Cinquant’anni dopo la strage di Piazza Fontana, quante vicende, ancora tante domande

di Diego Giachetti

Riprendiamo un bell’articolo di Luigi Pintor, significativamente intitolato Fu di Stato, pubblicato sul quotidiano Il manifesto del 28 febbraio 1992, nel quale, senza peli sulla lingua, esplicitamente si ribadiva che quella passata alla storia come strage di Piazza Fontana, accaduta nel capoluogo lombardo il 12 dicembre 1969, si rivelò essere la capostipite di una “lunga stagione di politica criminale, prima in ordine di tempo e seconda, dopo quella di Bologna del 1980, per crudeltà e numero di vittime”. Una bomba, “messa e fatta esplodere con la copertura dei servizi segreti, organi dello Stato e strumenti del potere politico”. Quella strage, – accompagnata da rivelazioni su tentativi golpisti, messi in atto dalla destra estrema con aderenze nei centri del potere militare, politico ed economico- il colpo di stato dei colonnelli in Grecia del 1967, il permanere di regimi dittatoriali in Spagna e Portogallo, introduceva più di un sospetto che, quella che si cominciò a chiamare strategia della tensione, celasse l’intenzione delle classi dirigenti di contrastare il movimento operaio e studentesco e le sinistre mettendo in discussione l’ordinamento democratico.

Quella data segnò uno spartiacque, chiuse il primo periodo della storia repubblicana, per aprirne un altro più drammatico e rischioso. Si scopriva che i pericoli per le istituzioni democratiche non provenivano solo da settori marginali della destra neofascista, ma dall’interno stesso delle istituzioni dove operavano funzionari transitati dal servizio prestato al regime fascista a quello repubblicano. Occultare, deviare, nascondere, usare la strage, prontamente attribuita agli anarchici, per colpire il movimento operaio e democratico subito dopo la stagione delle lotte dell’autunno caldo, fu la prima e immediata interpretazione fornita delle istituzioni e dei mezzi di comunicazione. La bomba di Piazza Fontana e la campagna contro gli anarchici rappresentarono per i movimenti quella che è stata più volte definita “la fine dell’innocenza”, la presa d’atto che i poteri costituiti potevano oltrepassare la “normale” e “legale” repressione del “manganello” nelle piazze e nelle condanne dei giudici, e introdurre una dimensione di violenza subdola, “illegale” al fine di favorire possibili e tentati colpi di Stato o, perlomeno, una svolta decisamente autoritaria.

Tra le tante vittime di quella orrenda strage, ci preme ricordare anche Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico milanese, entrato vivo in questura e “uscito” morto da una finestra del quarto piano nella notte del 14-15 dicembre, mentre sui giornali si scatenava la canea su Pietro Valpreda, l’anarchico indicato come il “mostro”, colpevole della strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Il “caso Pinelli” rappresenta un rimosso nella narrazione di quegli eventi da parte di una memoria pubblica sovente lacunosa, adattata alla storytelling del momento e in piena funzione nei manuali scolastici, spesso inadeguati, come ci racconta Marco Meotto nel saggio intitolato La memoria dello stragismo di Stato nella scuola italiana. Dall’inadeguatezza dei manuali alla rimozione del “caso Pinelli” (qui il link)


 

di Luigi Pintor

Ho letto e riletto le parole dette dal senatore Taviani in un occasionale raduno democristiano, che confessano la verità sulla prima delle stragi che hanno insanguinato questo paese: la strage di Milano, capostipite di una lunga stagione di politica criminale, prima in ordine di tempo e seconda, dopo quella di Bologna, per crudeltà e numero di vittime.

Una verità tranquilla. Quella della bomba fu messa «con la copertura dei servizi segreti». Ci fu un errore di calcolo, non c’era l’intenzione di uccidere tutta quella gente. Ma quella bomba fu messa e fatta esplodere «con la copertura dei servizi segreti», organi dello Stato e strumenti del potere politico.

Dunque ora lo si può dire con semplicità, prendendo il caffè: quella fu una strage di Stato. Quei ragazzi estremisti che allora scandivano nelle piazze questo estremo giudizio avevano ragione. Loro non erano credibili, ma il senatore Taviani è un responsabile massimo della politica italiana e lui può essere creduto.

Questa è la nostra Patria, questi sono i suoi capi, questa la nostra storia recente. Per vent’anni ogni italiano è stato preso in giro da processi contro fantasmi, un anarchico vivo e un altro morto. Ora che la memoria è spenta, e il crimine ha premiato chi l’ha commesso, i colpevoli e i beneficiari possono anche farsi riconoscere. Tra qualche anno, in qualche festa amichevole, un altro capo di governo in pensione ci dirà che anche nella stazione di Bologna, come nella banca di Milano, la bomba fu messa «con la copertura dei servizi segreti».

E chi ha «coperto» i servizi segreti? Gli assassini sono tra noi, anzi sopra di noi, e lo dicono. Non è di per sé sorprendente e neppure nuovo, sebbene nessun altro paese dell’occidente europeo possa vantare qualcosa di simile. È sorprendente la tranquillità con cui ora ci vien detto. Possono farlo perché con l’arte del delitto politico, usando quelle bombe o similmente il brigatismo, hanno piegato e trasformato la democrazia italiana in un altro regime, nutrito di un moderno fascismo, nel quale siamo così immersi che non riusciamo a comprenderlo e a definirlo. E perciò alla loro tranquillità fa riscontro la nostra.

Mostruoso è una brutta parola, ma non so definire altrimenti tutto questo. Mostruoso ma secondario e irrilevante, e mostruoso per questo più ancora che per il sangue versato. Oggi nessuno si sognerebbe di fare su questo una campagna elettorale. Hanno vinto e sotto accusa non sono loro, siamo noi, è la sinistra italiana e quanto di essa bene o male resiste.
(il manifesto 28/ 2/ ’92)