Contro il riciclo

di Joshua Mason (trad. di Francesco Munafò)

Il riciclo fa parte di un surretizio gioco di prestigio che ha riformulato il sempre più grave problema dei rifiuti come non dovuto agli eccessi delle grandi aziende ma a delle scelte irresponsabili del consumatore e agli stili di vita individuali.

All’inizio del mese il New York Times ha pubblicato un video op-ed che sfatava correttamente “La Grande Truffa del Riciclo”. Secondo il Times, l’industria della plastica avrebbe venduto a generazioni intere di consumatori una bugia sulla possibilità di riciclare i rifiuti che producono, per creare la falsa opzione di un consumo ecologico e senza sensi di colpa.

Tutto ciò si avvicina dolorosamente al vero, ma in realtà non centra il punto. La vera “Grande Truffa del Riciclo” è molto più profonda che le falsità su quali prodotti possono e non possono essere riciclati; è una lunga battaglia politica contro il pubblico ingaggiata dalle aziende che producono più rifiuti, per aggirare i regolamenti, addossare la responsabilità della distruzione ambientale sui consumatori e proteggere il loro modo di produrre ecocida e altamente redditizio che fonda il capitalismo industriale.

Prosperità Usa e Getta

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli statunitensi provarono a lasciarsi alle spalle l’austerità della guerra e così salutarono entusiasticamente il consumo di massa.
Ci dedicammo sempre di più alle cene surgelate di fronte alla TV, alle bevande imbottigliate, alle auto nuove e a molta altra roba (stuff, citazione di George Carlin, n.d.t.).

Fu come una linea di demarcazione tracciata tra gli USA e le mensole dei grigi dispacci alimentari che noi associavamo all’URSS. Il consumo di massa era una scelta; era libertà.

Nel 1959, Richard Nixon volò a Mosca per illustrare di persona a Nikita Krushcev le opportunità offerte dal consumismo americano, durante l’infame “Kitchen Debate”.

Di conseguenza, il consumo diventò sempre più legato al sogno americano, l’industria si appropriò dell’ethos dell’eccesso per vendere sempre più roba per profitti sempre maggiori. Vance Packard, un profetico giornalista e sociologo, criticò la pubblicità come un’industria e una strategia portata avanti da imbonitori che giocavano sulle vulnerabilità del consumatore per vendere sempre di più il loro prodotto, promettendo status sociale e realizzazione personale.

Nel 1960 Packard pubblicò “The Waste Makers” (produttori di rifiuti, n.d.c.), richiamando l’attenzione su un numero di pratiche generatrici di spreco effettuate dalle grandi aziende, che sono forse più conosciute col concetto di “obsolescenza programmata”. Secondo Packard, le industrie “progettavano [intenzionalmente] i tassi di mortalità nei prodotti”, creando una bomba di rifiuti il cui ticchettio era sempre più ravvicinato, cosicché i consumatori non avrebbero avuto altra scelta che comprare sempre di più.

I profitti delle grandi aziende aumentarono, e una nuova industria di prodotti usa e getta, costruita sul concetto di spreco, cambiò radicalmente la vita degli americani e l’economia delle aziende.

Se facciamo un salto avanti di qualche anno fino al 1967, la plastica diventò il futuro.

 “Keep America Beautiful”

Ma nel pieno della Golden Age del consumismo, l’America delle aziende era impegnata a prevenire alcune minacce. Negli anni ’60, il movimento di controcultura sfidò alcune norme sociali egemoni, incluso lo status symbol derivato dal possesso di molta roba.

Ma oltre alla battaglia culturale più imponente, i dirigenti aziendali stavano anche conducendo una battaglia politico-economica contro il movimento operaio-ambientalista che, anche se alle prime armi, minacciava di pensare altrimenti dal modello redditizio del consumismo del dopoguerra e, possibilmente, di regolare le pratiche ecologicamente devastanti sui quali questo si poggiava.

Nel 1953, come suggerisce Heather Rogers in Gone Tomorrow: The Hidden Life of Garbage, circa vent’anni prima del primo Giorno della Terra, i produttori lattieri del Vermont si accorsero che le loro mucche soffocavano e morivano a causa del vetro delle bottiglie di birra che era stato gettato nei loro pascoli. Di conseguenza, essi si organizzarono e fecero approvare una legge che vietava non soltanto la dispersione delle bottiglie nell’ambiente, ma la stessa vendita di queste bottiglie da parte degli esercizi commerciali.

Probabilmente prevedendo regolamenti come questo per tutto il paese, e temendo una coalizione tra classe operaia e ambientalisti che sfidasse le loro pratiche di produzione e di vendita di prodotti rapidamente inutilizzabili, le maggiori aziende sotto attacco risposero con una serie di campagne di greenwashing per sviare gli ambientalisti e la classe operaia.

Tra essi, quello stesso anno, come Rogers osserva, l’American Can Company e l’Owens-Illinois Glass Company ingaggiarono alcune altre aziende specializzate in prodotti usa e getta, incluse Coca Cola, la Richfield Oil Corporation e la Dixie Cup Company, per creare Keep America Beautiful, un ente no-profit e pseudoambientalista che concepì la gestione ambientalista come virtù civile.

Ricorrendo a nozioni come “buona cittadinanza” ed etichettando l’abbandono dei rifiuti come un peccato contro la natura, il gruppo usò una simbologia che richiamava virtù da bianchi borghesi, la cui espressione più nota era Susan Spotless, e ricorse allo stereotipo del Noble Indian, che versa lacrimeper la continuazione del genocidio degli indigeni portata avanti dai consumatori, per spostare la responsabilità della gestione dei rifiuti dalle aziende ai consumatori stessi. “Come le persone iniziano a inquinare, le persone possono smettere.”, così era solita comunicare Keep America Beautiful al pubblico americano.

E la campagna propagandistica del gruppo funzionò. Nei sei anni successivi alla loro prima e più importante collaborazione pubblicitaria con l’Ad Council, la percentuale di bevande vendute in imballaggi usa e getta venne quadruplicata dal 3% al 12%. Dieci anni dopo era quasi al 70%.

Invece della riduzione della produzione di materiali usa e getta e dell’erosione dei profitti delle aziende, i consumatori americani ora si costrinsero a gestire prodotti di scarto a basso costo dell’industria. Fu un surretizio gioco di prestigio che ha riformulato il sempre più grave problema dei rifiuti come non dovuto agli eccessi delle grandi aziende ma a scelte irresponsabili del consumatore e a stili di vita individuali.

Dopo sedici anni e dopo aver sconfitto il rinnovo della Vermont Law nel 1957 ed aver fatto approvare ordinanze in tutto il paese contro la dispersione di rifiuti, Keep America Beautiful creò un giovane gruppo per perorare una forma più avanzata di gestione individuale della produzione di massa di rifiuti: il riciclo. Era un’alternativa alla riduzione e al riuso, e i giganti dell’industria aderirono velocemente a questa pratica, che permetteva ai consumatori di continuare a comprare, stavolta senza sensi di colpa, e alle aziende di continuare ad eludere il controllo minuzioso degli enti di controllo o le critiche degli ambientalisti. Il gruppo spese i soldi dell’azienda nella ricerca e nello sviluppo del riciclo, aprendo istituti in tutto il paese per iniziare i comuni americani e i consumatori a questa nuova forma di gestione “filo-aziendale” dei rifiuti.

Keep America Beautiful esiste ancora, e con altri enti no-profit finanziati dall’industria contro la dispersione di rifiuti e per il riciclo, continua a sviare l’attenzione pubblica dalla regolazione delle aziende e a catalizzarla verso le pratiche di riciclo individuale. Secondo un reportage di Intercept, la branca filantropica della Coca Cola ha donato più di 600.000 dollari, che è considerata una donazione caritatevole deducibile fiscalmente, a uno di questi enti, la Recycling Partnership, nel 2017. Il gruppo non solo loda a dismisura la popolarità del riciclo, ma, secondo un esperto, continua a lodare l’apporto ecologico e le facoltà del riciclo stesso.

La tragedia del Great Recycling Con [Grande Truffa del Riciclo, n.d.t.] non riguarda solo il fatto che le aziende l’hanno fatta franca riguardo al massacro del pianeta da loro promosso e hanno addossato i costi della risoluzione di questo disastro ai consumatori. A questo punto, non si tratta affatto di una corretta distribuzione del lavoro. È una questione di sopravvivenza.

Il riciclo individuale da solo non è sufficiente a salvare il pianeta. Anche coloro che si dedicano al riciclo in maniera più diligente e ricca di vocazione civica, i Susan Spotless di oggi, si trovano ad affrontare ostacoli strutturali alla minimizzazione del loro impatto ambientale. E anche se fossimo tutti Susan Spotless e il sistema del riciclo funzionasse perfettamente, i mezzi di produzione del capitalismo industriale americano continuerebbero a generare, all’interno del processo produttivo, una scorta infinita di prodotti destinati allo spreco.

Non c’è altra scelta che affrontare i produttori di rifiuti.

Chi sta uccidendo il pianeta?

Il 3 dicembre, il New York City Departments for Corrections ha annunciato che avrebbe introdotto dei “lunedì senza carne” nelle prigioni per ridurre in parte l’impronta di CO2 delle sue istituzioni. Al posto di sfidare le aziende agricole che producono livelli ecocidi di emissioni di metano, lo Stato ha scelto di addossare la responsabilità della gestione delle emissioni di metano a persone che sono incarcerate e che già non hanno la possibilità di scegliere quale cibo consumare.

Ricorrendo alla tattica coniata da Keep America Beautiful che equiparava l’abbandono di rifiuti al peccato, un portavoce ha addirittura riconosciuto il progetto come un modo “per iniziare a fare ammenda per ciò che [i Newyorkesi incarcerati] hanno fatto nella loro vita.”

Siccome stiamo entrando in una nuova era climatica e la politica si adatta di conseguenza, le aziende e gli stati capitalisti da esse controllati addosseranno certamente la colpa, mettendo in ballo la sopravvivenza del pianeta, ai più vulnerabili tra noi, che siano i carcerati o i consumatori della classe operaia. Nessuno se non loro. Ma le persone, ancora meno le più marginalizzate, non ci hanno condotto in questo disastro, e sfortunatamente le azioni individuali dei privati cittadini non possono tirarcene fuori.

Abbiamo l’obbligo di concentrare la nostra attenzione sui proprietari dei mezzi di produzione di rifiuti e su coloro che possono essere obbligati dalla regolamentazione statale all’adozione di cambiamenti sistemici e su ampia scala, necessari per ogni mitigazione dei cambiamenti climatici.