Dichiarazione di Anticapitalistas (Stato Spagnolo) sulle elezioni del 10 novembre

Le elezioni del 10 novembre si svolgono in un clima di grande instabilità. I grandi partiti del sistema politico spagnolo cercano di ricomporre l’ordine  ricorrendo alle elezioni, ma la frammentazione politica, combinata con  con una forte disaffezione e con la rivolta catalana, sembrano rendere impossibile per adesso la tranquillità a cui anela la classe dominante.

Queste elezioni sono segnate dal fallimento della trattativa fra il PSOE e Unidas Podemos. E’ evidente che il PSOE ha compiuto una profonda svolta a destra negli ultimi mesi. Ha abbandonato gli aspetti più progressisti del suo programma sociale, come la deroga della riforma sui temi del lavoro o la legge “bavaglio” (è la legge che sanziona gli attacchi contro le istituzioni, anche quelli verbali) e ha iniziato un processo di imitazione di Ciudadanos, adottando un discorso reazionario rispetto alla Catalogna e mostrando un’aperta ostilità verso la sinistra. Una posizione prevedibile in un partito che altra cosa non è se non il pilastro principale di un regime in piena decadenza, incapace di rigenerarsi e di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Da parte sua, Unidas Podemos ha continuato ad insistere sulla la stessa tattica che ha permesso al PSOE di recuperare terreno sociale ed elettorale nonostante tutte le sue miserie: la sua proposta consiste nel condividere responsabilità di governo sotto la direzione di una forza neo liberale, abbandonando qualsiasi prospettiva anti-sistema e costituente. La sua prospettiva sembra limitarsi a ciò che già fa in sei comunità autonome: stare in un governo diretto dal PSOE, cosa che annulla il necessario lavoro di opposizione e alternativa che dovrebbe realizzare nei diversi territori. Una svolta strategica totalmente sbagliata, almeno dal nostro punto di vista, che non ha dato nessun risultato, né a livello delle conquiste sociali (l’impegno di aumentare il Salario Minimo Inter-professionale a 900 € è stato strappato, nei fatti, fuori dal governo) né a livello politico (neppure annacquando il suo programma e le sue proposte socioeconomiche sino a trasformarsi in una proposta socialdemocratica, Unidas Podemos riesce ad essere accettata al governo), né a livello del consenso sociale (lungi dall’aumentare le sue basi d’appoggio, i tentativi di Podemos per essere una forza politica di governo sono stati accompagnati da un calo dei consensi e dalla creazione di un’oligarchia di organizzazione). Ma anche questi elementi indicano la profondità della crisi sistemica, incapace di integrare richieste socialmente progressiste come quelle che propone Unidas Podemos, che pure non cercano di sovvertire radicalmente l’ingiusto stato delle cose.

D’altra parte, proposte come quelle di  Más País (formazione politica costruita dall’ex numero 2 di Podemos, Inigo Errejon) non cercano di migliorare, correggere o superare le deficienze di Unidas Podemos, piuttosto le approfondiscono: un progetto ugualmente personalista, che nasce apertamente con la vocazione di favorire la stabilità del regime del ’78, con proposte economiche e politiche inoffensive per la classe dominante e quindi inutili per i lavoratori, in un contesto di crisi organica del sistema politico ed economico. Sulla questione nazionale e sulla difesa dei diritti democratici stanno difendendo posizioni ancor più ultra nazionaliste spagnole di quelle che normalmente dimostra la gran parte della sinistra a livello statale. Il rapido cambiamento dello spazio politico di Más País li ha condotti dalla difesa di un processo costituente all’assimilazione politica dei nodi fondamentali della Costituzione del ’78. Dall’altra parte, la sua sedicente proposta verde non suppone un reale sbocco politico all’altezza della crisi climatica ed ecosociale e delle urgenti necessità che bisogna affrontare. Necessità che hanno bisogno di una politica di aperto conflitto con la classe dominante e di una svolta radicale della politica economica a tutti i livelli per far fronte in forma efficace al cambiamento climatico.

Su un altro terreno, la destra spagnola continua il suo processo di ricomposizione politica. Nonostante i tentativi del PP di svolta al centro, la sua politica prioritaria continua ad essere quella del patto con VOX e Ciudadanos. Le sue proposte politiche, a prescindere dalle sfumature all’interno del blocco conservatore, sono simili: diminuire le tasse ai ricchi, approfondire la privatizzazione del settore pubblico, attaccare i salari e colpire i diritti dei lavoratori, delle donne e dei migranti, mentre continua l’assalto alle conquiste democratiche e alle libertà.

Esistono due fattori di fondo che sono -e saranno- ancor più determinanti nella legislatura che si sta aprendo.

Da un lato, il grande movimento democratico catalano non è stato sconfitto nonostante i duri colpi assestatigli dallo Stato. Dal nostro punto di vista, uno dei compiti della sinistra è quello di continuare a difendere il diritto all’autodecisione del popolo catalano, sia in Catalogna che nel resto dello Stato spagnolo. Il movimento indipendentista è entrato in una nuova fase, in cui la direzione liberal-democratica del procés ha perso autorità e sono sorti nuovi attori che praticano la disubbidienza civile a scala di massa, insieme agli indizi di rivolta spontanea da parte di un settore della gioventù stufa di un sistema che non le offre nient’altro che autoritarismo. E’ ovvio che è necessaria un’alleanza fra i lavoratori dello Stato affinché i popoli possano decidere liberamente e per cui qualsiasi processo emancipatore significhi anche una trasformazione profonda delle relazioni sociali di sfruttamento ed oppressione. Noi di Anticapitalistas continueremo a sostenere queste giuste rivendicazioni e a costruire alleanze in questo senso sia in Catalogna che nel resto del paese. L’incapacità dello Stato spagnolo di offrire uno sbocco democratico a queste richieste radicalizza l’instabilità del sistema politico e apre un bivio politico: o processo costituente o autoritarismo. Pur essendo coscienti delle relazioni di forza, crediamo che unicamente una politica risoluta ed aperta alla lotta possa evitare che il regime affonti le richieste democratiche e sociali sia in Catalogna che in Spagna con una soluzione autoritaria.

D’altro canto, all’orizzonte si annunciano turbolenze economiche e sociali. E’ assai possibile che si entri in una nuova fase recessiva, in cui le classi dominanti cercheranno di approfondire i tagli e le politiche di austerità, attaccando ancor più i salari e i servizi pubblici e per far pagare alle classi popolari i costi della crisi ecologica. Al di là delle promesse elettorali, è urgente un piano di lotta e un programma di rottura. L’assenza dei grandi sindacati in termini di mobilitazione della loro base di fronte all’offensiva corrisponde a una serie di debolezze strutturali ma anche all’illusione che un governo progressista possa evitare lo sviluppo di questo processo di degradazione delle condizioni di vita dei cittadini. Tuttavia, non è un buon momento per la concertazione sociale: i padroni ed i loro servitori politici hanno rotto tutti i ponti in questo senso e qualsiasi minima conquista viene liquidata nel quadro generale di una dinamica politica basata sull’impoverimento dei lavoratori per ricuperare margini a favore dei padroni. Oggi, per affrontare la crisi alle porte, così come le sfide ecologiche e sul terreno dell’assistenza, è necessario mettere in discussione i pilastri del sistema economico e la proprietà.

E non basta farlo in ogni paese: la crisi prossima porrà all’ordine del giorno l’urgenza di costruire un movimento europeo che affronti in tutta la sua drammatica dimensione la catastrofe ed eviti uno sbocco reazionario basato sulla concorrenza protezionista fra stati, cosa che favorirebbe soltanto le loro élites. Misure come la nazionalizzazione delle banche e delle compagnie energetiche, la democratizzazione dell’economia e della società (compresi i mass media), la garanzia di una nuova distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, o il mantenimento e l’espansione di elementi di base, come le pensioni o i diritti delle donne -che con il loro lavoro non remunerato sostengono la riproduzione- richiederanno una profonda rivoluzione politica e il protagonismo delle classi popolari. Riattivare un orizzonte ecosocialista e femminista che metta in discussione e combatta il sistema capitalista continua ad essere il miglior sbocco per andare avanti, addirittura qui e adesso. Le grandi mobilitazioni delle donne e dei giovani proponendo una società femminista ed ecologista, così come quelle dei pensionati o dei nuovi precari, mostrano percorsi di lotta che dovremmo approfondire per resistere e rovesciare gli attacchi sistemici contro i lavoratori.

Misurarsi con questi compiti significa riformulare una strategia. L’anticapitalismo deve iniziare un profondo processo di riflessione dopo il 10 novembre, affrontando queste sfide di fondo in un contesto ancora incerto. E bisogna affrontare anche in modo onesto le nostre stesse insufficienze ed errori: non basta enunciare gli assi della politica rivoluzionaria, bisogna costruire una forza politica e sociale organizzata su scala statale in grado di renderli effettivi.

Ma, detto questo, non ci è indifferente la configurazione politica che potrà sorgere da queste elezioni. Il rafforzamento della destra o del PSOE significherebbe senza dubbio un forte arretramento e produrrebbe ancor più difficoltà nella costruzione di una forza popolare anticapitalista. Per questa ragione, lanciamo un appello per votare, anche se criticamente, le liste di Unidas Podemos: nonostante le differenze che abbiamo espresso e la considerazione che sia necessario aprire un nuovo percorso strategico della sinistra a medio e lungo periodo, crediamo che un buon risultato di UP rappresenterebbe una sconfitta del PSOE e di Pedro Sánchez.

Consideriamo una magnifica notizia la presentazione delle liste della CUP in Catalogna: la loro presenza in parlamento sarebbe un progresso assai positivo per le forza dell’anticapitalismo, aiuterebbe ad amplificare l’udienza delle legittime rivendicazioni  del popolo catalano e contribuirebbe a costruire un’alleanza confederale fra le classi popolari delle distinte nazioni dello Stato e quelle catalane, basata sulla libertà dei popoli, diversa dall’oppressione che propone il nazionalismo spagnolo reazionario. Speriamo che ottengano un buon risultato questo 10 di novembre.

Una sconfitta della destra e un indebolimento del PSOE: questo sarebbe lo scenario più favorevole per affrontare la futura crisi. Ma non sarà sufficiente votare il 10 novembre: ci vorrà organizzazione politica e sociale per affrontare la sfida di abbattere un ordine sempre più aggressivo ed ingiusto.