Rifiuti a Roma, dietro al fallimento di Raggi un modello tutto da ripensare

di Sara Della Giovampaola e Bruno Buonomo

La bocciatura del bilancio Ama

Gli ultimi giorni sono di nuovo segnati dall’ennesima crisi della gestione dei rifiuti urbani nella città di Roma che ha avuto il suo apice nella bocciatura del bilancio della partecipata e le dimissioni dell’Assessora Montanari.

Una crisi che non solo mette in discussione il sistema rifiuti nel suo complesso ma che rischia di aprire la strada al fallimento dell’azienda e aprire nuove frontiere di privatizzazioni, il tutto sulle spalle della città e degli 8000 lavoratrici e lavoratori dell’AMA che hanno già pagato, nel rinnovo del contratto nazionale, con l’aumento dell’orario di lavoro.

Si dimostra ancora una volta il fallimento della giunta capitolina nella gestione di un settore particolarmente nevralgico, per questo abbiamo crediamo necessaria una analisi di sistema che ha il fine di costruire un dibattito pubblico.

L’incendio al TMB Salario 

La gestione dei rifiuti è argomento non semplice da capire su cui però è importante farsi un’idea accurata perché ci coinvolge tutti, perché le nostre scelte avranno conseguenze per le generazioni successive e in alcuni casi saranno permanenti e irreversibili anche sulle altre specie umane e sul pianeta intero. Cosa fare degli scarti è una questione fondamentale non solo per il singolo organismo umano che ha da sbarazzarsi attraverso le feci di ciò che non gli serve e da smaltire in qualche modo i prodotti del suo catabolismo interno, ma è una questione anche collettiva e non solo legata al sistema fognario. Quella dei rifiuti è questione antica quanto le comunità umane. Dalla prima discarica di cui si ha notizia che risale alla Grecia del IV secolo a.C. alla Roma dove rifiuti si buttavano dalla finestra è cambiato poco fino agli anni ’50 del secolo scorso. Fino a poco tempo fa infatti i sistemi di riciclaggio erano in grado di assorbire i rifiuti prodotti dall’uomo e dalle sue attività. Col boom economico, il consumismo di massa e l’aumento demografico delle città è entrato in crisi ogni sistema di smaltimento precedente e aumentata la produzione pro-capite di rifiuti solidi urbani (rsu in gergo) diversificati.

Si è passati in pochi decenni da un’economia prevalentemente legata a prodotti cosiddetti naturali ad una basata sulla produzione e il consumo di prodotti sintetici. I rifiuti a Roma cento anni fa erano costituiti da stracci, ossa, vetro, carbone, scarpe, carta, metalli, mozziconi di sigari e poco altro. Sostanze organiche (tranne l’1% di pane) e carbone di scarto erano quasi assenti. Punto centrale è che i nuovi rifiuti invece per lo più non sono degradabili e non si sono prodotti nuovi sistemi di smaltimento, che rimangono pressoché gli stessi dell’antichità: discariche e incenerimento.

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Rifiuti solidi urbani, il caso romano

Il Comune è l’ente preposto alla gestione, raccolta e trattamento dei rifiuti, e nel caso di Roma ha un contratto di servizio (aggiornato al 2016-2018) con l’Ama, una società partecipata (cioè di proprietà pubblica); la regione pianifica e autorizza i siti dove va messa la spazzatura; le varie aziende private possono intervenire in ciascuno dei diversi processi della filiera.

Da fonte Agenzia Municipale Ambiente Ama, solo Roma ogni giorno produce circa 5000 tonnellate di spazzatura di cui il 42% proviene dalla raccolta differenziata. Il rifiuto viene infatti trattato prima di essere portato in discarica. A Roma gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico dei rifiuti (Tmb) si occupano di 3000 tonnellate giornaliere di spazzatura. I Tmb funzionanti per Roma sono quattro, due privati che si trovano a Malagrotta, proprietà della Colari – consorzio Lazio Rifiuti – azienda di Manlio Cerroni ex proprietario della discarica, a un passo dal 416 bis, assolto in questi giorni per l’accusa di associazione a delinquere per la discarica di Malagrotta e che pare intenzionato a riprendersi la “monnezza” romana1. E due sono pubblici dell’Ama, uno è a Rocca Cencia e l’altro è quello che ha preso fuoco l’altro giorno a via Salaria. I Tmb separano e trasformano i rifiuti indifferenziati. Quelle immondizie che a Roma vanno ancora nel cassonetto nero come indifferenziata (rsu appunto Rifiuti Solidi Urbani). I Tmb prendono questi rifiuti e “producono” rifiuti o separati o trattati.

Questi “rifiuti da rifiuti” possono essere:

  1. vetro, metalli, carta, altri materiali destinati ognuno alla sua filiera; ci sono nel tmb per esempio dei grandi magneti che separano il ferro;

  2. frazione organica stabilizzata (fos), ottenuta da un processo biologico che dura circa 28 giorni negli impianti e serve in genere a coprire le discariche;

  3. oppure combustibile derivato da rifiuti (cdr), quello che resta dopo aver tolto tutto il materiale riciclabile, e finisce ai termovalorizzatori o agli inceneritori o siti di compostaggio. E poi ci sono i siti di “conferimento definitivo” cioè le discariche e gli inceneritori.

Il Tmb di via Salaria pare essere di fatto diventato una vera e propria discarica perché ci vengono scaricate tonnellate di rifiuti non trattati che stazionano lì perché contrariamente alla teoria, nella pratica l’impianto non è in grado di smaltirli tutti. Era proprio questa la denuncia di Lega ambiente Lazio legata all’entrata di una quantità ingestibile di rifiuti che pare di 750 tonnellate al giorno2. Il suo incendio infatti non è stato una sorpresa per i sindacati di base che già avevano dato l’allarme in occasione dei precedenti incidenti (quello del 2 giugno 2015, del 24 aprile 2017, del 5 luglio 2017) fino alla firma di un accordo tra organizzazioni sindacali, Campidoglio e Ama per la manutenzione e la messa in sicurezza dell’impianto. Centinaia i cittadini abitanti delle zone limitrofe che accusano da anni nausea, conati di vomito, tosse, mal di testa, intensificazione di allergie. Il fetore e il rischio di tossicità avevano fatto partire indagini della magistratura sui materiali lavorati. C’erano state promesse elettorali per chiuderlo ma nessuno lo ha fatto (compresa la giunta Raggi). Questo di via Salaria è un impianto che nasce male, non viene scelto attraverso una pianificazione razionale, ma nasce dove c’era una vecchia fabbrica, l’Autovox, che chiuse lasciando irrisolte due questioni: gli operai senza lavoro e un sito senza destinazione. La soluzione ad entrambi i problemi venne risolta con Ama negli anni Duemila in cui vennero riassorbiti più di 200 lavoratori e creato un deposito Tmb.

Dopo la chiusura di Malagrotta (coi suoi 200 h la discarica più grande d’Europa) le vasche di Via Salaria venivano usate anche come sito di stoccaggio cosa questa che impediva una adeguata manutenzione. Arpa e Regione avevano qualche giorno fa concesso ad Ama 30 giorni per mettere in atto una serie di prescrizioni tra cui svuotare e pulire ogni 15 giorni le vasche di stazionamento dei rifiuti.

I due Tmb di Malagrotta-Colari trattano insieme circa 1.200 tonnellate al giorno dell’indifferenziata romana; la loro capacità sarebbe di 1.500tonnellate. Il tmb-Ama di Rocca Cencia, autorizzato per 800 tonnellate giornaliere ne tratta circa 650, quello di Ama-Salaria, autorizzato per 750, ne tratta circa 4503.. Il Tmb Salaria di tonnellate di immondizia indifferenziata ne trattava 650 al giorno.

Tutti gli impianti lavorano spesso a regime ridotto per due motivi: 1) perché hanno bisogno di continua manutenzione e devono essere lasciati a basso carico e 2) per provare a ridurre i miasmi provenienti dalla lavorazione, soprattutto per esempio quello che riguarda il Salario.

Ma facciamo un breve calcolo delle quantità dei rifiuti che arrivano ai Tmb (1.200 tonnellate Malagrotta + 650 Rocca Cencia + 400 Salaria): ne viene fuori una quantità di 2.250, al di sotto del fabbisogno romano di tremila tonnellate. Il Saf di Frosinone, il Rida ambiente di Aprilia, e l’Aciam che si trova in Abruzzo (con un accordo interregionale), contribuiscono allo smaltimento del carico romano.

Sulla carta quindi Roma va avanti cosi: senza una soluzione strutturale, ma attraverso l’utilizzo degli impianti fuori provincia e fuori regione. In teoria avrebbe impianti sufficienti per il conferimento dell’indifferenziata. Ma poi di fatto non è cosi, e quindi vengono fuori le emergenze, si cercano rimedi, spesso provvisori, spesso improvvisati.

Il ruolo della Regione

La Regione regola la gestione dei rifiuti attraverso gare pubbliche, stabilendo tariffe pubbliche (le tariffe dei Tmb romani sono stabilite a 104 euro per tonnellata) e affidando una parte di gestione al privato. La Regione autorizza gli impianti assegnando l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). Le responsabilità di un Comune o di una partecipata sono dunque condizionate dalle scelte regionali. Un ruolo di supervisione spetta anche alla Comunità Europea che nel 2011 ha aperto una procedura d’infrazione motivata dal fatto che venivano buttati in discarica rifiuti non trattati e che la rete di impianti fosse inadeguata. Di fatto però da parte degli enti coinvolti non è stato immaginato né programmato ancora nulla un dopo Malagrotta. Manca dunque una soluzione sistematica. La situazione romana conseguente all’incendio del Tmb Salaria per esempio è gestita con un piano emergenza di Regione e Comune attraverso cui Ama dovrà ridistribuire i materiali negli impianti cittadini e regionali dove già normalmente conferisce utilizzando in particolar modo i Tmb di Aprilia (per 250 tonnellate), di Viterbo (100 tonnellate) e di Frosinone (200 tonnellate). All’interno della città a dover accogliere maggiori quantitativi di immondizia (100 tonnelate) saranno i due Tmb di Malagrotta di proprietà di Manlio Cerroni. Intanto la municipalizzata dei rifiuti si è impegnata a richiedere la proroga dell’accordo con l’Abruzzo (che scadeva il 31 dicembre e che prevedeva il conferimento di 70 mila tonnellate/anno di rifiuti). Nel frattempo sarà attivato anche il tritovagliatore di Ostia che potrebbe trattare 150 tonnellate di rifiuti al giorno. L’Assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani sta valutando la possibilità di prendere accordi con altre regioni anche in vista delle emergenze legate al periodo natalizio.

Per la Regione però, stando agli indici di pianificazione Ato (Ambito Territoriale Ottimale) gli impianti esistenti paiono sufficienti al fabbisogno e non servirebbero altri impianti, né Tmb, né termovalorizzatori. In questa fase di transizione mentre si va verso una aumento della raccolta differenziata (come confermano anche i dati ISPRA dello scorso anno), quello che esiste nel Lazio e quindi a Roma basta così!

Intanto nel 2012 il commisario Sottile ordinava a Cerrioni di costruire un impianto di tritovagliatura a Rocca Cencia capace di trattare fino a 1.200 tonnellate al giorno di rifiuto tal quale. Va tenuto conto però che un impianto di tritovagliatura di fatto non tratta i rifiuti, ma semplicemente li trita e divide l’umido dal secco: quello che esce quindi va ritrattato. Un impianto tra l’altro costruito con un’ordinanza senza gara, e realizzato a trenta chilometri dalla discarica, al contrario di quello che accade in tutti gli altri tritovagliatori del Lazio! II che porta a una conseguenza non sottile: se io faccio il tritovagliatore nella discarica il prezzo del conferimento per tonnellata è stabilito dalla regione, se lo faccio fuori della discarica invece il prezzo è di mercato: 104 euro contro 175 euro.

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Ecosocialismo: ripensare la produzione

Ciò che riteniamo necessario è un inquadramento politico che permetta di ripensare completamente il significato della produzione di rifiuti a partire da un’idea altra di produzione. Una produzione che ponendo al centro i bisogni individuali e collettivi dell’umanità intera e del pianeta piuttosto che i bisogni personali strumentali e circoscritti di una piccola cerchia di possidenti di capitale, possa essere ridefinita sul piano qualitativo dell’esistenza e della biodiversità. I rifiuti diventerebbero in tal modo a) una questione da prevedere prima della loro produzione, proprio come variabile prioritaria e vincolo alla produzione stessa e b) di pari passo con la ricerca scientifica e tecnologica. L’etica sarebbe chiamata in ballo al posto del profitto e in quest’ottica lo smaltimento dei rifiuti e la ricerca tecnologica e scientifica andrebbero necessariamente di pari passo con la pianificazione produttiva. E’ chiaro che ci troviamo a confrontarci a oggi non tanto con una pianificazione evoluta dell’economia planetaria, quanto piuttosto a riparare (se mai la legge del profitto lo permetterà) i danni compiuta dall’attuale modello economico. L’innalzamento della temperatura globale, il global warming, con tutte le conseguenze ad esso collegate, si è sviluppato nel XX secolo ed è in costante aumento a causa proprio delle emissione nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra imputabili all’attività umana. Ci troviamo cioè di fronte alla catastrofe, alle conseguenze cioè di una gestione dell’economia staccata da un’etica socialista. In quest’ottica riteniamo che sia fondamentale una pianificazione in grado di gestire l’esistente in direzione di un cambiamento auspicabile. E né i Tbm né gli inceneritori ci sembrano soluzioni sostenibili. Il trattamento meccanico biologico di fatto non elimina il problema della tossicità dello smaltimento perché si tratta solo di un primo passaggio di lavorazione che porta comunque in seconda battuta all’incenerimento o alla discarica.

Gli inceneritori o termodistruttori sono impianti di smaltimento di rifiuti che bruciando riducono il peso ed il volume. Ma che cosa producono? Circa 1/3 in peso dei rifiuti in entrata si ritrova a fine ciclo in forma di ceneri, ma come la fisica insegna “niente si crea né si distrugge, ma tutto si trasforma”, così la parte della materia che non si ritrova in uscita viene emessa nel corso del processo.

Che tipo di inquinanti producono gli inceneritori

La formazione delle sostanze inquinanti, emesse in forma solida e gassosa da un inceneritore, dipende da diversi fattori quali: la tipologia del rifiuto trattato (composizione chimica), le condizioni di combustione e quelle operative dei sistemi di abbattimento degli inquinanti.

Le sostanze chimiche emesse dal camino di un inceneritore comprendono: composti organici del cloro (diossine, furani, PCB – policlorobifenili), IPA (idrocarburi policiclici aromatici), VOC (composti organici volatili), elementi in traccia (piombo, cadmio e mercurio), acido cloridrico, ossidi di azoto, ossidi di zolfo ed ossidi di carbonio. Molti di questi composti si disperdono in atmosfera insieme alle polveri, alle ceneri di fondo (che si depositano alla base della caldaia durante il processo di combustione) e alle ceneri volanti (perché non trattenute dai sistemi di filtraggio aereo).

Le caratteristiche degli inquinanti. Molti composti emessi da un termodistruttore sono persistenti, cioè resistenti ai processi naturali di degradazione, bioaccumulabili, perché si accumulano nei tessuti degli animali viventi trasferendosi da un organismo all’altro lungo la catena alimentare (fino a giungere all’uomo) e tossici, in quanto sono sostanze che per inalazione, ingestione o penetrazione cutanea possono comportare patologie acute o croniche fino a poter determinare la morte dell’organismo esposto.

Siamo contrari all’impiego di questi impianti come soluzione allo smaltimento dei rifiuti perché:

  • Pongono un rischio sanitario – Molti degli inquinanti emessi come le diossine e i furani sono composti cancerogeni e altamente tossici. L’esposizione al cadmio può provocare patologie polmonari ed indurre tumori. Il mercurio, sotto forma di vapore, è dannoso al sistema nervoso centrale ed i suoi composti inorganici agiscono anche a basse concentrazioni.

  • Pongono un rischio ambientale – Le sostanze contaminanti emesse da un inceneritore per via diretta o indiretta inquinano l’aria, il suolo e le falde acquifere. Nonostante i moderni sistemi di abbattimento degli inquinanti riescano a limitare le dispersioni atmosferiche, la natura della maggior parte degli inquinanti emessi è tale da porre problemi anche a bassa concentrazione. Inoltre la loro caratteristica di resistenza alla degradazione naturale ne determina un progressivo accumulo nell’ambiente.

  • Non eliminano il problema delle discariche – Nonostante la diminuzione di volume dei rifiuti prodotti, il destino delle ceneri e di altri rifiuti tossici prodotti da un inceneritore è comunque lo smaltimento in discarica per rifiuti speciali, più costose e pericolose.

  • Non servono a risolvere le emergenze – La costruzione di un impianto di incenerimento richiede diversi anni di lavoro (almeno 4-6 anni) e pertanto non può essere considerato una soluzione all’emergenza per i rifiuti.

  • Richiedono ingenti investimenti economici – Sono impianti altamente costosi (almeno 60 milioni di euro) e a bassa efficienza che necessitano di un apporto di rifiuti giornaliero e continuo, in netta opposizione ad ogni intervento di prevenzione della loro produzione e pericolosità, principi che sono alla base della gestione dei rifiuti dell’Unione europea.

  • Disincentivano la raccolta differenziata – Questo sistema di raccolta in Italia si aggira intorno al 13 %, una percentuale irrisoria la cui crescita sarà fortemente penalizzata se la gestione dei rifiuti prenderà la via della combustione.

  • Non creano occupazione – La costruzione e l’esercizio di un impianto determina un livello occupazionale inferiore al personale impiegato nelle industrie del riciclaggio dei materiali pubbliche e private che potrebbe offrire dai 200.000 ai 400.000 posti di lavoro nell’Unione europea.

  • Non garantiscono un alto recupero energetico – Il risparmio di energia che si ottiene dal riciclare più volte un materiale o un bene di consumo è molto superiore all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. La plastica, che rappresenta circa l’11% in peso dei rifiuti urbani, è l’unica frazione merceologica la cui combustione è più vantaggiosa del riciclaggio: ciò è dovuto al suo elevato potere calorifico (ottimo per il processo di incenerimento) e allo scarso valore commerciale della plastica riciclata (un materiale plastico riciclato, infatti, può essere utilizzato una sola volta ed esclusivamente in applicazioni minori, come l’arredo urbano, fibre tessili e materiali per l’edilizia).

Ci troviamo a riflettere sul ciclo finale di una produzione capitalistica incentrata sul profitto e noncurante dei costi collaterali né degli obiettivi comunitari che a oggi è clamorosamente evidente perché si mostra nel su lato meno patinato: quello della resa dei conti. Ci troviamo sul palcoscenico che rimane dopo un secolo di sfruttamento incontrollato su ogni tipo di risorsa del pianeta, su quelle umane (e tra gli umani: ricchi verso poveri, uomini verso donne) e sugli altri animali (forza lavoro e materia prima gratis!), su quelle del suolo e del sottosuolo (altrettanto gratis, basti pensare quanto viene corrisposto allo stato per l’appropriazione delle fonti di acqua da parte di cartelli privati). Con un appropriamento di acqua, suolo, sottosuolo, aria, animali e esseri umani da parte di una manciata di umanoidi basato sul potere economico e mediatico che ha reso plausibile questo scempio anche agli occhi della coscienza. Siamo nel palcoscenico dopo la fine dell’orda devastatrice barbarica dove giacciono rifiuti orribili e macerie a cui noi umanità impoverita, violentata e depredata siamo pure chiamati a rispondere dei danni. Che parlare dei rifiuti prodotti dal capitalismo sia un passo verso un ripensamento globale della produzione e dei rapporti di forza tra le cose e gli esseri viventi! Ecosocialismo o barbarie!

1Vincenzo Bisbiglia, 11 dicembre 2018 Il fatto quotidiano

2 Internazionale 11/12/2018 L’incendio al Tmb Salario e la gestione dei rifiuti a Roma

3 Rogo impianto a Roma, rischio emergenza rifiuti per natale. Di A. Gaglairdi e Andrea Marini Il sole 24ore, 12 dicembre 2018