Il primo maggio del capitalismo italiano

di Diego Giachetti

La testa del corteo torinese del primo maggio di quest’anno ha ribaltato Pelizza da Volpedo. Non il “quarto stato” ma il “primo”, nelle figure dei politici del centro-destra e dell’estrema destra, dagli esponenti di Forza Italia, di Fratelli d’Italia, del Popolo della famiglia, appena tornati dal convegno veronese, ha aperto la sfilata assieme agli altri candidati alla Presidenza della regione nelle prossime elezioni. Palese e sfacciato è risultato così lo stravolgimento della storica natura di classe della festa del lavoro, consumato coll’assenso e la partecipazione dei tre sindacati confederali  freschi freschi di un manifesto appena firmato con Confindustria in vista del voto alle prossime elezioni europee, per condividere la “magnifica” sorte promessa da sistema economico sociale in crisi da diversi anni (https://anticapitalista.org/2019/05/04/gli-interrogativi-del-primo-maggio-torinese/).

Non è certo la prima volta che i sindacati stringono un compromesso con le forze imprenditoriali, ma c’è momento e momento. Una cosa fu il compromesso detto keynesiano del secondo dopoguerra, fatto con un capitalismo in fase espansiva, condizionato da un forte movimento operaio, disposto quindi per necessità a cedere qualcosa; altra cosa è l’odierno compromesso stipulato con esponenti di un capitalismo nazionale in estrema difficoltà, perennemente e lacrimevolmente in crisi, che tanto chiede e ha chiesto ai lavoratori dando in cambio il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della massa dei salariati occupati e non.

Un singolare articolo de “La stampa”

I lavoratori e il lavoro hanno ben poco da festeggiare in un Paese – ha scritto sul quotidiano “La Stampa” del 1° maggio 2019, Teodoro Chiarelli – dove il tasso di disoccupazione è al 10,2% e i giovani senza occupazione sono al 30,2% (uno su tre). Ciò detto, prosegue con una serie di crudi dati e sferzanti considerazioni sulle imprese del capitalismo nostrano che val la pena di riportare, considerata la fonte da cui provengono: un quotidiano filo industriale, pro-Tav, suscitatore di proteste alla “madamin” e abituato da sempre a stare dalla “parte della ragione” di classe in ogni circostanza storica e politica.

Tuttavia, la realtà a volte è così invadente che deve trovare un qualche pertugio per emergere. Non si può infatti nascondere che ci sono sei milioni di disoccupati e inoccupati, né più di tanto occultare la contraddizione evidente tra i “pianti” degli esponenti di imprese e confindustriali per la presunta mancanza di manodopera altamente qualificata e il dato, questo reale, rappresentato da quei giovani, formati dal nostro sistema d’istruzione, che non trovando lavoro sono costretti ad emigrare verso altri paesi dell’Europa.

Il lavoro che c’è, quello nuovo disponibile, non ha certo indici di status gratificanti, è precario, destrutturato, a cottimo, a chiamata, è sottopagato; una volta si sarebbe definito sfruttato nelle peggiori condizioni possibili. “Ci sono rider che si affannano fra pizze e sushi sulle loro biciclette.  E non c’è solo il caporalato, infame, delle campagne. C’è il caporalato digitale, ci sono le cooperative mascherate di sociale che rastrellano gli appalti degli enti pubblici per coprire i servizi tagliati dallo Stato e dai comuni a prezzi stracciati sulla pelle dei lavoratori, in nome di un ‘ringrazia che almeno uno straccio di occupazione ce l’hai’ che fa a pugni con l’idea stessa di dignità del lavoro”.

Di lavoro c’è n’è poco, è malpagato e mette a rischio la vita stessa dei lavoratori. Difatti di lavoro si continua a morire, si legge sempre nel suddetto articolo. Nella settimana precedente il 1° maggio ci sono state quattro vittime in un solo giorno e, destino cinico e baro, altri due morti proprio nel giorno della festa del lavoro a Torre Pallavicina (Bergamo) e a Petralia Soprana (Palermo). “Trenta morti quest’anno nelle costruzioni. Duecento in totale in Italia dall’inizio del 2019. Nel 2018 hanno perso la vita 1.133 lavoratori. Una carneficina insopportabile. Sembra prevalere una cultura che vede nella salute e nella sicurezza non un investimento, ma un costo. Si parla di era digitale, tecnologie e nuovi modi di lavorare ma i modelli organizzativi e le logiche di troppe imprese raccontano un’altra storia”.

C’è infine la costruzione di un senso comune, tanto martellante quanto più è falso, secondo cui “i miglioramenti economici, normativi, previdenziali e sanitari conquistati dalle diverse categorie di lavoratori a prezzo di dure lotte delle generazioni che ci hanno preceduto sono ormai presentati e vissuti come insopportabili privilegi. Quasi che a impedire un futuro dignitoso alle giovani generazioni fosse colpa dei salariati più vecchi”, mentre invece “non fa neppure più scandalo che la forbice della ricchezza si allarghi in maniera esponenziale a favore di chi è già immensamente ricco”.

Torna l’allarme robot

Rispetto ad altri paesi europei, l’Italia è ai primi posti per il numero di ore annue lavorate. Si lavora di più ma i salari sono tra i più bassi in Europa. Si lavora di più ma il tasso di occupazione la colloca al penultimo posto della classifica col 63% di occupati (la medi europea è del 73,2%). In Germania si lavora 1.400 ore l’anno pro-capite e la disoccupazione è il 3,8 per cento; in Italia si lavora 1.800 ore l’anno e la disoccupazione è il 10,5%. Più di un anno fa il Club Ambrosetti aveva pubblicato una documentatissima ricerca, Tecnologia e lavoro: governare il cambiamento, nella quale si valutavano gli effetti dell’introduzione della robotica e dell’automazione sul mercato del lavoro italiano. Nei prossimi 15 anni si prevedeva la perdita di circa tre milioni di posti di lavoro, nel migliore dei casi, oppure più di quattro milioni nello scenario più pessimista. Tale notizia è stata ripresa e rilanciata come nuova alla vigilia del 1° maggio (Maurizio Tropeano, In Italia è a rischio un occupato su sei: “Colpa dei robot”, “La stampa”, 26 aprile 2019), con l’aggiunta di dati freschi, provenienti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), secondo i quali  il 15,2% dei posti di lavoro nel nostro paese potrebbe scomparire, mentre un posto di lavoro su tre, il 35,5%, potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono svolti o comunque verrà eseguito con mansioni molto diverse da quelle attuali. Stessa sorte toccherà alla Spagna col 21,7% di posti a rischio, alla Germania col 18,4, alla Francia (16,4), per citare solo alcuni tra i paesi europei investiti tutti dal problema.

I posti a più alto rischio in Italia sono nel settore manifatturiero e commerciale: rispettivamente 840 mila e 600 mila unità in meno. Nelle attività immobiliari si perderanno circa trecentomila addetti, agricoltura e pesca più di duecentomila e così via, per un totale di circa 3.212.270 di posti di lavoro in meno di qui ai prossimi quindici anni. Per compensare tale perdita occorrerebbe creare 42 mila posti di lavoro all’anno nei prossimi cinque nei settori avanzati, quelli ad alta tecnologia, scienza della vita, ricerca di base, poiché per ogni nuovo posto in un uno di questi settori se ne creano altri 2,1 nell’indotto, per un totale di circa tre milioni di occupati in 15 anni

Ridurre l’orario di lavoro

Secondo il rigido dettato liberista odierno è completamente da escludere la creazione di occupazione con le vecchie ricette keynesiane. La strada è quella tracciata da tempo: incentivi alle aziende per acquisti di nuovi macchinari, crediti d’imposta per le start up innovative e la ricerca, detassazione agevolata per le imprese, provvedimenti legislativi come il Jobs Act capaci di creare posti di lavoro sempre più flessibili, precari, mal retribuiti. Completamente esclusa da queste considerazioni l’eventualità di redistribuire il lavoro fra tutti i lavoratori dei vari settori, diminuendo le ore lavorative a parità di salario. D’altronde non si può pretendere che il capitalismo e le istituzioni statali e politiche ad esso collegate, promuovano un’iniziativa che tradizionalmente è stata posta dal movimento dei lavoratori nel corso della sua storia, di fronte a tre rivoluzioni tecniche-industriali. Storicamente l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro si è dimostrato capace di unificare il movimento dei lavoratori, spesso diviso e frantumato dalle regole del mercato del lavoro capitalistico. Nei punti più alti della lotta di classe, come nell’ “caldo italiano” di cinquant’anni fa, i lavoratori ottennero, dopo mesi di lotta, non solo meno orario di lavoro, ma anche più salario.

Scienza e tecnica pongono le basi per la riduzione delle ore di lavoro necessarie alla produzione, ma nel sistema capitalistico, se manca l’azione decisa del movimento dei lavoratori, si traduce in una diminuzione del numero dei lavoratori stessi. Per evitare l’ulteriore divisione tra lavoratori, disoccupati, precari, occorre dividere tra tutti i lavoratori il lavoro che c’è e su questa base ridefinire la durata della settimana lavorativa, senza alcuna decurtazione salariale. Tocca ai lavoratori, ai disoccupati, ai giovani precari, alle donne spesso messe al margine del mercato del lavoro, ai sindacati e ai partiti che vogliono ancora dirsi di sinistra, costruire la proposta della riduzione dell’orario di lavoro, approfittando della robotizzazione, non lasciandola in mano all’uso capitalistico delle macchine e della tecnologia. Una ripresa di questo obiettivo vorrebbe dire anche riconsiderare cosa, come e perché produrre, in una dimensione in cui il tutto sia finalizzato a rendere più umana la vita, più felice, più libera dal lavoro e più rispettosa dell’ambiente.