Le grandi manovre dei padroni dell’auto e la crisi industriale in Italia

di Franco Turigliatto/
Di breve durata il fidanzamento tra FCA e Renault e niente matrimonio.
Di fronte ai continui rimandi e al gioco al rialzo  dell’azionista principale della Renault, cioè il governo francese,  la direzione della FCA ha ritirato l’offerta di fusione prendendo atto “che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo” e come lo stesso Elkan ha spiegato in una lettera inviata a tutti i dipendenti della FCA: “Ci vuole coraggio per iniziare un dialogo come abbiamo fatto noi. Quando però diventa chiaro che le conversazioni sono state portate fino al punto oltre il quale diventa irragionevole spingersi, è necessario essere altrettanto coraggiosi per interromperle e ritornare immediatamente all’importante lavoro che abbiamo da fare.”
La vicenda la dice lunga su che quali siano gli interessi diversi e contrapposti delle grandi corporations e dei loro azionisti anche quando sono spinti ad unire le forze: siamo di fronte a grandi bande a delinquere ben determinate a garantire i loro profitti sulla pelle dei lavoratori ed a scapito degli uni o degli altri. La proposta di fusione avanzata dalla FCA era molto favorevole per gli azionisti della casa italoamericana, a partire dal dividendo di due miliardi  e mezzo che avrebbero ricevuto; difficile pensare che oltralpe non avrebbero avanzato compensazioni pesanti e che lo stato francese non avrebbe messo tutto il suo peso nella vicenda.
Per non parlare delle ovvie diffidenze e diversità di interessi della Nissan, alleata storica della Renault, venuta a sapere all’ultimo momento della proposta FCA. I giapponesi hanno specificato che la fusione avrebbe comportato la completa ridiscussione dei rapporti con la casa francese. E senza la partecipazione della Nissan e delle sue tecnologie la fusione diventava poco efficace. Lo specialista dell’auto Berta ha affermato categoricamente: “Non poteva funzionare: Nissan non si è fatta fregare”.
Poco visibili, ma non meno presenti le pressioni sul governo francese della PSA che vedeva come il fumo negli occhi il rafforzamento di pericolosi concorrenti.
In ogni caso non è dato ai comuni mortali sapere esattamente quali siano state le dinamiche e i contenuti di una trattativa in cui alla fine Manley e Elkan hanno deciso di sottrarsi perché avendone perso il controllo. Difficile dire anche se si tratta di una rottura definitiva oppure, come alcuni esponenti francesi pensano, tra cui l’economista Fitoussi, essa sia ancora ricomponibile.
Esiste infatti una necessità obbiettiva per le  due case. nel quadro delle dura concorrenza capitalista, di procedere a delle fusioni per riuscire a mantenersi in buona posizione, a realizzare economie di scala e a disporre dei capitali necessari per operare quei profondi cambiamenti produttivi richieste dalle nuove normative, dalle nuove tecnologie e dai problemi ambientali. Anche perché i risultati dei marchi Renault e soprattutto di quelli Fiat (non quelli Jeep) sono stati alquanto deludenti nel 2018.
Naturalmente fidanzamenti e matrimoni sono possibili in altre direzioni, come per altro si evince dalle dichiarazioni del presidente FCA. La FCA adesso è sola, in una condizione difficile, ed è gioco forza che continui a guardarsi intorno per possibili alleati. Non possiamo che denunciare ancora una volta l’enorme potere di cui dispongono queste multinazionali di scelte che incidono straordinariamente sulla vita dei lavoratori e sui territori interessati agli insediamenti delle loro fabbriche.
In Italia questa vicenda ha aperto una discussione in cui il governo in carica è stato chiamato in causa per la sua mancanza di iniziativa totale. In particolare il PD e il suo giornale di agitazione “La Repubblica” hanno accusato l’esecutivo di non avere alcun orientamento su una questione così importante. Questo di certo è vero, ma è anche il caso di dire: “da che pulpito”. I governi a trazione PD, come per altro tutti i governi italiani, si sono ben guardati sempre dal disturbare il manovratore, cioè la grande multinazionale degli Agnelli e tanto meno hanno detto parola di fronte all’operazione sviluppata negli anni di trasferimento oltre oceano di una azienda costruita sul sacrificio e sfruttamento di migliaia di lavoratori. L’ultimo piccolo, ma simbolico episodio, è avvenuto pochi mesi fa quando il presidente del Piemonte Chiamparino e la sindaca di Torino, Appendino avevano deciso di tenere il Consiglio regionale e quello torinese congiunti ed aperti per discutere del futuro delle fabbriche FCA invitando i dirigenti dell’azienda;  di fronte al rifiuto di questi di parteciparvi hanno semplicemente revocato questa modesta iniziativa politica. Il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori della FCA in Italia resta del tutto incerto, come lo sarebbe stato nel caso in cui la fusione fosse andata in porto.
La telenovela FCA Renault avviene in un quadro produttivo e occupazionale profondamente deteriorato nel nostro paese. Era noto da mesi il gran numero di aziende che minacciavano riduzioni di personale o chiusure di fabbriche coinvolgendo centinaia di migliaia di lavoratori, così come era fin troppo chiaro che, passate le elezioni, molte aziende sarebbero passate ai fatti.. E così è stato con l’aggiunta di alcune drammatiche sorprese, come la cassa integrazione per i 1400 operai dell’ex Ilva di Taranto, i/le 1800 lavoratori e lavoratrici rimasti/e a casa di Mercatone Uno e a quelli/e della Whilpool di Napoli, una azienda specialista nelle delocalizzazioni e nel “prendi i soldi pubblici e scappa”.
Sono oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico, ma altri possono aprirsi a breve e la cifra dei dipendenti a rischio del posto di lavoro è  di circa 300 mila. Questa situazione fa titolare la prima pagina di La Repubblica, impegnata nella campagna contro il governo, “Pagano gli operai”. Molto giusto salvo poi che in altre pagine di questo giornale tutte le misure liberiste dell’austerità, passate e presenti vengono sostenute e difese; sono quelle misure realizzate indistintamente dai governi di centro destra e centro sinistra e oggi mantenute e perseguite dal governo giallo verde, cioè le misure dei padroni.
Abbiamo sostenuto da tempo che di fronte a questa situazione di emergenza, di disoccupazione, di saccheggio in varie forme del monte salariale delle lavoratrici e dei lavoratori sia necessario costruire una mobilitazione, ampia, unitaria, coinvolgente tutti i settori dei lavoratori e quindi anche coloro che il lavoro lo hanno perso. La parola d’ordine riassuntiva non può che essere “ Più salario e meno orario” per conquistare condizione di vita degne, e per distribuire il lavoro esistente tra tutti e a parità di paga.
Le grandi organizzazioni sindacali provano con lo sciopero del 14 giugno di battere un colpo, di segnalare che ancora esistono. Ben venga questa mobilitazione, ma ancor una volta essa è costruita su una piattaforma evanescente,  rivolta a chiedere al governo un tavolo di trattativa e qualche modesta concessione, non chiama in causa i padroni; l’impressione è che l’operazione sia solo dimostrativa, quando invece i nodi sono costruire una piattaforma efficace e valida, promuovere una vasta mobilitazione e coinvolgimento dal basso e prepararsi a una lotta lunga e dura contro il governo e contro i capitalisti. Anche perché la congrega dei padroni riunita nelle istituzioni di Bruxelles chiede altre lacrime e sangue con la nuova finanziaria e il governo giallo verde al di là di qualche reticenza strumentale non si tirerà certo indietro. L’autunno  porterà una manovra economica durissima; ci vorrà una mobilitazione straordinaria perché il padronato coi suoi governi non facciano pagare ancora una volta la crisi alle classe lavoratrici.