Con i e le migranti serve più coraggio!

di Giovani Anticapitaliste/i

L’inizio del più recente acuirsi della criminalizzazione nei confronti del fenomeno migratorio è da collocare fondamentalmente nel 2017, quando Marco Minniti inizia a sedere al Viminale come ministro dell’interno. Per mano delle politiche dell’ex braccio destro di D’Alema si è ben presto iniziato a fornire alla guardia costiera libica imbarcazioni, formazione e assistenza nel pattugliamento marittimo per interrompere le traversate della speranza, contenere le partenze e dare cemento alla fortezza europa. Si tratta di misure, come vedremo, a beneficio di attori criminali perdipiù conseguite con denaro pubblico di fatto sottratto all’aiuto pubblico allo sviluppo: tra le voci di bilancio  della Farnesina è possibile notare un disimpegno nella cooperazione internazionale: si passa da 5,8 mld stanziati nel 2016 a 4,9 mld nel 2017 di Minniti.
L’Italia con i soldi dei contribuenti ha in veste di complice influito sulle numerose violazioni di diritti umani perpetrate nei centri di detenzione libici. Con i finanziamenti del governo italiano la guardia costiera libica ha potuto intercettare e rinchiudere nei campi detentivi circa ventimila persone.

Nei centri di detenzione libici le brutalità sono testimoniate a livello internazionale.

In un report dell’associazione Medici per i diritti umani in Libia è riportato che l’85 % dei migranti detenuti ha subito torture e trattamenti inumani.
Di questo 85 %:
-il 79 % sono stati detenuti in strutture sovraffollate e con pessime condizioni igienico sanitarie
-il 60% ha subito deprivazioni di cibo acqua e cure mediche
-il 55% ha riportato ferite da gravi e ripetute percosse, stupri e ustioni.

E’ stato complicato rilevare queste violazioni dato che le condizioni interne dei centri detentivi sono più volte apparse agli occhi della comunità internazionale meno gravose di come fossero veramente. Infatti i gestori dei centri, come dimostrato dalla reporter Francesca Mannocchi, rendevano in extremis accettabile lo stato igienico sanitario interno ogni qualvolta gli osservatori internazionali venivano incaricati di sorvegliare sulle condizioni detentive.

Si intende soprassedere sulla conclusa parentesi storica salviniana che si è rivelata disumana e allo stesso tempo distorta rispetto alle statistiche reali sull’immigrazione. Salvini va ignorato, solo così si possono rompere i suoi vitali monitors mediatici smettendo di seguire la scia dell’effetto Trump per cui più i giornali parlano male di un personaggio politico più questo guadagna popolarità. E’ il leader più popolare del panorama politico italiano per un semplice motivo: anziché pensare ad una alternativa credibile che poggia su proposte coraggiose e apprezzate dalla sua fuggente base elettorale, la variegata sinistra televisiva durante il ministero salviniano ha preferito rilasciare la solita critica quotidiana rimanendo ogni giorno subordinata a Matteo Salvini e dandogli modo di uscire con dichiarazioni fasciste come: ‘’molti nemici, molto onore’’.
Così come Greta Thunberg non vuole incontrare Trump il popolo della sinistra di classe dia l’esempio e smetta perentoriamente di parlare di Salvini.
In secondo luogo sul piano delle riforme, insistendo su una strategia fallimentare che lo rincorre, che soffia sul suo fuoco, la sinistra istituzionale tornata al governo non sembra aver imparato dai propri errori.

Il governo della “discontinuità”

L’attuale governo ha confermato l’accordo con la guardia costiera libica che continua nell’operare respingimenti solo per conto dell’Italia dopo che nel 2017 Marco Minniti formalmente le affidò la ‘’sicurezza della navigazione’’ nella SAR (acronimo di zona di ricerca e salvataggio) libica.
In sostanza cosa faccia la guardia libica le autorità italiane stanno cercando di non farlo trasparire, tuttavia puntuali inchieste giornalistiche hanno ultimamente messo alla luce progressi per ottenere chiarezza.  Sono comunque evidenti tentativi di insabbiamento.

Il Manifesto a maggio ha chiesto di poter consultare un documento di valutazione sulle capacità operative dei libici nelle operazioni di salvataggio.

Cercando di autotutelarsi il comando generale delle capitanerie di porto non ha concesso in quell’occasione l’accesso agli atti perché sottoposti alla ‘’classifica di riservatezza’’ facendo riferimento all’art. 5 bis della legge sull’accesso generalizzato agli atti, che normalmente è la prassi di mantenimento di segretazione utilizzata per le comunicazioni riservate dei servizi segreti.

Ottobre 2019 sembra essere un mese chiave per l’emergere di novità sul rapporto tra governo italiano e guardia costiera libica. Venerdì 4 Avvenire ha diffuso un importante articolo curato da Nello Scavo sull’incontro avvenuto a maggio 2017 nel Cara di Mineo in Sicilia tra una presunta delegazione di funzionari del ministero dell’interno e alcuni libici tra cui il capodelegazione Abd Raman detto Bija che giunge in Sicilia con un visto falso ma che al meeting viene presentato come il comandante della guardia costiera libica. In realtà dietro questa fittizia divisa si cela un delinquente accusato dall’Onu di essere uno dei responsabili dei trattamenti disumani nei centri di detenzione libici e dell’affogamento nel Mediterraneo di molti migranti.

Fonti anonime del Viminale sostengono che tra gli uomini del ministero dell’interno o dell’intelligence al Cara di Mineo non si presentò nessuno. Da Ginevra l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni ha tuttavia fornito una versione discordante: ‘’i funzionari del Viminale erano dappertutto’’. Le istituzioni italiane nel 2017 avrebbero dunque incontrato e siglato un accordo con un assassino. Dopo la grande risonanza mediatica che l’inchiesta ha acquisito Bija è stato definitivamente stanato. Di conseguenza Il trafficante, seguendo la consueta ritualistica dei boss mafiosi, ha minacciato di morte colui che il caso l’ha fatto venire a galla, Nello Scavo, che dal 18 ottobre è sotto protezione della Polizia di Stato.

L’incontro di Mineo del 2017 è la definitiva prova a sostegno del fatto che la guardia costiera libica sia sostanzialmente un corpo fittizio e che tra essa, le organizzazioni criminali responsabili delle stragi del Mediterraneo e il governo italiano intercorrono pedine chiavi nella gerarchia del sistema criminale che opera nella gestione migratoria.
L’Onu a settembre ha redatto un rapporto di 17 pagine dopo aver accorpato le informazioni verificate sul campo dall’Unsmil, il coordinamento della missione delle Nazioni Unite a Tripoli.
Diversi testimoni hanno dichiarato – si legge nel rapporto – ‘’di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil e portati al centro di detenzione di al-Nasr dove, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture’’.
Il rapporto dell’Onu e l’efficace inchiesta di Nello Scavo di Avvenire hanno fatto scaturire dichiarazioni della politica, della stampa e dell’opinione pubblica impegnata, tutte impegnate a cercare di spendere energie per divulgare i caratteri oscuri  del dossier sottotraccia sulla guardia costiera libica.

‘’Forse è giunto il sacrosanto momento di rendere pubblici i contenuti del rapporto sulla valutazione complessiva delle capacità operative dei libici nelle loro operazioni compiute nel Mediterraneo” dichiara il deputato di Sinistra Italiana Erasmo Palazzotto.

‘’Paolo Gentiloni e Marco Minniti, questa è roba da commissione parlamentare d’inchiesta’’ tuona la scrittrice Michela Murgia.Nell’intenzione di far proseguire il gioco del domino cominciato da Minniti sulla pelle di vite umane.

La modifica del regolamento di Dublino e l’Europa fortezza

L’accordo di Malta siglato il 23 settembre ha confermato la collaborazione con la guardia costiera libica e pare essere la continuazione di quello che fino ad oggi è accaduto. Quella solita spartizione statistica ogni qualvolta una nave umanitaria salva vite e attracca in porto. Si ricorda che quella di Malta è un’intesa su base volontaria e non vincolante raggiunta solo tra Italia, Francia, Germania e Malta. Non si tratta di un accordo per un sistema di accoglienza unitario a livello europeo dove gli stati cedono completamente sovranità in materia di immigrazione. Quest’ ultimo sarebbe un obiettivo all’orizzonte molto ambizioso ma che necessita prima di passi in avanti intermedi anch’essi al momento ancora difficili. Si entra nell’ambito del diritto comunitario e per queste tipologie di riforme è richiesta l’unanimità di tutti gli stati dell’Unione. Perciò è sufficiente che uno stato ponga il veto in Consiglio Europeo che si ritorna al punto di partenza.

Empiricamente è quello che sta succedendo per la non possibilità di approvazione (che in Parlamento Europeo è già avvenuta) della riforma del regolamento di Dublino nella quale si propone di abolire il principio di riserva geografica ovvero di cancellare la limitazione per il migrante di essere accolto e integrato esclusivamente nel paese di primo approdo. Il fronte sovranista è al momento compatto per il no a Dublino.

Se Orban e i paesi di Visegrad continuano a mantenere chiuse le proprie frontiere, l’Unione Europea è bene che inizi a disporre pesanti sanzioni economiche. I paesi a maggioranza sovranista devono essere obbligati a cambiare rotta sulla gestione dei migranti.

Cambiare questo principio significherebbe garantire al richiedente una accoglienza maggiormente rispettosa dei suoi diritti perché indirettamente, con una cabina di gestione europea, si contribuirebbe a debellare il caporalato italiano e ogni forma di sfruttamento del migrante. In secondo luogo la riforma garantirebbe un ulteriore miglioramento in termini qualitativi dell’attuale SPRAR che in alcuni realtà sta mettendo in mostra una buona capacità di integrazione. Integrare significa contribuire alla riallocazione delle risorse per la comunità.

In termini previdenziali peraltro attualmente non c’è per il migrante un feedback di risorse equo. Nella speranza di evitare fraintendimenti si può sostenere che nel sistema capitalistico il lavoro migrante produca plusvalore anche in termini previdenziali.

Paradossalmente pur non essendoci ancora un diffuso melting pot il serbatoio del sistema previdenziale italiano attualmente si rifornisce in modo non equilibrato delle trattenute del lavoro migrante ponendo il problema della ‘’disuguaglianza previdenziale’’. In Italia i lavoratori migranti versano ogni anno circa 8 miliardi in contributi sociali ricevendone solo 3 in termini di pensioni o altre prestazioni sociali, un saldo netto di 5 miliardi a cui anche i capitalisti in chiave sovranista inconsapevolmente attingono in termini di servizi.

Il legame fondamentale su cui questo articolo si trova a dover insistere è quello che sussiste tra il capitalismo assieme alle sue molteplici manifestazioni e il fenomeno migratorio. Ovviamente non è possibile ricondurre la migrazione univocamente alle dinamiche di profitto tipiche del capitalismo. Essa è un fenomeno già storicamente rintracciabile molto prima dell’avvento di questo sistema economico, e in forme e modi molto differenti tra loro. Quello su cui ci troviamo ad insistere qui è invece la correlazione, che frequentemente diventa anche un forte nesso causale, tra le attività che il capitalismo porta avanti per tenersi in vita e gli esiti di queste attività che hanno una qualche conseguenza sui fenomeni migratori. L’articolo presente non pretende di costituirsi come un’analisi esaustiva del fenomeno, ma anzi mira a fornire dei perfettibili mezzi di dibattito per la costruzione e il miglioramento di uno sguardo di classe sul fenomeno migratorio.

Capitalismo e migrazioni

Dunque, il capitalismo agisce in almeno tre modi sul fenomeno migratorio:

-Il primo si configura come una forte destabilizzazione dell’economia locale, ieri tramite le politiche imperialistiche degli Stati europei (già nel 1916 Lenin definiva l’imperialismo come la “fase suprema del capitalismo”), oggi tramite la delocalizzazione e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse autoctone (importante e noto è l’esempio dell’estrazione del coltan in Congo, portata avanti con metodi criminosi e che si avvale dello sfruttamento della manodopera locale);

-In seconda istanza è bene ricordare l’attività di reclutamento delle masse migranti nella rete del capitalismo occidentale. Il migrante viene spesso cooptato all’interno dell’economia legale o sommersa del paese di approdo. In Italia il fenomeno del caporalato, soprattutto nel Meridione ma anche nel Settentrione (ad esempio nell’alessandrino), denota uno stato di cose fondamentale, e cioè che un settore importante per l’economia nazionale come quello agrario si avvale non infrequentemente di manodopera sottopagata. Altri esempi di questo genere sono il fenomeno del “prestito” di identità che i riders europei (soprattutto in Francia e in Portogallo) effettuano nei confronti di migranti irregolari, facendoli lavorare al posto loro in cambio di una percentuale dei profitti. Quest’ultimo esempio ci riconduce a un quadro drammatico: le donne e gli uomini delle classi lavoratrici sono costretti non a cooperare ma a scambiarsi favori avvelenati al fine di poter sbarcare il lunario, facendo comunque il gioco dei padroni. È anche questa situazione di cancellazione totale dei diritti borghesi più basilari che porta i nazionalisti e i populisti ad elevate percentuali. È bene ricordarlo: Salvini è un effetto e’ figlio del capitale, non un suo nemico.
-Infine, vi è un aspetto che viene spesso trascurato. Il capitalismo è in grado di produrre, dopo essersi instaurato economicamente, un’egemonia, cioè una configurazione del senso comune.

Esso non controlla ed anima solo il modo di produzione, ma anche il modo di pensare e di agire. Questa egemonia, però, non si arresta con le frontiere, e non è dunque qualcosa che rimane confinato dove i rapporti di forza esprimono un capitalismo in fase avanzata. La diffusione dei media e dei contenuti informatici ha permesso infatti quasi ovunque l’internazionalizzazione del sapere. Conseguentemente a questa, il sapere che si internazionalizza è spesso espressione dei rapporti di forza delle classi dominanti. Grazie anche a questo fenomeno il migrante è attratto dall’Europa perché può considerarla come una miniera d’oro.

Da una condizione di partenza squilibrata in termini di giustizia climatica, sociale e umanitaria la si scorge come un miraggio. In ultimo nel vecchio continente il mito capitalista del self-made man trova una sua realizzazione fondamentale, perché è proprio per rincorrere questo obiettivo, e cioè una stabilità economica e una vita serena, che l’uomo o la donna si fa migrante. È bene ricordare ciò contro ogni ottimismo di certe frange della sinistra, anche radicale, ferme a una concezione rousseauiana del migrante come “buon selvaggio”. Non è così. Ogni migrante è un soggetto a sé stante. I suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza intellettuali sono i medesimi di tutti i lavoratori, anche se però la prospettiva lavorativa ed economica del migrante è generalmente inferiore a quella dei lavoratori della classe operaia europea. Ripartire da qui e non da astratte costruzioni antropologiche è fondamentale oltre che un passo avanti nella direzione di una lettura marxista dell’esistente.

Per concludere, un’ultima precisazione. Ci sono almeno due approcci all’immigrazione che sussistono all’interno della sinistra. Il primo è l’immigrazionismo acritico e astratto del centrosinistra, e il secondo è l’anti immigrazionismo della sinistra comunista autoritaria e nazionalista.

Il primo approccio alla questione è difeso da una retorica umanitaria e astratta che non tiene conto delle cause reali che scatenano il fenomeno migratorio. Questo approccio non risolve il problema e non ne ammette il chiaro legame con le forme di dominio economico-politiche che in questa congiuntura storica trovano espressione nei rapporti di forza capitalistici. La retorica della sinistra liberale, in questo senso, suona stridula e inopportuna a grosse frange della classe lavoratrice, che finisce poi tra le mani di Salvini.

L’altro approccio è quello di chi, nella sinistra comunista, a fronte di corrette analisi che individuano il legame tra capitale e migrazioni, indugia sull’internazionalismo e si ritrova, al contrario, a difendere posizioni nazionaliste e di chiusura delle frontiere. A fronte di premesse convincenti, dunque, costoro finiscono per impantanarsi in conclusioni goffe e poco chiare teoricamente, che piacciono molto alle tv (sono le stesse conclusioni che Fusaro riporta pedissequamente quando viene invitato ai talk show) ma che segnano una regressione in termini di coscienza di classe dei partiti che le sostengono.

La nostra proposta, invece, è quella di un internazionalismo delle classi lavoratrici, che può essere costruito solo aprendo le frontiere senza dimenticarci che, citando Guido Viale, chi attraversa il mare fuggendo da guerre, fame e desertificazione è il più grande amico della pace che si possa incontrare.