Governo: alla ricerca della discontinuità impossibile

Presentiamo un articolo sulla situazione politica e sociale italiana, pubblicandone la prima parte oggi, e la seconda nei prossimi giorni


di Franco Turigliatto

Mentre la scadenza cruciale delle elezioni regionali in Emilia Romagna si avvicina e il governo verde rosa galleggia a fatica con continue discussioni interne, il PD e i suoi referenti mediatici sono alla ricerca di qualche debole misura che “provi” l’esistenza del governo del cambiamento e della discontinuità rispetto al passato esecutivo giallo verde. Assistiamo a uno stucchevole chiacchiericcio perché il secondo governo Conte, come più volte sottolineato, per sua composizione e per le posizioni politiche espresse dalle sue componenti dominanti, M5S, PD e IV, con un ruolo ancillare di Leu, non poteva che essere in continuità con tutti i governi passati, cioè con le politiche liberiste della UE che rappresentano le scelte di fondo della borghesia italiana ed europea. Ed infatti le vecchie leggi antipopolari, sia a carattere sociale/economico, che civile, sono rimaste tutte quante in piedi, nulla è stato modificato degli assetti strutturali legislativi che hanno caratterizzato l’attacco padronale alle condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici, provocando demoralizzazione e rabbia, la rampa di lancio per l’affermazione in vasti settori popolari delle avvilenti figure di Salvini e Meloni e dei loro partiti reazionari. Un esercizio di memoria è necessario.[1]

Per questo la prima cosa da fare per un governo di reale discontinuità con il passato sarebbe il disfare, cioè cancellare tutte le leggi che hanno segnato la controrivoluzione liberista e padronale, in primis quelle più infami, quelle di Salvini, votate non solo dalla Lega, ma dal M5S. Questo partito conosce una giusta ed inevitabile parabola politica. Abbiamo sempre detto che il suo successo era il frutto delle politiche dell’austerità e della contemporanea profonda crisi del movimento dei lavoratori, in un contesto di persistenza di una generica opposizione alla società esistente che il M5S ha potuto raccogliere sotto la forma di consensi elettorali. Questa organizzazione piccolo borghese, si sta via via frantumando di fronte alla realtà della società di classe.

Solo che in Italia non c’è nessun Corbyn all’orizzonte, cioè non c’è nessuna proposta riformista e socialdemocratica radicale, nessun reale progetto di discontinuità, quale l’ultimo Labour sostenuto dai giovani, aveva avanzato per rimettere in discussione le controriforme di Thatcher e Blair, ristabilendo alcuni diritti fondamentali della classe operaia (“le conquiste dei nostri padri”).[2]

Contro Corbyn e il Labour, si è scatenato un fuoco d’inferno da parte delle forze capitaliste, una campagna di una violenza estrema condotta dai media e dai loro burattinai, sia personale che collettiva, per impedire la loro vittoria elettorale, ma anche per affermare più in generale (mandando un segnale in tutta Europa) che questa strada non può essere percorsa.

Al galleggiamento del governo e ai suoi tentativi di sopravvivere fa riscontro l’immutata forza dei partiti della destra a cui tutti i sondaggi elettorali assegnano una percentuale di voto superiore al 50%. Il bacino elettorale di queste forze non sembra essere stato intaccato significativamente dal movimento delle sardine (i cui dirigenti sono collegati a una parte del mondo cattolico e al PD) e tanto più quello sociale.

Decisiva nel caratterizzare questa situazione italiana è la passività del movimento sindacale le cui direzioni esprimono un aperto sostegno al governo attuale.

L’iniziativa rivendicativa resta infatti piatta e formale priva di qualsiasi volontà di andare a una mobilitazione della classe lavoratrice, accontentandosi della riconquista dei famosi tavoli di concertazione; un dirigente sindacale non ha avuto problemi nello spiegare che i sindacati italiani non faranno di certo come in Francia. La segretaria della CISL ha contrapposto alla sacrosanta richiesta di reintroduzione dell’articolo 18 contro i licenziamenti individuali (fonte continua di ricatto e di condizionamento dell’attività dei militanti sindacali nelle aziende) la grande crisi industriale in corso con le sue 160 vertenze aperte e il rischio di perdere altri 300 mila posti di lavoro. Solo che la Furlan, insieme ai suoi omologhi si guarda bene dal costruire una mobilitazione unitaria contro i licenziamenti collettivi e dal proporre un nuovo e diretto intervento pubblico limitandosi a chiedere una generica “politica industriale”.

La discussione sui decreti sicurezza …

L’attuale dibattito, pur strumentale, attiene tuttavia a questioni fondamentali come i decreti Salvini e la quota 100, cioè il sistema pensionistico pubblico. Settori del PD sono consapevoli di quanto sia difficile apparire in discontinuità e alternativi alla Lega se non si rimettono in discussione le misure infami del precedente governo sui migranti; settori significativi della società su questo tema si sono mobilitati, chiedono un cambiamento e nelle manifestazioni delle sardine (che sono un elemento di riferimento importante nella politica del PD) si è espressa con forza una sensibilità antifascista ed antirazzista ed è cresciuta la richiesta dell’abrogazione dei decreti sicurezza anche se i suoi massimi dirigenti continuano a parlare solo di “cambiamento” dei decreti.

Il dibattito esiste, ma nello stesso tempo tutto è fermo, sia perché il M5S, che ha votato quelle leggi, è silente, sia perché si attende il voto regionale. Ma è fermo anche perché la maggior parte di questi soggetti pensa a un ritocco del tutto parziale, di pura facciata, dei decreti introducendo solo le due irrisorie modifiche richieste a suo tempo dal Presidente della Repubblica, ridurre di un poco le pesantissime sanzioni pecuniarie previste per le navi che salvano i migranti e concedere qualche discrezionalità ai magistrati nel giudizio nei casi di “resistenza” a pubblico ufficiale. Tutto l’impianto e le norme del decreto antimigranti resterebbero intatte. Inoltre nessuno nella maggioranza governativa ha proposto di cancellare, o anche solo modificare, il “secondo cuore” del decreto, cioè le norme poliziesche finalizzate a reprimere gli scioperi e le lotte sociali con pesanti sanzioni pecuniarie e ancor più gravi pene carcerarie per i protagonisti di queste manifestazioni. Alcune recenti e sconce vicende lo stanno a dimostrare, a partire da quella di Prato, dove gli scioperanti, privi da molti mesi dello stipendio, che hanno dato vita a un blocco stradale, sono stati condannati ciascuno a una multa di 4 mila euro. [3]

Su un altro terreno sociale e democratico è bastato che un esponente di Leu in una intervista esponesse l’idea del ripristino dell’articolo 18 perché si aprisse immediatamente un fuoco di sbarramento ad alzo zero, tacciando questa proposta come una cosa del passato, una discussione del secolo scorso…

… e su quota 100

Il dibattito sulle pensioni invece è obbligato perché le norme introdotte dal passato governo (la quota 100) scadono alla fine del 2021. La maggior parte dei commentatori, a partire dalla ex ministra e da Renzi sono per abolire semplicemente il palliativo costituito dalla quota 100. Più o meno tutti pensano di introdurre qualche correttivo mantenendo però salda la controriforma Fornero e i suoi criteri anagrafici per accedere alla pensione. Molti lavorano per conseguire l’obiettivo finale liberista da sempre perseguito: il ricalcolo di tutte le pensioni col metodo contributivo che significherebbe una generalizzata riduzione dell’assegno.

Le proposte delle direzioni sindacali prevedono la possibilità di andare in pensione a 62 anni, ma solo con un ricalcolo penalizzante. Insomma una discussione in cui nessuno dei principali soggetti pensa di ridare alle lavoratrici e ai lavoratori quei diritti che sono stati cancellati dalle varie controriforme e che la Fornero ha portato fino in fondo.

Questi dibattiti sono condotti, contrapponendo un settore di lavoratori ad altri ed in particolare i giovani contro i “vecchi”, come se la disoccupazione giovanile fosse una responsabilità dei pensionati e non delle scelte padronali e governative di dotarsi di un esercito industriale di riserva malleabile e come se l’aumento dell’età pensionistica non fosse una causa del venir meno del turn over con conseguente difficoltà dei giovani ad accedere al mondo del lavoro.

Si distinguono in queste discussioni alcuni “soloni liberisti”, che vanno per la maggiore, da Cottarelli a Boeri, tutte stimate persone (i tecnici- ideologici della borghesia) che non hanno la minima idea di cosa voglia dire lavorare oltre una certa età o di sopravvivere con 500-1000 o poco più euro al mese.

In genere tutti costoro rilevano le misere condizioni dei giovani o di questo o quel comparto dei lavoratori proponendo di ridurre le supposte “prebende dei pensionati” o di qualche altra categoria di lavoratori dipendenti denunciati come vergognosamente privilegiati. In altri termini si propone di spostare qualche pezzettino di ricchezza all’interno dello stesso sacco, quello costituito dai salari, stipendi e pensioni; il fatto che esista un altro sacco, quello dei profitti e delle rendite non viene mai nominato, perché, va da sé che questo non debba essere intaccato ed anzi debba rimpinzarsi ancora.[4]

Ecco una rappresentazione plastica perfetta della natura di classe di queste proposte e della società capitalista, depurata da ogni “scoria socialdemocratica” conquistata dalla classe lavoratrice in particolare con le grandi lotte degli anni ’60-’70.

Questa nuova offensiva verso le pensioni pubbliche (il salario differito) che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone che hanno costruito la ricchezza del paese è tanto più stomachevole quando è la stessa ISTAT a spiegarci che queste sono oggi un argine fondamentale alla povertà dilagante. Per oltre 7 milioni di famiglie la pensione è il reddito principale che impedisce ai loro componenti, vecchi e giovani di sprofondare nella miseria più nera, di mangiare e di avere un tetto. Vedasi:

https://www.repubblica.it/economia/2020/01/15/news/istat_pensioni-245837514/

Questa istituzione è un retaggio fondamentale delle conquiste passate, frutto di un diverso rapporto di forza tra le classi.

La difesa, anzi la piena riconquista di un sistema previdenziale pubblico adeguato non è un interesse dei “vecchi”, ma è una battaglia fondamentale di unità tra le generazioni per garantire il lavoro e una vita decente a tutte e tutti. Serve un sistema previdenziale pubblico a ripartizione e retributivo, con diritto di andare in pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, con la certezza di una pensione futura dignitosa per i giovani, oggi sottoposti al regime contributivo, attraverso l’applicazione della norma dell’integrazione al trattamento minimo già previsto per le pensioni con il calcolo retributivo. [segue]

[1] Un esercizio di memoria

Vogliamo fare l’elenco delle misure principali per non dimenticare quanto di marcio ci sia in Danimarca.

Cominciamo da tutte le leggi che hanno precarizzato il lavoro: partono già dagli anni ’90 per arrivare alla famigerata (ed oggi dimenticata) legge delega n. 30 del 2003 di Berlusconi e il corrispondente Decreto legislativo n. 276 ( che il successivo governo Prodi II ha mantenuto in piedi al 99,99%); poi nel 2014 si assiste alla vergogna del Jobs Act di Renzi che ha cancellato definitivamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e modificato radicalmente le norme sulla cassa integrazione, (una vera giungla capitalista di deregulation) lasciando via libera alle multinazionali, ai padroni e a ogni piccolo o grande manigoldo imprenditoriale, di ristrutturare, delocalizzare, chiudere le aziende senza più alcun problema o vincoli verso i lavoratori, lasciando questi ultimi totalmente scoperti, “liberi sul mercato”. Si concede loro solo la possibilità di qualche comparsa passionevole e sociologica sui media e la ridicola copertura della Naspi, cioè dell’indennità disoccupazione che nel giro di due anni si estingue del tutto. Tutto ciò è perfettamente funzionale a offrire al capitale una manodopera “rassegnata” disposta a farsi sfruttare in ogni modo, pur di riuscire a sopravvivere malamente e a far perdere la coscienza dei diritti del lavoro nelle vecchie e tanto più nelle nuove generazioni, che di quei diritti non hanno neppure più la percezione.

Poi ci sono i provvedimenti che hanno garantito plurime riduzioni fiscali (imponenti quelle del 2006 e del 2015 dell’IRES) e contributive alle imprese, una vera e propria regalia di decine e decine di miliardi ai padroni attuate dai vari governi di centro destra e centro sinistra, con l’argomentazione che era cosa buona e giusta dare soldi ai capitalisti (Berlusconi e Renzi si sono distinti su questo terreno)  al fine di favorire le assunzioni di manodopera e combattere la disoccupazione….. sic.. Anche un bambino può capire che così si foraggiava il debito pubblico. Un ottimo argomento per procedere contemporaneamente a una riduzione della spesa pubblica e sociale, che ha colpito pesantemente l’assistenza, la scuola e la sanità favorendone la sua privatizzazione.

Sul piano della contrattazione salariale, cancellata negli anni 90 la scala mobile, una serie di patti sociali tra governi, padroni e burocrazie sindacali hanno eroso via via gli stipendi del lavoratori, trasferendo ancor più la ricchezza verso l’alto.

E’ attraverso tutti questi meccanismi che la ripartizione della ricchezza prodotta si è distribuita sempre più a vantaggio dei capitalisti con i salari e pensioni sono scesi dal 70% al 58%. Corposi articoli di giornali descrivono le estreme diseguaglianze sociali, senza mai indicare le misure che le hanno prodotte.

Vedi da ultimo https://www.repubblica.it/economia/2020/01/20/news/oxfam_le_diseguaglianze_persistono_anzi_si_accentuano-246134799/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

Non è stato taglieggiato solo il salario diretto, ma anche quello differito; l’assalto alla diligenza delle pensioni pubbliche che la riforma della fine degli anni ’60 ne garantiva il valore col metodo retributivo e sanciva il patto tra le generazioni non ha mai avuto fine: dalla legge Dini del 1995, alle misure di Maroni per arrivare alla controriforma Fornero operata dal governo Monti con il sostegno del PD di Bersani e con i sindacati passivi (3 ore di sciopero simbolici della CGIL).

Infine le leggi contro i migranti per contrastare “l’invasione africana”, prima la Turco-Napolitano, poi la Bossi-Fini, poi i Decreti  Minniti ed infine i Decreti 1 e 2 di Salvini in un crescendo di ingiustizia, falsità e violenza, un vero calvario per coloro che cercavano di fuggire fame e guerra. Possiamo solo sperare che un giorno i responsabili dell’eccidio e della barbarie che si continua a produrre nel “Mare Nostrum”, quelli italiani e quelli degli altri paesi europei, siano chiamati alla sbarra, non solo della storia, ma anche dei tribunali civili.

Una ulteriore precisazione va fatta sui decreti di Salvini ed in particolare sul secondo: essi sono un attacco diretto non solo ai migranti, ma a tutte le lavoratrici e lavoratori del paese, a tutti i movimenti sociali; comportano misure repressive sanzionatorie e carcerarie pesantissime per tutti coloro che resistono alle ingiustizie , che lottano per i diritti; anche questo è uno splendido regalo fatto ai padroni, per metterli al riparo dagli scioperi, dalle manifestazioni, dai blocchi dei cancelli delle fabbriche.  Salvini non ha pensato solo alla sua rendita elettorale antimigranti, ma anche ai diretti interessi dei suoi amici padronali e più in generale a quelli della classe dominante che ha bisogno di adeguati strumenti repressivi per fare fronte alle possibili resistenze sociali che le sue politiche producono.

[2] Vedasi il film documentario di Ken Loach “The spirit of ‘45” dove si raccontano le grandi conquiste del dopoguerra della classe lavoratrice e la successiva parabola con l’avvento della controrivoluzione liberista della Thatcher.

[3] A tal riguardo, va segnalata positivamente la manifestazione pienamente riuscita del 18 gennaio a Prato che, lanciata dal Si Cobas, ha visto la partecipazione e l’unità più ampia di una miriade di soggetti politici e sindacali (tra cui Sinistra Anticapitalista) contro i decreti sicurezza e i loro terribili effetti, dimostrando che si possono costruire veri fronti unici antifascisti, democratici e di classe.