Regionalizzazione: attacco di classe a istruzione e servizi pubblici

di Francesco Locantore (da L’Anticapitalista)

Uno dei punti cardine del contratto di governo sottoscritto da Lega e M5S è quello dell’attuazione dell’autonomia differenziata, cioè l’attribuzione di una serie di competenze legislative che erano statali alle Regioni che ne facciano richiesta, come previsto dal Titolo V riformato della Costituzione. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (in cui si produce circa il 40% del PIL italiano) stanno facendo da apripista a questa riforma, chiedendo per prime l’estensione delle competenze regionali su 23 materie e sottoscrivendo già con il governo Gentiloni nel dicembre 2017 delle preintese che oggi sono diventate intese definitive e stanno per essere portate in approvazione in Parlamento.

Tra le materie su cui è richiesto un rafforzamento delle autonomie regionali ci sono l’istruzione, la salute, la tutela dell’ambiente e i rapporti internazionali e con l’UE. Le risorse per finanziare tali interventi regionali sarebbero determinate in relazione alla popolazione residente e al gettito fiscale nel territorio regionale.

Se questo progetto dovesse passare – e passerà, a meno che non si crei un movimento di massa in difesa dei servizi pubblici fondamentali – le conseguenze sarebbero gravi per i lavoratori e le lavoratrici dei settori interessati, ma anche per tutti i cittadini. Nelle bozze di intese che sono circolate è scritto in modo chiaro che una delle competenze che dovrebbe passare alle regioni sarebbe l’assunzione di quote dei lavoratori della scuola dalle Regioni e non più dallo Stato, con stipendi stabiliti a livello regionale, scardinando la contrattazione collettiva nazionale e reintroducendo di fatto le gabbie salariali. Ovviamente i servizi sarebbero disomogenei sia per qualità che per quantità sul territorio nazionale, a seconda del gettito fiscale e quindi della capacità di spesa delle singole Regioni, nonché degli orientamenti politici locali. Perfino i programmi scolastici sarebbero assoggettati ai desiderata dei gruppi politici dirigenti (e degli interessi economici) locali, scardinando ulteriormente la libertà dell’insegnamento e il ruolo della scuola pubblica nella formazione di coscienze critiche e trasformandola sempre più in un luogo di indottrinamento, a seconda delle convenienze politiche ed economiche del luogo e del momento. In questo senso il progetto di regionalizzazione continua ciò che ha cominciato la riforma della “buona scuola” del governo Renzi, che questo governo, lungi dall’abrogarla, come il M5S aveva promesso in campagna elettorale, sta perseguendo in modo ancora più approfondito. L’esempio delle province autonome di Trento e Bolzano, che già hanno competenze autonome in materia di istruzione, sta proprio a dimostrare dove si potrebbe arrivare anche nelle altre regioni, con la chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi, l’aumento del carico di lavoro, l’introduzione di materie localistiche nei piani di studio…

Il PD nazionale si è affrettato a criticare questo progetto con una argomentazione molto debole: non sarebbero previsti infatti i Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) previsti dalla Costituzione. Come se, una volta definiti per legge i LEP, la regionalizzazione fosse condivisibile (e per il PD evidentemente lo è, avendo Gentiloni firmato le preintese ed essendo l’Emilia Romagna una delle Regioni di avanguardia nel chiedere maggiore autonomia). Ma anche in caso fossero determinati per legge i LEP, si getterebbero le basi della disuguaglianza tra i cittadini delle regioni che potrebbero erogare solo i livelli minimi dei servizi rispetto ai servizi forniti dalle regioni più ricche. In ultima istanza l’idea dei “livelli essenziali” non sarebbe tanto diversa da una americanizzazione dello stato sociale, con servizi pubblici di base sostanzialmente inefficaci per la maggior parte della popolazione e servizi di qualità per chi può permetterseli.

Tuttavia anche la retorica della difesa dell’unità nazionale con cui parte del movimento sindacale e della sinistra politica cerca di contrastare il regionalismo rischia di essere inefficace. Lo Stato negli ultimi anni ha tagliato pesantemente i fondi per i servizi essenziali, istruzione e sanità in testa, per non parlare delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, per cui il contratto è stato bloccato per 9 anni e poi rinnovato nel 2018 con aumenti miseri.

Bisogna riconoscere che il progetto dell’autonomia differenziata è un altro tassello dell’attacco di classe contro i diritti e i salari della classe lavoratrice, mirando ad indebolirla ulteriormente attraverso la frammentazione territoriale – dopo aver diviso i precari dai “garantiti”, i giovani dagli anziani, i migranti dagli autoctoni, i lavoratori privati dai pubblici ecc.

Il 17 maggio, anche se tardivo, è stato indetto uno sciopero dei comparti della conoscenza da quasi tutto il movimento sindacale. Facciamo sì che quella giornata non rimanga, come spesso accade, una testimonianza isolata, ma sia l’inizio di un percorso di lotta che si radicalizzi e si estenda anche agli altri settori della classe.