La difficile estate dei lavoratori fabrianesi

di Marilena Maragliulo

Mentre l’estate degli italiani è scandita dal martellamento del ministro Salvini su barconi e migranti, nuova ed efficacissima arma di distrazione mediatica, cala il silenzio sulle migliaia di lavoratori che da un giorno all’altro si ritrovano sul lastrico, spesso senza preavviso. Gli ultimi casi eclatanti quelli degli operai della Whirlpool di Napoli, che hanno appreso della volontà di chiudere lo stabilimento da un fredda nota aziendale, e dei dipendenti di Mercatone Uno che presentatisi al lavoro hanno trovato chiuse le porte dei punti vendita.

Estate difficile anche per quei lavoratori marchigiani alle prese con vertenze aperte e di difficile risoluzione. Ci riferiamo a quel territorio intorno a Fabriano, piccola cittadina dell’entroterra al confine con l’Umbria, che per decenni, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, ha rappresentato il volano produttivo del Centro Italia, specializzato nella produzione di elettrodomestici, tanto da meritarsi il nome di “Capitale del bianco”. Un’isola felice, ai piedi dell’appennino, di ricchezza e benessere. Per anni nessuna nube all’orizzonte: lo chiamavano “il miracolo economico marchigiano”. A guidarlo una storica famiglia di imprenditori italiani, i Merloni. Ma la tempesta è arrivata e ha spazzato via tutto. La crisi del 2008 ha travolto anche questo territorio e quel capitalismo della piccola provincia italica, che per anni ha elargito prebende e lavoro ai suoi figli obbedienti e grati, ma che di fronte al pericolo non ha esitato a fuggire con il bottino, mostrando la sua vera faccia, con buona pace dei lavoratori.

In questi dieci anni, dall’indignazione iniziale e dalla mobilitazione collettiva a cui sono seguiti mesi di picchetti, presidi, occupazioni si è passati alla progressiva rassegnazione. Si è ripiegato su prepensionamenti, mobilità volontaria e contratti di solidarietà. Migliaia di posti di lavoro perduti, un tessuto sociale martoriato. Per anni la sopravvivenza di quei pochi rimasti al lavoro è stata appesa al filo del rinnovo della cassa integrazione.

La crisi ad oggi perdura e rischia anzi di acuirsi nei prossimi mesi. Tre le principali vertenze aperte sul territorio e su cui è alta l’attenzione dei lavoratori in questi mesi d’estate.

Da Indesit a Whirlpool

Nel 2014 lo storico marchio Indesit (ex Ariston, fondata negli anni Trenta dal capostipite della famiglia Merloni, Aristide), l’azienda simbolo della produzione di elettrodomestici in Italia, viene acquisita dalla statunitense Whirlpool. Un passaggio non indolore che ha comportato la chiusura dello stabilimento di Albacina, i cui operai erano già stati decimati dalla crisi del 2008.

A maggio l’annuncio della probabile chiusura dello stabilimento Whirlpool di Napoli fa salire nuovamente l’allerta tra gli operai di Melanoe gli impiegati della sede di Fabriano.L’azienda annuncia la chiusura a Napoli in nome della ridotta produttività del sito. Tutto ciò nonostante in autunno si fosse impegnata, dietro elargizione di cospicui incentivi pubblici, con un accordo sottoscritto alla presenza anche del ministro del lavoro Di Maio, a garantire un piano di sviluppo e a mantenere i livelli occupazionali in tutti gli stabilimenti. Accordo rivelatosi presto carta straccia, come ben dimostra il processo di delocalizzazione avviato da qualche mese negli uffici di Fabriano, e che ha visto già il trasferimento di 30 posti di lavoro in Polonia, nonostante l’accordo prevedesse il mantenimento nello stesso luogo delle posizioni lavorative. L’azienda non chiarisce quale sarà il destino degli altri impiegati, quasi 600, che pare non abbiano alternativa tra accettare la mobilità volontaria o riqualificarsi e, di conseguenza, essere a rischio trasferimento.

La parabola della ex Antonio Merloni.

In crisi anche la JP Industries, ex Ardo, un tempo marchio storico nella produzione del bianco, originariamente facente capo a un altro componente della famiglia Merloni, Antonio, specializzata nella produzione di elettrodomestici per conto terzi. L’attuale proprietà dell’imprenditore marchigiano Giovanni Porcarelli è subentrata dopo la crisi che ha travolto l’azienda nel 2008 e che ha portato alla chiusura di due stabilimenti. Dal 2012, dopo varie proposte di acquisto, tra cui quella di una holding cinese, viene approvata la vendita dell’intero comparto industriale(lo stabilimento umbro e i due fabrianesi) a Porcarelli, che riconverte la ex Ardo in JP Industries. L’acquisto si rivela subito una svendita al ribasso. La proprietà ha la possibilità di acquisire l’intero perimetro industriale a un prezzo cinque volte più basso, di usufruire degli incentivi di Governo e Regione per il salvataggio della ex Antonio Merloni, riassumendo solo 700 dei 2300 lavoratori originariamente in organico.

In questi anni la situazione non è migliorata, anzi è peggiorata ulteriormente. È di questi giorni la notizia della deposizione da parte di Porcarelli di domanda di concordato in bianco: vale a dire dichiarato fallimento, per debiti che ammontano a cifre ingenti. Un duro colpo per quei lavoratori, ormai ridotti a poco più di 600, che aspettano gli stipendi arretrati di sei mesi, stipendi che dopo il concordato resteranno congelati, con la magra prospettiva della cassa integrazione in scadenza a fine anno. Gli annunciati partner finanziari interessati al rilancio del progetto industriale puntualmente non sono arrivati, come pure sono stati disattesi i tempi degli incontri al Mise, tardivi e senza risposte risolutive: tutto ciò in assenza di un piano di riconversione credibile.

Cartiere: la Storia della carta svenduta ai privati.

Ma Fabriano non è conosciuta solo per la produzione del bianco. Ha una lunghissima tradizione nella produzione della carta. Le cartiere Miliani, fondate alla fine del Settecento, rappresentano un pezzo di storia del movimento operaio italiano. Per anni proprietà del Poligrafico dello Stato, oggi tra le pochissime cartiere autorizzate dalla BCE alla produzione di banconote in Euro, nel 2001 vengono acquisite dal Gruppo Fedrigoni con la fuoriuscita di oltre 400 dipendenti.

Nel 2017 le Cartiere Fedrigoni e con esse l’area Marche delle ex Cartiere Miliani sono state rilevate dal fondo finanziario statunitense Bain Capital per 650 milioni di euro. Si tratta di un fondo specializzato in acquisizioni, che negli anni ha investito in diverse realtà industriali e in diverse parti del mondo:la tecnica consiste nel finanziare una società non quotata in Borsa ma dotata di elevate potenzialità di crescita, per poi disinvestire con lo scopo di ottenere profitti dalla vendita delle azioni. Basti il caso di Ideal Standard, la nota azienda un tempo leader nella produzione di ceramiche sanitarie che, dopo l’acquisizione nel 2007 da parte di Bain Capital, ha subito un progressivo smembramento, fino alla chiusura di uno degli ultimi stabilimenti rimastiin provincia di Frosinone.

Questo ennesimo avvicendamento al vertice non tranquillizza i lavoratori che da poco hanno appreso dalla stampa dell’intenzione di cedere alcuni settori ritenuti di “secondaria importanza” come la divisione “banconote e sicurezza”. L’unità produttiva dedicata alla produzione delle banconote, che conta circa un centinaio di lavoratori è a regime ridotto. I lavoratori di quella linea sono stati ridistribuiti nello stabilimento di Rocchetta, prendendo il posto di quei lavoratori con contratto a termine, circa 20, che non vedranno il rinnovo. Ad oggi la proprietà non ha ancora presentato alcun piano industriale. Su pressione di lavoratori e sindacati si è riusciti ad ottenere il prossimo 24 luglio un incontro tra parti sociali e proprietà, il primo a più di un anno dall’acquisizione.

L’ultima delle eccellenze storiche, simbolo di un territorio, per cui Fabriano da secoli è conosciuta in tutto il mondo, è stata letteralmente svenduta a un fondo finanziario, il processo di progressiva privatizzazione iniziato venti anni fa fu allora spacciato per inevitabile. Salvo oggi assistere a uno scippo delle commesse di produzione dell’Euro da parte della BCE che destina il 50% delle gare alle cartiere francesi di proprietà dello Stato.

Nel frattempo il poligrafico dello Stato si attrezza, con la sua cartiera di Foggia, per la produzione di carte di sicurezza, banconote comprese, candidandosi a diventare un concorrente diretto delle cartiere fabrianesi che da anni hanno una linea dedicata a questa produzione, e di cui un fondo finanziario statunitense vuole liberarsi, considerandolo di secondaria importanza.

La crisi la paghi chi l’ha prodotta

La questione del lavoro in un territorio come questo, massacrato da anni di crisi e di scelte scellerate prese a scapito di lavoratori e famiglie, è di primaria importanza. Chi ha fatto la propria fortuna per anni sulla pelle delle persone, espropriando vite e risorse, è fuggito al momento opportuno, lasciando dietro di sé il deserto sociale, mostrando la vera faccia di quel capitalismo italiano, non dissimile in nulla dal capitalismo di rapina delle grandi multinazionali e dei fondi finanziari privati: mordi quanto e più possibile e poi fuggi con il bottino!

Ciò è potuto accadere anche grazie alla complicità della politica con quei settori del capitalismo responsabili del disastro: amministrazioni comunali e giunte regionali di centro sinistra che negli anni hanno affidato la gestione della crisi ai propri carnefici, elargendo loro fondi e incentivi pubblici. L’attuale giunta comunale a guida M5S, la prima dopo anni di dominio incontrastato del PD, non si discosta molto dai suoi predecessori nella gestione della crisi occupazionale.

Bisogna dire con forza che gli effetti della crisi non devono più essere pagati da chi la crisi non l’ha prodotta.Per far ciò bisogna ricominciare dalla mobilitazione collettiva e dal basso, con l’obiettivo di unificare le vertenze, rifiutando il ricatto di condizioni di lavoro al ribasso, e rivendicando lavoro anche per chi l’ha perduto. Bisogna riportare il potere di decidere nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori, promuovendo meccanismi democratici di autogoverno e di partecipazione della popolazione, esigendo il diritto a poter decidere dei propri destini.

Lo Stato smetta di regalare soldi a privati e imprese e li investa in grandi progetti pubblici per creare posti di lavoro stabili e sicuri, rilanciare i servizi come sanità e scuola, riconvertire le produzioni inutili e dannose, tutelando l’ambiente e il territorio.

Una proposta centrale in questa fase deve riguardare non solo la difesa del posto di lavoro ma anche la creazione di nuova occupazione. E questo è possibile solo in una prospettiva di riduzione del tempo complessivo di lavoro (orario ed età pensionabile) a parità di salario. Questo permetterebbe a chi già ce l’ha di conservare il lavoro a condizioni più dignitose e di liberarne altro da destinare a chi non ce l’ha.

Ma perché queste proposte attecchiscano occorre ripartire dai luoghi di lavoro, sia nei posti dove le lotte ci sono sia dove le lotte sono state sconfitte o non sono mai iniziate, per piegare la rassegnazione e lo scoramento. Solo così si può dimostrare che un altro futuro è possibile, se ci si autorganizza, solidali, nella lotta!