pari opportunità.

A livello europeo numerose sono state le misure prese in materia di pari opportunità. Il trattato di Amsterdam del 1999 costituisce il primo tentativo di eliminazione della disuguaglianza fra sessi e la promozione delle pari opportunità inserite negli scopi e nei compiti della UE. con esso (art.13 TCE) per la prima volta vengono estese le competenze comunitarie alla lotta contro la discriminazione in base al sesso al di là del ristretto diritto al lavoro, dando legittimità all’approccio mainstreaming ( in questo viene recepita la Piattaforma d’azione approvata alla Conferenza Mondiale delle donne di Pechino del 1995, che impegnava tutti i governi sottoscriventi ad attuare politiche di integrazione sociale e pari opportunità).

La Commissione europea già dal lontano 1996 aveva, tra le sue raccomandazioni, dato indicazioni per un strategia “a doppio binario” combinando la promozione di azioni specifiche per le donne con l’integrazione orizzontale della prospettiva delle pari opportunità anti discriminatorie all’interno di tutti gli ambiti politici.

L’integrazione delle pari opportunità politiche mainstreaming implica inevitabilmente l’integrazione delle donne all’interno dei processi e negli organismi di decisione politica.  La sottorappresentazione delle donne ai livelli politico-decisionali in molti paesi europei e in particolare in Italia, evidenzia un problema nell’adozione della strategia stessa, venendo a mancare una precondizione necessaria. Si è dovuto ricorrere all’escamotage delle quote rosa per garantirne la presenza. L’invisibilità delle donne nella scena pubblica in Italia è alquanto evidente quando si tratta di fornire analisi e opinioni (questo la dice lunga sul grado di valutazione sociale). Secondo il rapporto dell’Osservatorio di Pavia riferito al 2017 benché il 48% dei conduttori dei Tg in prima serata sia donna, le direttrici delle news e le conduttrici di talk show non di intrattenimento scendono di numero drasticamente. Quello degli opinionisti e dei portavoce di partiti e associazioni è uno dei ruoli in cui le donne sono meno visibili. Il 30% delle donne in Parlamento scende al 17% in televisione. La figura dell’esperto resta un appannaggio quasi esclusivamente maschile. Le donne compaiono solo come “vittime” o come rappresentanti dell’opinione comune: sono il 51% delle persone interpellate come opinione popolare, il 45% dei narratori di esperienze personali, il 42% dei testimoni di eventi e appaiono come vittime in proporzione doppia rispetto agli uomini (16% contro il 7% degli uomini). A livello europeo la situazione non è molto differente anche in paesi quali Inghilterra, Francia, Germania. Sorprendente è il fatto che l’AgCom che dovrebbe controllare la correttezza dell’informazione è composta esclusivamente da uomini: risulta difficile pensare che essi si accorgano dello squilibrio di genere non solo rispetto a chi comunica ciò che avviene, ma anche in ciò che viene comunicato.                                           Anche in ambito accademico-scientifico non va meglio. Nell’Accademia dei Lincei, per esempio, le donne sono pochissime ed entrano centellinate, così accade nelle Accademie delle scienze: quando si tratta di riconoscere il merito e la qualità della ricerca, i posti sono sorprendentemente assai limitati rispetto al genere.

Dunque, per non dilungarmi oltre e concludere, strategie ed indicazioni mainstreaming per il superamento del gender gap vengono date a livello europeo, tuttavia esse risultano in larga parte disattese e difficilmente conciliabili con le politiche di austerity imposte soprattutto agli Stati più indebitati, quali Italia e Grecia per esempio. I tagli alla spesa sociale come conseguenza di tali politiche, hanno significato riduzione e restrizione nei criteri d’accesso ai sussidi in genere, agli assegni famigliari, a limitazioni alle misure di assistenza sociale. Su questa spinta le revisioni dei sistemi previdenziali hanno determinato un impatto particolarmente negativo sulle donne, data la loro prevalenza nel lavoro part-time, come detto, la carriera lavorativa più corta ed intermittente e il non riconoscimento del lavoro e dei periodi dedicati alla cura. A questo si devono aggiungere il blocco delle assunzioni, i tagli al personale, ai salari, la riduzione dei servizi che hanno un impatto sulle donne maggiore in quanto prime beneficiarie di servizi e rappresentanti del 70% del pubblico impiego.

Così sia la Carta dei diritti fondamentali dell’unione Europea, che designa le linee direttrici di implementazione dei diritti sociali, sia il Pilastro europeo per i diritti sociali che potrebbe costituire un piano concreto di riduzione alla povertà, agendo sulla piena retribuzione e contribuzione ai fini pensionistici del periodo di congedo di maternità e congedi parentali, sul riconoscimento di tutti i diritti anche nei lavori non standard, sulla riduzione del gap salariale, sulla revisione degli schemi di previdenza sociale e pensionistici con il riconoscimento del lavoro di cura non pagato, sui servizi sociali per l’infanzia su base universalistica, sull’assistenza sociale ed abitativa per donne sole, madri single, immigrate, disabili, invece di diventare pratica effettiva all’interno di tutte le istituzioni pubbliche attraverso tutte le aree politiche, rimangono solo indicazioni e raccomandazioni in gran parte disattese. Esse, lo ripetiamo, sono affidate nell’applicazione alla legislazione dei singoli Stati che le interpretano e applicano in base alle priorità per altro imposte dalla stessa UE (riduzione del deficit e del debito pubblico imposta del Fiscal Compact).

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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https://www.unifi.it/upload/sub/pariopp/morviducci.pdf

– Maria Grazi Rossilli, Povertà delle donne nell’Unione Europea, Storia delle donne 13 (2017) <www.fupress.net/index.php/sdd>

http://www.provincia.fr.it/public/File/FIORENZA%20TARICONE%20TESTI/Il%20welfare%20state%20come%20strumento%20antidiscriminatorio.pdf

–  https://www.illibraio.it/chiara-saraceno-equivoco-famiglia-499501/

http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2584

https://left.it/2014/12/19/chiara-saraceno-la-famiglia-naturale-non-esiste/

http://www.sissco.it/articoli/cittadinanza-1075/le-caratteristiche-fondamentali-del-welfare-state-italiano-1086/

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http://www.dafist.unige.it/wp-content/uploads/2013/11/Sintesi-Severino.pdf

https://www.lavoce.info/archives/58072/legge-pillon-divorzio-e-castigo-per-le-donne/

https://www.fondazionedivittorio.it/it/ix-rapporto-sulla-contrattazione-sociale-e-territoriale

https://www.slideshare.net/slideistat/a-battisti-i-numeri-della-violenza