L’aprile delle proposte di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

di Diego Giachetti

Sentendo a caldo le affermazioni del nuovo presidente dell’Inps Pasquale Tridico, voluto dai cinquestelle, circa la necessità immediata di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, molti avranno avuto un sobbalzo d’incredulità suscitato dal cambio di registro “traumatico”, dopo la lunga stagione dell’ex presidente Tito Boeri. L’autorevole esponente di un’importante istituzione dello Stato, rilancia un vecchio slogan degli anni Settanta – “lavorare meno lavorare tutti” – sostenuto dalle formazioni politiche della nuova sinistra, con scarso ascolto da parte di quella “vecchia” socialista e comunista e dei sindacati, che stavano per tuffarsi nelle politiche dell’austerità, dei due tempi: prima i sacrifici poi il “bengodi” proveniente dal superamento della crisi produttiva del sistema capitalistico. Questa seconda fase promessa non si è mai realizzata nei decenni successivi.

Buonsenso neokeynesiano

Con un ragionamento che avremmo gradito venisse da parte dei maggiori sindacati, il prof. Pasquale Tridico ha preso la palla al balzo del cinquantenario delle lotte operaie del 1969 per ricordare che dopo di allora, quando si ottennero le 40 ore settimanali, nessun’altra riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è avvenuta nel nostro Paese. E ha continuato sostenendo che “la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione”. La sua non è una “sparata” momentanea, dietro vi è un ragionamento complesso e articolato che richiama i presupposti di un riformismo keynesiano. Di John Maynard Keynes, che nel 1930 si era pronunciato a favore di una settimana lavorativa di 15 ore, realizzabile con diminuzioni progressive, nell’arco di cinquant’anni, si riprende l’assunto secondo il quale il sistema di produzione capitalistico è incapace di sviluppo equilibrato, produce sfracelli, recessioni e crisi, accentua le diseguaglianze sociali al punto che esse devono essere considerate tra i fattori che impediscono la crescita; difatti, insiste il professore, “la concentrazione di redditi in mano a pochi determina una espansione lenta dei consumi, in quanto la propensione al consumo delle classi più ricche è marginale rispetto ai più poveri”. Occorrono quindi misure in grado di compensare le diseguaglianze prodotte dal neoliberismo capitalista, a cominciare dalla costituzione di nuovi posti di lavoro.

L’iniziativa istituzionale si è incrociata con quella di Sinistra Italiana che ha presentato a Montecitorio una proposta di legge per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Il progresso tecnologico, l’automazione robotica, consentono di migliorare le condizioni di vita e di lavoro per la stragrande maggioranza della popolazione. In Italia, per un paradosso della ragione ma non del sistema capitalistico, la ricchezza prodotta è aumentata assieme alle diseguaglianze. Un modo per riequilibrare il sistema consiste nel distribuire il lavoro per aumentare il numero degli occupati. Nel nostro paese «abbiamo il 28% di produttività e il 20% di salario in meno della Germania, lavorando il 20% in più e pure con la fama di sfaticati – ha detto il sociologo De Masi.  Le 1.730 ore lavorate italiane sono uno dei livelli più alti d’Europa: la Germania è in coda alla classifica dei Paesi Ocse con 1.363 ore annue, in Francia le ore sono 1.472 ore, nel Regno Unito 1.676 ore. Sono dati che dimostrano come il capitalismo nostrano regga la sua competitività risparmiando sugli investimenti in capitale fisso per ammodernare gli impianti e la produttività, sfruttando al meglio il valore del lavoro mediante la giornata lavorativa lunga e sottopagando i lavoratori e le lavoratrici.

Proposte di riduzione dell’orario di lavoro

Il progetto di legge di Sinistra Italiana ha come obiettivo la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga fino a 34 ore, nel pieno rispetto del ruolo della autonomia negoziale collettiva”, cioè della contrattazione sindacale. Il testo di legge prevede la costituzione di un fondo per incentivare le riduzioni di orario, da finanziare attraverso un prelievo sulle maggiorazioni dovute alle ore straordinarie e attraverso una imposta patrimoniale con un’aliquota dello 0,8 per cento sulla ricchezza immobiliare e mobiliare (esclusi i titoli di Stato italiani) oltre i 3 milioni di euro.

Diversa la proposta avanzata dal Presidente dell’Inps il quale è stato tra gli ispiratori del reddito di cittadinanza, nonché del decreto Dignità. Coadiuvato dal giuslavorista Piergiovanni Alleva – candidato nel 2014 nelle liste L’Altra Europa con Tsipras, consigliere all’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna per la lista L’Altra Emilia Romagna, nonché membro del Partito Comunista Italiano, rinato nel 2016 – propongono una soluzione che prevede un neoassunto ogni quattro dipendenti che, a parità di salario, lavorano un giorno in meno a settimana. È un ragionamento basato sull’assunto che l’appena introdotto reddito di cittadinanza possa essere utilizzato in modo indiretto per sostenere i costi della riduzione dell’orario di lavoro a quattro lavoratori, già occupati, da cinque a quattro giornate settimanali, consentendo così l’assunzione di un quinto lavoratore. Complessivamente si avrebbe una riduzione dell’orario settimanale di lavoro di otto ore, pari quindi a 32 ore in quattro giorni. Il nuovo lavoratore verrebbe assunto con contratto di apprendistato e, dunque, con un costo del lavoro per l’impresa basso.

Tale soluzione non contempla obblighi di riduzione dell’orario per legge, ma si basa, invece, su un sistema di incentivazione di accordi tra sindacati e imprese, utilizzando lo strumento negoziale dato dal contratto di solidarietà espansiva», che è previsto da uno dei decreti attuativi del Jobs Act. A tutto ciò si affiancherebbe l’introduzione di un salario minimo per i settori non coperti da contrattazione collettiva, così si legge nella bozza del Programma nazionale di riforma che accompagna il Def.

Contrari, risentiti, diffidenti

L’associazione degli industriali italiani, per bocca del suo Presidente Vincenzo Boccia, si è subito dichiarata contraria, assieme a Matteo Salvini. Non si deve ridurre l’orario di lavoro a parità di salario ma aumentare la produttività, diminuire l’orario di lavoro a parità di salario non avvantaggia le imprese, affermano. Qualcuno si è poi azzardato a citare come esempio negativo le 35 ore introdotte decenni fa in Francia, senza sapere, o volutamente ignorando, che gli stessi imprenditori d’oltralpe non hanno voluto abolirle e hanno prodotto un aumento dell’occupazione, come dimostrano i dati circa il picco di crescita degli occupati che si registra negli anni compresi tra il 1997 e il 2001. (Michel Husson, https://anticapitalista.org/2019/04/04/ridurre-il-tempo-di-lavoro-riprendersi-la-vita/).

La Cgil invece ha rivendicato la primogenitura della proposta: «Tridico ha aperto un dibattito opportuno già lanciato dal nostro congresso in cui dicemmo che la riduzione generalizzata degli orari, contrattuali e di fatto, deve diventare una pratica rivendicativa»; stessa rincorsa da parte di Cisl e Uil. Ogni richiesta di diminuzione dell’orario di lavoro senza l’aggiunta ferma e decisa “a parità di salario”, suscita una giusta diffidenza perché nei paesi, nei settori produttivi o singole imprese dove sono state effettuate negli ultimi anni riduzioni di orario, esse sono state introdotte in modalità funzionali alla redditività delle aziende e a scapito dei livelli salariali dei lavoratori, senza alcun effetto sul piano occupazionale, se non in alcuni casi, nel contenimento della riduzione degli organici.

Occorre tener presente che molti italiani già lavorano meno, ma non per loro scelta. I contratti a tempo parziale infatti sono ormai circa un milione in più rispetto al 2008. Secondo un’indagine che riguardava i primi nove mesi del 2017 i nuovi part time involontari erano oltre 1,7 milioni e tra questi, quasi 600mila italiani lavorano meno di 10 ore alla settimana. Solo una ripresa forte della parola d’ordine lavorare meno lavorare tutti, senza riduzione del salario, può ritrovare credito fra i lavoratori e unire la loro rivendicazione a quella dei disoccupati, degli occupati a tempo parziale e delle varie forme atipiche di contratti esistenti. Una ripresa del movimento dei lavoratori e dei sindacati su questo terreno di lotta deve porsi l’obiettivo di unire coloro che hanno un lavoro a tempo pieno, con quelli che lavorano a part time, – secondo la modalità fantasiosa dei vari contratti atipici – e quelli che sono disoccupati. Devono dire chiaramente che il lavoro che c’è deve essere suddiviso tra tutti i lavoratori. Su questa base si stabilisce la durata della settimana lavorativa e si pongono dei seri limiti all’utilizzo degli straordinari. Occorre anche dire esplicitamente che il salario deve restare lo stesso e, laddove sia sotto il costo medio della vita, deve aumentare.

Ben vengano le varie proposte di riduzione dell’orario di lavoro se servono a riavviare il dibattito, la presa di coscienza e la costituzione di momenti rivendicativi duraturi nel tempo affinché si affronti con questa impostazione la lotta per difendere e sviluppare l’occupazione, per contrastare lo sfruttamento e liberare tempo di vita per le classi lavoratrici, modificando i rapporti di forza tra capitale e lavoro. Tutte le forze politiche e sindacali, i lavoratori e le lavoratrici, che hanno a cuore questo tema devono provare a sviluppare una lotta congiunta nei diversi paesi d’Europa che abbia per scopo non una generica riduzione di orario, ma una riduzione giornaliera significativa a parità di salario, che sia efficace sul piano della distribuzione del lavoro esistente stabilizzato e regolarizzato per avere uno standard di vita migliore, qualitativamente diverso da quello presente.