Gran Bretagna: tenetevi forte

di Fabrizio Dogliotti

Proprio qui, in un precedente articolo, si chiariva che “le elezioni politiche del 12 dicembre in Gran Bretagna saranno le più importanti degli ultimi quarant’anni”. E così è stato, per disgrazia.

La straordinaria vittoria dei conservatori-nazionalisti inglesi, infatti, dovrebbe far riflettere su una serie di problemi, uno dei più importanti dei quali è perché il Labour Party di Corbyn abbia registrato un secco e inappellabile arretramento.

Così, a caldo, i ragionamenti potrebbero riassumersi in questo modo:

  • In primo luogo, la vittoria di Boris Johnson non avrà una conseguenza diretta solo sulla faccenda della Brexit. Questa è un po’ uno specchietto delle allodole, nonostante tutto. Il nuovo governo conservatore, molto più a destra di quelli che lo hanno preceduto, ha tutta l’intenzione di imprimere una delle più grandi svolte reazionarie che la storia ricordi nel Regno Unito, paragonabile all’assalto al movimento operaio che la signora Thatcher realizzò negli anni ottanta. Con la Brexit passerà pure l’aumento dell’autoritarismo (che è già in atto, peraltro), con nuove leggi e decreti sulla “sicurezza”, si incrementerà il razzismo a tutti i livelli e si darà via libera, probabilmente, all’ulteriore ridimensionamento di ciò che resta del Welfare Infine, occorre ricordare che abbiamo a che fare con dei fanatici nazionalisti: il protagonismo della Gran Bretagna in senso imperialista e bellicista sarà sicuramente una delle caratteristiche di questa maggioranza. Insomma, non siamo ancora ai livelli della società descritta da V per Vendetta, ma la strada è aperta.
  • Se non bastasse, una delle prove di questo preoccupante progetto è che uno degli assi della campagna elettorale conservatrice è stato il feroce antisocialismo se non, in senso lato, “anti-progressismo”. Non solo e non tanto un attacco alla figura di Corbyn ma piuttosto al programma del Labour, interpretato fondatamente dalla borghesia britannica come il principale pericolo di questa congiuntura elettorale. Giusto a titolo di cronaca, la prima reazione di Nigel Farage (il leader del partito Brexit di estrema destra, che in realtà ha fatto campagna per Johnson) è stata “Il socialismo dell’estrema sinistra è stato schiacciato questa sera. Grandi notizie!”. La realtà è che uno dei grandi obiettivi delle classi dominanti britanniche è proprio quello di sbarazzarsi una volta per tutte degli ostacoli al loro progetto sociale ed economico che Corbyn, bene o male, ha rappresentato in questi anni.
  • E veniamo alla sconfitta di questa alternativa. Sarebbe il caso di sottolineare che l’affermazione condivisa da tutti i media europei (sembra che abbiano avuto lo stesso copy) secondo la quale il tracollo del Labour Party alle elezioni è dovuto al suo “programma radicale” è, quantomeno, inesatta. La prova è che le forze moderate anti-Brexit, come per esempio i liberali democratici, non è che escano molto rafforzate da queste elezioni. Addirittura, Jo Swinson, la loro segretaria, non è stata rieletta alla Camera dei Comuni. Cioè, un programma politico tipo quello del New Labour di Tony Blair avrebbe probabilmente regalato ancor più voti all’estrema destra, perdendo anche quelli delle grandi città. Ciononostante, la lettura della sconfitta della sinistra britannica che ne fanno i media e i politici del sistema in tutto il pianeta riesce, ancora una volta, a fare a meno dell’uso del cervello: la colpa è del radicalismo, del marxismo e della difesa ad oltranza dei lavoratori. Il campione di questa tesi è Renzi, guarda caso, che accusa addirittura Corbyn di aver fatto il gioco della destra. Se non fosse così triste e grottesco, ci sarebbe da ridere.
  • Il problema di fondo, sul quale nessuno pare voler riflettere, è la straordinaria polarizzazione che l’estrema destra britannica -di questo si tratta, non di vecchi conservatori un po’ ammuffiti- è riuscita a produrre nella società inglese in pochi anni. Si tratta di una svolta così profonda che probabilmente alcune sue implicazioni sono sfuggite anche alla direzione del Partito Laburista. Hanno avuto ragione i laburisti a denunciare il vero pericolo rappresentato da Boris Johnson, cioè il suo progetto reazionario e antisociale, ma non hanno fatto i conti col disastro interiorizzato e ormai del tutto digerito dalle classi subalterne, prodotto da anni di politiche neoliberiste e di una resistenza politica della sinistra che non sempre è stata all’altezza dei compiti, meno che mai con la direzione di Blair. Il fatto che un farabutto come Johnson si sia potuto postulare come paladino della volontà popolare, opposto a un Parlamento visto e vissuto da molti come la mangiatoia di politici di mestiere sempre più slegati dalle esigenze e aspirazioni popolari, la dice lunga sullo sfilacciamento che ha subito il rapporto della classe lavoratrice (o una parte consistente di questa) con i suoi storici rappresentanti politici. E non ci sono palliativi: così lo indica il risultato in molte roccaforti del voto laburista, nelle zone industriali distrutte dalla recessione e dalle politiche neoliberiste, nel cosiddetto red wall, che sono passate armi e bagagli al campo conservatore. L’insistente e un po’ truffaldina campagna dei conservatori sui temi della Brexit e sulla supposta fedeltà al mandato popolare del referendum ha dato i suoi frutti: l’immagine di una Unione Europea totalmente in mano ai banchieri e al grande capitale, contraria agli interessi delle classi popolari inglesi è stata così narrata quasi esclusivamente dall’estrema destra, mischiandoci una versione aggiornata di revanscismo nazionale, razzismo della peggior specie, antisocialismo e dottrine economiche ultraliberali. Però ha convinto un sacco di gente. Forse hanno ragione coloro che dicono che il racconto del Partito Laburista sulla UE non era così potente e convincente ma bisogna essere onesti: probabilmente avrebbe perso lo stesso. Bisogna cominciare a farsi carico della profondità e la pericolosità dell’arretramento, che parole d’ordine e programmi anche radicali non riescono più a contenere.
  • Anche se non tutto è perduto. Il Labour ha ottenuto qualcosa di più di dieci milioni di voti, che non è assolutamente il peggior risultato di questi ultimi anni. Rimane il più grande partito della sinistra europea, che non è una cosuccia da niente. Sarebbe fatale anzi che la sconfitta segnasse la fine della volontà di resistenza dimostrata in questi anni e che il partito tornasse alla moderazione e la collaborazione di classe. Si tratta di non perdere la bussola: le classi popolari della Gran Bretagna del dopo Brexit saranno probabilmente più sfruttate, povere e allo sbando di oggi. A partire dall’esistenza di un polo di classe forte e deciso probabilmente potrà riemergere una risposta alla miseria e al deserto a cui sembra condannato il paese. Inoltre, in Scozia e in Irlanda del Nord le cose non sono andate così bene per Boris Johnson. Per la prima volta, i partiti unionisti dell’Ulster sono stati messi in minoranza e il Partito Nazionalista Scozzese ha registrato una vittoria nettissima, cosa che prefigura l’affermazione di un fronte democratico per l’indipendenza della Scozia.

 

Si tratta di digerire il boccone amaro della sconfitta e capire da dove occorre ripartire. Mi piacerebbe cercare la colpa della sconfitta in questa o quella degenerazione politica del Labour ma questa volta il problema è più complesso, temo. Abbiamo semplicemente perso. Il tornado sta arrivando, tenetevi forte.