Femminismo e Lotta di Classe

Il 7 e l’8 Settembre le compagne di Sinistra Anticapitalista si ritroveranno a Roma per un seminario politico interno dal titolo “Femminismo e lotta di classe“.

 Il grande protagonismo delle donne negli ultimi anni e la forza delle mobilitazioni femministe a livello internazionale ci hanno spinte ad approfondire il legame che esiste tra capitalismo e patriarcato e ad interrogarci su come il connubio tra questi influisca e determini la vita delle donne.

La nostra riflessione non vuole essere estemporanea, ma costituire l’avvio di un percorso programmatico d’analisi e di lettura della fase storica così convulsa in cui viviamo, riscoprendo e rivalutando la centralità della lotta femminista. Pensiamo che proprio oggi ci sia più bisogno di femminismo non solo per lottare contro l’arretramento generalizzato dei diritti delle donne, ma anche perché il femminismo è uno dei terreni su cui si costruisce l’anticapitalismo.

La prospettiva della nostra riflessione prende avvio, dunque, dall’analisi del rapporto tra produzione e riproduzione e di come questo costituisca il cardine su cui poggia il capitalismo nel suo perpetrarsi.

In proposito risulta interessante la posizione espressa l’intervista del gennaio 2019 dalla femminista e marxista Tithi Bhattacharya che pubblichiamo di seguito come materiale di approfondimento.


Riproduzione sociale e il femminismo del 99%

Intervista di  Siggie Vertcommen  a Tithi Bhattacharya

Eloquenza, spirito vivo e cuore a sinistra, Tithi Bhattacharya è una delle grandi figure del fronte militante femminista, anche se, in quanto marxista, preferisce che la si chiami semplicemente compagna. Storica, militante, scrittrice e madre di famiglia, è anche autrice di analisi molto acute sul capitalismo, la nozione di genere, la teoria marxista, l’Asia del Sud-est, il colonialismo e l’islamofobia. In questi ultimi mesi, è andata nel Sud degli Usa per incontrare gli insegnanti in sciopero nella Virginia Occidentale ed in Oklahoma per incoraggiarli. L’anno scorso, quando non era occupata ad organizzare lo Sciopero internazionale delle donne, si trovava da qualche parte impegnata a tenere una vibrante arringa per sostenere la campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro la politica di occupazione israeliana.

 

Tithi Bhattacharya è professora supplente di Storia dell’Asia del Sud e Direttrice di Studi mondiali all’università Purdue. È autrice di numerosi libri, e in particolare The Sentinels of Culture: Class, Education, and the Colonial Intellectual in Bengal ( Oxford University Press, 2005)  e Social Reproduction Theory: Remapping Class, Recentering Oppression , (Pluto Press, 2017). E’ membro del movimento International Women’s Strike  negli Stati Uniti.

Nonostante il suo attivismo e straordinario impegno militante, ha trovato comunque il tempo di scrivere un nuovo libro. Nel suo lavoro pubblicato presso le edizioni Pluto Press, esplora con altre grandi figure di sinistra, come Nancy Fraser, Lise Vogel, Susan Ferguson, David McNally e Cinzia Arruzza, il concetto di “riproduzione sociale” per comprendere meglio la vita quotidiana nella società capitalista. Focalizzandosi su temi riguardanti la riproduzione sociale come gli asili nido, le cure sanitarie, le pensioni e la vita di famiglia, il libro analizza la relazione “olistica” esistente tra lo sfruttamento economico e l’oppressione sociale all’incrocio del genere, della razza, della classe e della sessualità.

La teoria della riproduzione sociale vive un momento di rilancio da alcuni anni. Di fronte ad un “dogma marxista” interessato soprattutto all’economia capitalista “produttiva” [che trova espressione nel periodo stalinista – Ndr.] e al ruolo del lavoro salariato, le femministe della riproduzione sociale mettono in luce tutto il lavoro necessario sul piano della  “cura”, dell’emozione, dell’affetto e della riproduzione a casa, sul posto di lavoro ed in seno alla comunità per mantenere in vita il capitalismo in quanto sistema globale.

Secondo Bhattacharya, la teoria della riproduzione sociale (TRS) presenta, in quanto alternativa sofisticata all’intersezionalità, contenuti fondamentali e concezioni strategiche per gli anticapitalisti, le femministe e gli antirazzisti del mondo intero che “sperano di unire il mondo”. Intervista a cuore aperto sul suo ultimo libro, la riproduzione sociale, il #metoo, la recente ondata di scioperi e l’importanza dei discorsi “non strutturati” sulle questioni di genere e di razza per dare una spallata alle analisi di classi “pure” [un approccio che, nelle analisi di Marx, almeno per quelle e quelli che l’hanno effettivamente letto, non esiste; lo si vede già nel libro del 1844 di Engels La condizione della classe operaia in Inghilterra – Ndr.].

 

Sigrid Vertommen – Secondo voi, qual è il contributo della teoria della riproduzione sociale alle categorie tradizionali di analisi marxista? Quale è l’interesse di tutto questo lavoro sul piano teorico e politico?

Tithi Bhattacharya –  La teoria della riproduzione sociale (TRS) non é un complemento del marxismo, é piuttosto un approfondimento delle idee di Marx sul valore-lavoro. Nel capitolo 21 del suo libro Il capitale Marx scrive che ogni processo di produzione sociale è anche un processo di riproduzione, ma non sviluppa mai veramente l’aspetto riproduttivo. La sua analisi del capitalismo si focalizza soprattutto sul plusvalore creato dal lavoro durante la produzione dei beni, ma non prende in considerazione la (ri)produzione della forza lavoro. [Sulla concezione della riproduzione in Marx v. il libro di Alain Bihr, La reproduction du capital: Prolégomènes à une théorie générale du capitalisme (deux volumes), Editions Page 2, 2001 Ndr.]. Il suo libro (Il Capitale) analizza la relazione « olistica » esistente tra lo sfruttamento economico e l’oppressione sociale all’incrocio del genere, della razza, della classe e della sessualità.

La TRS ha l’obiettivo principale di dimostrare che nel capitalismo esiste un relazione fondamentale tra la riproduzione della forza-lavoro, da una parte, e la produzione dei beni dall’altra. Basta pensare a tutto il lavoro che deve essere fatto in casa e ai contatti e agli accordi che devono essere presi con il partner, la baby sitter, i professori o i vicini prima cha la donna arrivi al suo luogo di lavoro al mattino. La TRS analizza le circostanze sociali nelle quali il lavoratore salariato, in quanto portatore di forza-lavoro e fonte di profitto, è riprodotto nel capitalismo quotidianamente e a livello intergenerazionale.

La TRS mette l’accento su due tipi di riproduzione: la riproduzione della forza-lavoro e la riproduzione delle relazioni sociali capitalistiche. Questi due tipi sono interdipendenti, hanno tra loro una relazione necessaria ma contraddittoria. La relazione è necessaria nel senso che, per il marxismo, la riproduzione della forza-lavoro è fonte di profitto per il capitalismo. Se non c’è lavoratrice, non ci sarà neppure profitto. Per vivere la lavoratrice ha bisogno di cibo, di vestiti, di un tetto, di istruzione, di cure sanitarie ecc. Il capitalismo deve in una certa misura preoccuparsi di questi bisogni, perché se cessa di investire in tutti questi bisogni fondamentali, i lavoratori semplicemente moriranno.

Ma questa relazione ha anche un carattere contraddittorio, nel senso che l’investimento nei bisogni fondamentali del lavoratore non é redditizio per il capitalismo. Investire in cure sanitarie statali di qualità, un’edilizia sociale decorosa o una produzione alimentare sana e sostenibile riduce i profitti diretti dei capitalisti. Il capitalismo deve, dunque, perpetuamente affrontare un dilemma poiché, da un lato dipende dalla forza vitale della classe lavoratrice, ma dall’altro non vuole investire troppo in essa. C’è una relazione allo stesso tempo necessaria e contraddittoria che la TRS assume come obiettivo di studio ed analizza.

 

Quel che è avvincente nel vostro lavoro è la definizione molto ampia della composizione della classe dei lavoratori/lavoratrici. Secondo voi, la classe dei lavoratori non si limita ai soli salariati. Potete spiegarlo meglio?

Salariato potrebbe essere la definizione esatta di chi oggi lavora in cambio di un salario, ma questa visione della lotta di classe è quella di un segretario sindacale sonnolente. Per noi, marxiste rivoluzionarie, fa parte della classe lavoratrice ogni persona della classe produttrice che nel corso della sua vita ha partecipato alla totalità della riproduzione della società, che il suo lavoro sia remunerato o no.

Questa visione integrata della classe unifica, dunque, sia l’ispano-americano impiegato a tempo parziale in un hotel di Las Angeles, che la madre di famiglia dell’Indiana che ha un contratto di lavoro flessibile per poter badare ai suoi figli a casa dati i prezzi troppo elevati degli asili nido, l’insegnante afro-americano impiegato a tempo pieno a Chicago e l’ex operaio bianco del sindacato United Automobile Workers (UAW) di Detroit che si ritrova disoccupato.

Bisogna, dunque, dimenticare l’idea comunemente ammessa secondo cui il capitalismo è un sistema unicamente economico. Il capitalismo non è solo un modo di produzione, è anche un insieme di relazioni sociali. Ed è precisamente su questo punto che vogliamo insistere nel libro. Il capitalismo implica sfruttamento ed estrazione di plus-valore ma anche  dominazione, alienazione ed oppressione. Se ci si limita a considerare il capitalismo unicamente come fatto economico, in questo caso la nostra storia non va al di là del quadro della fabbrica, del campo agricolo, dell’impresa o dell’ufficio, cioè del salario e del profitto (del plus-valore in senso stretto).

Con una visione così ristretta del capitalismo, si rischia di dimenticare che la relazione della lavoratrice con il suo salario esiste solo per la sua relazione con la vita. E’ ormai tempo di aggiungere la vita e le relazioni al problema della tirannia capitalista. I costituenti sociali necessari ad una vita soddisfacente sono le cure sanitarie, una pensione decente, gli asili nido, i trasporti pubblici, l’alimentazione. Sono queste cose che spingono la gente ad andare a lavorare. Le persone non vanno a lavorare perché amano ritrovarsi sedute dietro una scrivania ed essere rimproverate dal padrone, le persone sono obbligate ad andare a lavorare per sopperire ai loro propri bisogni e a quelli della famiglia.

Il « neoliberismo » é arrivato a privatizzare la gran parte di questi servizi sociali. Oltre ad attaccare i salari, il neoliberismo cerca anche di privatizzare l’acqua, l’elettricità, l’edilizia sociale, l’assistenza agli anziani e la sanità. Tutti questi attacchi contro dei settori vitali sono immediatamente e radicalmente sentiti dalla classe dei lavoratori, e questo spiega l’ondata di proteste contro la politica di austerità. Comunicare ad una lavoratrice che il suo salario verrà diminuito è una cosa, ma se le si dice che il suo rifornimento di acqua sarà tagliato, o che l’acqua che beve è carica di sostanze tossiche come a Flint, nel Michigan, essa comprende allora che è in gioco non solo la sua vita ma quella della sua famiglia e delle persone che ama.

Noi femministe della riproduzione sociale, me compresa, abbiamo cercato di analizzare queste azioni di protesta riproduttiva riguardanti l’acqua, le cure sanitarie, la pensione ecc. in una prospettiva di lotta di classe, perché esse sono necessarie a rigenerare la forza-lavoro. Il capitalismo non è, dunque, solo produzione delle merci, è anche riproduzione sociale della vita e della forza-lavoro, è per questa ragione che il concetto di lotta di classe deve essere allargato senza ulteriori indugi alle sfere della riproduzione sociale.

 

Se si dice che la riproduzione é un elemento del conflitto tra le classi, quali sono in questo caso le implicazioni strategiche per il lavoro specifico e organizzativo dei sindacati, delle organizzazioni delle donne ed organizzazioni femministe?

I sindacati erano per noi gli strumenti migliori per manifestare la nostra opposizione, purtroppo oggi la scatola degli attrezzi rivoluzionari manca disperatamente di un sindacato militante per lottare contro le disparità salariali. Dall’apparizione del neoliberismo negli anni 1970, la situazione del lavoro tanto al Nord come al Sud è marcata dall’assenza di sindacati o, quando ce ne sono, si tratta di sindacati deboli e docili.

Oggi che i salari sono attaccati, non abbiamo più da parte dei sindacati lo stesso sostegno che avevamo negli anni 1930 o 1960 per lottare collettivamente contro le diminuzioni salariali. E questo in un contesto in cui i salari reali diminuiscono dappertutto nel mondo ed il tempo di lavoro aumenta considerevolmente. La speranza che la gente riponeva nei sindacati, inoltre, è stata tradita da una parte da decenni di azioni sindacali verticistiche, dall’altra dalla trasformazione del sindacato in una impresa che il capitalismo preferisce ormai gestire piuttosto che combattere. Se vuole recuperare le sue forze, il sindacato deve tornare ad essere uno strumento di potere sociale della classe dei lavoratori, come era negli Usa negli anni 1930 all’epoca del “class struggle unionism” (sindacalismo di lotta classista).

Questo implica che da una parte si comprendano bene quali sono i bisogni dei lavoratori sul luogo di lavoro e i loro bisogni fuori del lavoro, ma dall’altra anche qual è la relazione che esiste tra i due piani. Facciamo un esempio. Immaginiamo che il vostro sindacato vi dica: ”Noi difenderemo il tuo salario ma se il ministero dell’Immigrazione attacca te e la tua famiglia, noi non interverremo”. Se si paragona questo sindacato ad un sindacato che aiuta le comunità di immigrati nella lotta contro le espulsioni o la gentrificazione razziale, si constata una differenza enorme sul piano del rispetto, della fiducia e della riconoscenza. E’ questa forma di sindacalismo di lotta classista che bisogna far rivivere e ritrovare.

Il nostro lavoro in quanto femministe, marxiste e rivoluzionarie, in generale, é di andare incontro alle organizzazioni delle donne, dei movimenti di liberazione palestinesi o ancora del movimento Black Lives Matter per insistere sulla necessità di lottare contro le diseguaglianze salariali. Ai nostri sindacati e movimenti sindacali, dobbiamo dire che la lotta per salari equi non risolverà i problemi di razzismo, di sessismo e di imperialismo. Un sindacato che  non è capace di fare questo collegamento non avrà alcuna chance di vincere, neppure da uno stretto punto di vista di lotta salariale.

 

Potete farci qualche esempio di sindacati capaci di stabilire questo collegamento?

Negli Usa ci sono ottimi esempi di sindacati che in questi ultimi anni hanno aperto la porta ad un nuovo tipo di organizzazione sindacale. Il primo è il sindacato degli insegnanti a Chicago, il Chicago Teachers Union, che si è autoproclamato sindacato per la giustizia sociale. A Chicago, e in particolare nei quartieri afro-americani e ispano-americani, numerose scuole sono state chiuse in questi ultimi anni. Il Chicago Teachers Union si è battuto contro la chiusura di queste scuole e si è anche impegnato a fianco della comunità locale nella lotta contro le espulsioni. Quando nel 2012 il sindacato si è concretamente messo in sciopero, queste comunità marginalizzate hanno sostenuto lo sciopero in maniera incondizionata, perché esse conoscevano già il sindacato, perché hanno riconosciuto la bandiera del sindacato che aveva lottato al loro fianco. E’ per questa ragione che lo sciopero degli insegnanti a Chicago ha avuto un tale successo.

Più recentemente, e a scala molto più ridotta, abbiamo anche l’esempio del ramo sindacale degli autisti di mezzi pesanti a New York, attivo nella lotta contro le nuove misure di espulsione adottate dall’amministrazione Trump. E’ questa la strada da seguire per ritrovare la forza sociale che i sindacati avevano un tempo.Lo Sciopero internazionale delle donne è un altro esempio di “punto di congiunzione” in cui tutti questi movimenti di lotta possono unirsi. Il progetto femminista anticapitalista promuove un femminismo di classe lavoratrice, un femminismo per il 99%. Sindacati e organizzazioni devono raddoppiare gli sforzi per collegare le questioni tradizionalmente considerate come questioni economiche o di classe e le questioni della riproduzione sociale. E’ il solo modo per andare avanti.

 

In un capitolo appassionante del vostro ultimo libro, Nancy Fraser traccia la storia dei diversi modi di riproduzione sotto il capitalismo, dal capitalismo industriale del XIX secolo e il colonialismo fino allo Stato-provvidenza keynesiano del dopoguerra e il neo-liberismo a partire dagli anni 1970. Qual è la particolarità del modo di riproduzione neoliberista? E qual è la differenza con i modi di riproduzione precedenti?

Si distinguono due tendenze nel modo di riproduzione neoliberista. La prima riguarda la privatizzazione diretta e brutale dei servizi e delle istituzioni di prima necessità. Che si tratti dell’acqua, la sanità, l’insegnamento, la casa, l’alimentazione, le sementi o il petrolio, il neoliberismo ha rotto il patto keynesiano che esisteva tra lo Stato e il capitale nel mondo dal dopoguerra.

La seconda riguarda un’altra mercificazione: il lavoro produttivo che prima era svolto “gratuitamente” per mezzo del lavoro non pagato delle donne casalinghe o, in un’epoca ancora più lontana, dagli schiavi, è oggi mercificato e trasformato in occupazione molto mal pagata sul mercato del lavoro. Se si prendono come esempio l’economia e il mercato del lavoro americano, si osserva che la maggioranza dei posti di lavoro creati nell’economia americana nel settore dei servizi è costituita da impieghi legati alla riproduzione sociale della forza lavoro e che sono per lo più ricoperti da donne. Mi riferisco alle donne delle pulizie, alle baby sitter, alle infermiere, alle lavoratrici del sesso. Sulla totalità dei posti di lavoro creati nel settore dei servizi, il 57% sono impieghi che riguardano la sfera della riproduzione sociale, sanità, servizi sociali e alimentazione.

L’aver portato sul mercato questi impieghi non ha fatto altro che rendere più pesante il lavoro domestico per le donne della classe lavoratrice. Il solo gruppo che ne ha tratto profitto è un piccolo gruppo di donne appartenente all’élite. Esse hanno potuto infrangere il tetto di cristallo per diventare amministratore delegato (CEO), professore o magistrato scaricandosi dei loro compiti di riproduzione sociale, che hanno affidato ad una bambinaia indiana e ad una cameriera afro-americana. Le donne della classe lavoratrice e le donne di colore, al contrario, hanno visto il loro carico di lavoro raddoppiare: lavorare al domicilio di un’altra persona per un salario minimo oltre il lavoro domestico abbrutente e interminabile nelle loro case.

 

 Come si organizzano  la riproduzione sociale e il lavoro riproduttivo nella vostra società postcapitalista ideale? Sostenete uno Stato-provvidenza forte, in cui le cure e la riproduzione sono collettivizzate? O siete piuttosto per la creazione di beni riproduttivi comuni, con asili autonomi, un reddito di base o un salario al lavoro domestico come strumento di giustizia riproduttiva?

Viviamo in un contesto neoliberista impietoso in cui il capitalismo opprime le comunità, le donne e la natura e minaccia tutte le attività della vita quotidiana. A prima vista, la soluzione keynesiana di rafforzare lo Stato-provvidenza sembra molto attraente. Sicuramente mi farebbe enormemente piacere avere uno Stato-provvidenza ampio e forte, che preveda per tutti sanità ed edilizia sociale, io sostengo d’altra parte i movimenti che lottano per questo obiettivo, tuttavia un ritorno e una rinascita dello Stato-provvidenza non significherebbe la fine della questione, ma piuttosto un inizio. E’ qui che si separano le strade delle femministe riformiste e femministe rivoluzionarie.

Abbiamo  maggiori  ambizioni e puntiamo su un obiettivo molto più grande, cioè lo smantellamento del capitalismo e l’instaurazione di un controllo sui mezzi di produzione e di riproduzione esercitato democraticamente dalla maggioranza dei cittadini. Se lottiamo per un simile progetto non è per romanticismo o utopia, ma perché siamo ben coscienti che anche riuscendo a dare nuova vita allo Stato-provvidenza, ad ottenere la sanità gratuita per tutti, a salvare il NHS (Servizio Nazionale per la  Salute del Regno Unito]  e a istituire un reddito di integrazione in India, tutto andrà nuovamente perduto al prossimo ciclo di crisi capitalistiche. Il capitalismo, infatti, è un sistema sensibile alle crisi cicliche. Le conquiste ottenute in un periodo di prosperità saranno di nuovo attaccate in periodo di crisi e la generazione successiva dovrà combattere la stessa lotta ancora una volta. Quel che vogliamo è una soluzione permanente, sia per le generazioni future che per la sopravvivenza del nostro pianeta

 

Che aspetto avrà, dunque, la riproduzione sociale dopo la rivoluzione ?

Anche se, come marxiste, non stiamo progettando la società comunista ideale, dirò – riferendomi alle idee dei primi marxisti e, in particolare, di certe correnti che si richiamano ai bolscevichi [che al loro interno hanno costantemente avuto dibattiti vivi e pubblici, ciò che ne faceva l’inverso di una setta, almeno fino all’inizio degli anni 1920 Ndr.] – che il problema principale che attiene all’oppressione delle donne è la distinzione che si fa tra produzione e riproduzione. Bisogna abolire questa distinzione e questo è possibile solo riorganizzando la produzione in funzione dei bisogni umani. A sua volta questo permetterà di cancellare “l’attribuzione di  genere” nella riproduzione sociale, facendo di questi processi una responsabilità sociale di tutti e non solo delle donne.

Sul piano pratico bisognerà, per esempio, spostare  il lavoro domestico e non pagato delle donne dalla sfera privata familiare e renderlo collettivo. Tutti i compiti domestici noiosi, fastidiosi, che condannano all’isolamento, devono essere tolti dalla sfera privata e socializzati sia per mezzo delle istituzioni che forniscono cure e servizi collettivi, sia mediante la partecipazione di ogni membro della comunità ai compiti domestici. Non è che noi, donne attive, non amiamo cucinare, ma il fatto è che non abbiamo scelta e che ogni giorno siamo obbligate a cucinare dopo una giornata intera di lavoro. Il fatto di non avere scelta è mortale per lo spirito e l’anima. La socializzazione del lavoro domestico non significa che non c’è più scelta individuale, ma che questa scelta acquista per la prima volta il suo vero senso.

 

Non sono affatto d’accordo con la campagna Wages for Housework (salario al lavoro domestico), lanciato negli anni ’70 da femministe autonomiste come Silvia Federici, Selma James e Mariarosa Dalla Costa. Sono d’accordo con il fatto che il lavoro domestico è la base della creazione del valore, perché riproduce la forza lavoro, ma il lavoro domestico non crea plusvalore come fa la produzione mercantile. Reclamare un salario per questo lavoro è, secondo me, una cattiva strategia.

Ciò detto, noi femministe della riproduzione sociale siamo estremamente riconoscenti a queste pioniere del femminismo autonomo per aver attirato l’attenzione sul lavoro non pagato. Sicuramente non sono state le prime a farlo, prima di loro ci sono stati i bolscevichi e le tradizioni rivoluzionarie dei lavoratori neri negli Usa, ma queste tradizioni rivoluzionarie si sono perdute nel dopo guerra. Le femministe autonome italiane hanno fatto un lavoro formidabile riprendendo queste tradizioni radicali e ci hanno spinto a considerare il capitalismo nel suo insieme, in quanto unità di produzione e riproduzione.

 

Come si può aderire al movimento Metoo dal punto di vista della TRS e del femminismo marxista ? Fino ad oggi sono state spesso delle femministe radicali e liberali che si sono appropriate del tema della violenza sessuale e sessista, indicando la natura predatrice dell’uomo come fonte di tutti i mali.

Il  movimento Metoo ci ha fatto fare un passo avanti notevole. Quel che è esaltante, non è che le donne abbiano preso coscienza delle violenze sessuali sul loro posto di lavoro, le donne ne hanno sempre avuto coscienza, le hanno sempre affrontate e contestate, ma ciò che è fantastico è che il silenzio che è stato imposto a noi donne per decenni è stato rotto pubblicamente. Il fatto che questo silenzio sia un silenzio imposto, é un particolare importante. Il silenzio non è dovuto al fatto che le donne hanno paura di parlare, ma ci è piuttosto imposto dalle relazioni sociali capitalistiche. Permettetemi di fare due esempi di questo silenzio imposto.

Se si pensa a tutti gli ostacoli di natura infrastrutturale con cui le donne fanno i conti quando vogliono denunciare un crimine sessuale, e in particolare la polizia e il sistema giudiziario che non sono propriamente nostri amici, le donne non hanno altra scelta che tenere per loro il trauma subito o parlarne unicamente ai loro parenti ed amici intimi. Se negli Usa volete, per esempio, denunciare un senatore o un membro del Congresso per violenza sessuale, siete obbligate ad accettare una mediazione e a seguire una terapia di un anno prima di poter presentare una querela ufficiale. Questi ostacoli si aggiungono alla vergogna e ai rimproveri del tipo “avevi bevuto troppo”, “la tua gonna era troppo corta” e altre sciocchezze misogine di questo genere.

Il secondo problema é ugualmente di ordine infrastrutturale, ma forse meno scioccante. Perché una donna non si rivolta contro il padrone che l’aggredisce sessualmente o le fa delle avances fuori luogo? La risposta del capitalismo a questa domanda è sia che ha paura, sia che è complice. La risposta della TRS è che il suo status sociale rischia di essere seriamente compromesso secondo la sua origine etnica, la sua classe, la sua appartenenza sessuale e la sua condizione di immigrata. La lavoratrice immigrata vittima di violenze commesse dal padrone o da un collega dovrà molto probabilmente frenare la lingua e continuare a subire violenze, se non vuole rischiare di perdere l’impiego o di dover cambiare lavoro col rischio che succedano le stesse cose.

Oltre ad avere un basso salario, le lavoratrici immigrate non hanno diritto ad un sistema di cure sanitarie e a servizi sociali solidi e affidabili. Se siete licenziate in un paese come gli Usa, non c’è continuità di sicurezza sociale tra il giorno in cui siete licenziata e quello in cui trovate un nuovo lavoro, e questo vuol dire non avere accesso alle cure sanitarie e ai servizi pubblici per aiutare voi e la vostra famiglia, nel periodo in cui vi ritrovate senza occupazione. Il problema endemico dell’abuso sessuale sul posto di lavoro è legato all’assenza di un sindacato in quella situazione lavorativa e all’assenza di servizi di riproduzione sociale fuori del lavoro. Sono queste cose che impongono il silenzio alle donne e impediscono loro di denunciarne gli autori.

E’ il genere di connessioni che lo Sciopero internazionale delle donne tenta di stabilire: tra la violenza sessuale e sessista e le relazioni capitalistiche. Battersi contro un padrone o un marito violento è necessario, ma non è sufficiente. Noi dobbiamo batterci per un sistema che ci garantisca un sindacato forte in grado di difendere i nostri diritti sul lavoro così come per un sistema di sicurezza sociale solido, indipendente dal lavoro nel caso in cui perdiamo il nostro impiego. A Chicago le donne delle pulizie del settore alberghiero e i loro sindacati si sono battuti per ottenere un pulsante d’allarme che esse  possono azionare contro le violenze capitalistiche.

 

Le vostre riflessioni, idee ed opinioni in materia di riproduzione sociale come hanno arricchito l’organizzazione del movimento International Women Strike (IWS) negli Usa ?

Due anni fa, con un gruppo di compagne femministe fantastiche, ho aderito al movimento IWS negli Usa. Nel quadro del nostro progetto femminista militante tentiamo di fare diverse cose:

° Prima di tutto agire contro la capitalizzazione del femminismo. Come ho spiegato prima, la tendenza dominante del capitale neoliberista non è di respingere il discorso femminista in toto, ma di trasformarlo in  discorso centrato sul capitale. Contro una visione snaturata del femminismo, l’IWS ha dato corpo ad un femminismo chiaramente anticapitalista, il femminismo del 99%.

° In secondo luogo, l’uso del termine « sciopero » era molto importante ai nostri occhi, ma questo ci é valsa la critica di differenti sezioni della destra americana. Questo termine l’abbiamo impiegato deliberatamente. Quello che volevamo era attirare l’attenzione su di un principio fondamentale della TRS, cioè il fatto che il lavoro salariato e la riproduzione sociale sono aspetti diversi di una stessa unità capitalista e perciò opporsi ad una forma implica il rivoltarsi contro l’altra. Noi non pensavamo, e ancora non lo pensiamo, che la forza sindacale negli Usa possa essere ricostruita rafforzando il reclutamento nei luoghi di lavoro, nel senso stretto del termine. Noi crediamo piuttosto che è attraverso una grande lotta sociale che riunisca lavoratori, donne e persone di colore che si potrà creare il contesto che permetterà di sviluppare l’attività sindacale. Non è un caso se l’anno scorso tre scuole hanno chiuso l’8 marzo, perché gli insegnanti, per la maggior parte donne, avevano rifiutato di andare a lavorare, dimostrando così concretamente la forza di un femminismo di lotta classista.

° Infine, é impossibile discutere della TRS senza abbordare la questione del fortunato sciopero delle insegnanti e delle infermiere attualmente in corso in tutti gli Stati Uniti. Mi trovavo in Virginia Occidentale durante lo sciopero delle insegnanti e posso dirvi che ho vissuto uno dei più bei week end della mia vita intervistando gli scioperanti e imparando un sacco di cose nell’ascoltarli.

° La domanda che bisogna farsi  é sapere perché le lavoratrici [e anche lavoratori, in numero più marginale – v. le azioni collettive nel settore salute in Francia, le mareas blancas nello Stato spagnolo, ecc. Ndr.] riproduttive – cioè noi insegnanti, infermiere, donne delle pulizie – costituiscono la sezione più militante della classe lavoratrice americana. Né i padroni, né i burocrati sindacali sanno spiegarlo. Tenterò di dare una risposta. Non è solo perché, come abbiamo ricordato prima, il settore conosce una grandissima espansione, cosa che è vera, o a causa dei tagli di spesa devastanti in questi campi occupazionali, è anche perché, e questo è un punto fondamentale, il lavoro delle persone crea le condizioni necessarie al funzionamento del sistema e le lavoratrici ne sono coscienti. Che succede se le scuole chiudono? Quando le infermiere rifiutano di prestare le cure? Quando le immigrate rifiutano di pulire? Il lavoro sul quale il sistema si appoggia, anche se non crea plusvalore diretto, ha un potere enorme sul sistema. E’ quello che le nostre insegnanti, infermiere e donne delle pulizie hanno insegnato al capitale. E speriamo che nei giorni a venire ci saranno sempre più picchetti di scioperanti in cui si  tengano e si trasmettano questo genere di lezioni.

 

Voi siete attivista e professora a tempo pieno. In quale misura la maternità ha influenzato la vostra vita politica, intellettuale e professionale? E’ un arricchimento o più un ostacolo, o entrambe le cose?

Sono nel movimento della sinistra dall’età di 16 anni. Mi sono sempre considerata marxista o marxista rivoluzionaria. In questa veste mi sono sempre battuta contro l’oppressione delle donne. E’ solo dopo il 2008, dopo la nascita di mia figlia, che ho cominciato a sentire il legame tra la questione di genere e il capitalismo, non solo sul piano intellettuale ma anche sul piano fisico, e ho voluto  che mi si definisse femminista marxista. La gravidanza, il parto e i primi anni passati ad occuparmi di mia figlia mi hanno trasformato improvvisamente, sono passata dall’essere una donna attiva, energica e sessualmente desiderabile a madre di famiglia continuamente stanca, angosciata, attenta al suo fisico e inquieta.

La poetessa e femminista americana Adrienne Rich [anche autrice del celebre libro Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution, ndlr.] mi ha salvata con la sua distinzione tra maternità in quanto esperienza, di cui avevo più o meno goduto, e maternità come istituzione, che istintivamente odiavo. Il mio compagno mi ha aiutato a godere di più della prima e preoccuparmi meno della seconda. Dopo il 2008, la parola “femminista” ha modificato il mio atteggiamento mettendomi in relazione con le storie e le cose che avevo sempre difeso, ma dalle quali non mi sentivo forse molto coinvolta. Ciò vale certamente per tutte i tipi di cure, e non solo per la maternità. Il femminismo ha svegliato in me un marxismo rivoluzionario in modo da modificare il senso e il progetto dei due campi.

Intervista pubblicata a luglio 2018 sulla rivista olandese LAVA MAGAZINE

Pubblicata da A L’ENCONTRE il 13 gennaio 2019

https://alencontre.org/?s=Siggie+Vertcommen++a+Tithi+Bhattacharya