“Reddito di cittadinanza” e “quota 100”: la truffa del decreto gialloverde

di Marco Parodi

Esattamente cinque anni fa il governo Renzi annunciava la mancia elettorale di 80 euro al mese, nove miliardi complessivi, destinata agli operai e agli impiegati, in vista delle elezioni europee che si sarebbero tenute nel maggio 2014. Per il partito democratico fu un vero trionfo: il 40,8 per cento e oltre 11 milioni di voti. Peccato, però, che quella carità elettorale si inseriva in un quadro tipicamente liberista. Era stato già approvato il decreto Poletti che liberalizzava il contratto a termine, eliminando la necessità della causale, e si sarebbe emanata la legge delega del Jobs Act, che sarebbe poi culminata nel decreto del marzo 2015, sancendo definitivamente, dopo i vari tentativi da Berlusconi a Monti, l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in nome della libertà assoluta di licenziamento illegittimo. Persino il bonus di 80 euro venne utilizzato come pretesto dai padroni per stornarlo dagli incrementi contrattuali. In questo modo, i padroni ottennero la libertà di licenziamento, gli sgravi contributivi per il contratto a indennità crescenti e persino il finanziamento di fatto dei rinnovi contrattuali. Da lì in poi sarebbe cresciuta in modo incredibile la povertà e l’esclusione sociale, la disuguaglianza nei redditi e persino l’incidenza dei lavoratori in povertà assoluta. Quello fu l’inizio della fine per il Partito Democratico.

Una svolta contro l’austerità e il liberismo? Pura menzogna

Oggi, a ridosso delle nuove elezioni europee, Renzi rappresenta un pivello del populismo rispetto alla propaganda ideologica della Lega e dei Cinquestelle. Nonostante il nuovo governo del cambiamento, ma nel senso involutivo della peggiore destra reazionaria e nazionalista, sia la manovra di bilancio definitivamente approvata sia il decretone sul reddito di cittadinanza e la quota 100 non rappresentano affatto una svolta sul piano economico e sociale rispetto alle politiche liberiste dell’austerità perpetrate, in Italia, negli ultimi anni. In fin dei conti l’avanzo primario definitivamente programmato per il triennio è in linea con quello dei governi precedenti, attorno alla media del 2 per cento, per cui, al netto degli interessi, le entrate continuano ad essere superiori alle spese: inutile girarci intorno, questa si chiama austerità. Punto. I populisti nostrani, obiettano che comunque a maggio, dopo le elezioni europee, cambierà tutto della vecchia austerità europea, che sarà affossata dal populismo nazionalista; occorre avvertire i caudilli Salvini e Di Maio che i sovranisti d’oltralpe sono i sostenitori dell’austerità della peggiore specie.

Infatti, la negoziazione con l’UE ha smorzato il trionfalismo dei balconari populisti, per cui resta l’obiettivo programmato della riduzione del debito, con l’impegno più oneroso, sin qui mai programmato, di 18 miliardi di introiti da privatizzazioni all’anno, nonché quello della riduzione del deficit strutturale, che ha mandato a farsi benedire buona parte del finanziamento del reddito di cittadinanza, che passa, al netto di quanto già previsto dal reddito d’inclusione, da 6,8 mld a 4,9 mld per il primo anno, e della quota 100, che passa da 6,7 mld a 4 mld per il primo anno. Come per tutti i governi precedenti, la flessibilità concessa dall’UE per le calamità naturali e l’incremento, stavolta impressionante, per circa 52 mld, delle clausole di salvaguardia sull’aumento dell’IVA, hanno fatto il resto. Al massimo, dunque, si può concedere che, grazie alla flessibilità magnanimamente concessa da Bruxelles, l’austerità è più temperata di quella programmata dai governi precedenti; ma questo era esattamente il leit motiv delle leggi di bilancio di Renzi e Padoan. Anzi, il governo del cambiamento ha effettivamente introdotto una clausola di salvaguardia sulla spesa, un mini shutdown sovranista, per cui se i conti non torneranno scatterà automaticamente la riduzione della spesa pubblica: una vera perla delle politiche di austerità con il brevetto populista. Aldilà delle chiacchiere e della infima propaganda pentaleghista, niente di nuovo sul fronte occidentale dell’austerità. La rottura dei trattati dell’Unione e del Patto di stabilità possono attendere; tuttavia, i tagli alla spesa sociale, a partire dalla sanità, circa un miliardo a regime raggiungendo il picco negativo della quota di spesa sanitaria, certamente no.

La logica del populismo liberista era dunque chiara già allora con il bonus 80 euro di Renzi: mai affrontare direttamente la causa delle ingiustizie sociali; piuttosto bisogna limitarsi a mitigare le conseguenze sociali delle scellerate politiche liberiste. Così risulta inutile affrontare alle radici la causa della disuguaglianza e della povertà, ovvero l’origine della riduzione salariale e della disoccupazione; basta che lo stato intervenga a risollevare le condizioni sociali più gravi e disperate, come si conviene a un buon padre di famiglia. Quello che un tempo si chiamava paternalismo sociale e caritatevole, e che aveva un chiaro orientamento liberista e di destra, oggi lo si definisce populismo statalista e trova un ampio consenso anche nella confusione che regna a sinistra. Di fronte alle dimensioni imponenti dell’attuale crisi economica e sociale, non è facile per l’ideologia liberista rispolverare il feticcio della teoria dello sgocciolamento, per cui favorendo i ricchi qualcosa deve pur sgocciolare anche per i più poveri. Ecco allora che il populismo soccorre il liberismo e l’elemosina di stato viene invocata per rimpiazzare lo sgocciolamento del mercato.

Dal reddito di cittadinanza al consumo forzato di sudditanza: un prestito con raggiro

L’obiezione principale è che stavolta non si parla di elemosina, ma di soldi veri e propri. Si tratta, invece, di una menzogna gigantesca. Infatti, il reddito di cittadinanza nasceva con l’obiettivo dichiarato di eliminare la povertà relativa, ossia il 60 per cento del reddito equivalente mediano. Tuttavia, la soglia di riferimento, pari all’integrazione di reddito sino a 780 euro mensili, era la linea di povertà relativa calcolata dall’Eurostat nel 2015, quando venne presentata la prima proposta; oggi la stessa soglia raggiunge circa 830 euro mensili. Nel frattempo, la soglia di povertà assoluta è, nelle aree metropolitane, pari a 827 euro al Nord, 795 euro al Centro, e 618 euro al Sud. Dunque, in realtà, al massimo si dovrebbe intendere la sola povertà assoluta nelle zone del Mezzogiorno. Al tempo stesso, sono stati ridotti i coefficienti di applicazione della scala di equivalenza dei redditi familiari, cosicché all’aumentare della numerosità familiare, aumenta il gap tra povertà relativa e finanziamento del reddito di cittadinanza. Dai 40 euro previsti nella social card di Tremonti e Berlusconi ai 200 euro scarsi del reddito di inclusione di Renzi e Gentiloni, il reddito di cittadinanza aumenta indubbiamente la porzione del piatto di lenticchie, ma senza sradicare affatto la povertà. Tuttavia, occorre tenere conto della misera somma messa a disposizione per il suo finanziamento, circa 4 miliardi aggiuntivi rispetto ai 2,3 miliardi del precedente reddito di inclusione. Tutte le quantificazioni riportate sono inevitabilmente imprecise perché nessuno conosce il patrimonio finanziario delle famiglie. Considerando stime appropriate della non emersione dei redditi e dei patrimoni mobiliari, è molto probabile che la quantificazione sia largamente sottostimata. Data la clausola di salvaguardia sulla spesa, al deterioramento dei conti pubblici rispetto ai parametri del patto di stabilità, nonché al mancato finanziamento del reddito di cittadinanza, seguirà inevitabilmente la restrizione dell’elemosina di cittadinanza sia nel reddito che nella platea, oltre all’inevitabile riduzione della spesa pubblica, lo shutdown populista,a danno soprattutto dei ceti popolari. Eppure, per fortuna del governo, le concrete possibilità di sostegno al reddito non stanno nemmeno così, ma decisamente peggio.

Infatti, a differenza delle precedenti misure di carità sociale, il reddito di cittadinanza prevede un vero e proprio contratto capestro, chiamato a seconda dei casi, Patto per il lavoro, Patto per la formazione ovvero Patto per l’inclusione sociale. Per ottenere il reddito di cittadinanza bisogna che almeno un componente familiare maggiorenne debba accettare nei primi 12 mesi una prima domanda di lavoro entro 100 km o 100 minuti di percorrenza, una seconda domanda entro 250 km e una terza domanda in tutta Italia; tra il 12° e il 18° mese debba accettare la prima e la seconda domanda entro 250 km, mentre la terza in tutta Italia; dopo 18 mesi sia obbligato ad accettare qualsivoglia domanda di lavoro in tutta Italia, pena la perdita del reddito di cittadinanza. Purtroppo, nelle regioni meridionali le offerte di lavoro scarseggiano e, vista la recessione, è probabile che diminuiranno ancora di più. La richiesta del reddito di cittadinanza implica, quindi, la concreta possibilità di dover accettare una domanda di lavoro al Nord, presumibilmente con un salario reale ben al di sotto della soglia di povertà che, come abbiamo visto, non è affatto tutelata nel settentrione. In definitiva, si tratterebbe di uscire dalla porta della povertà della disoccupazione nel Sud per entrare dalla finestra della povertà della classe lavoratrice al Nord. È molto probabile che la maggior parte dei disoccupati del Sud, che vivono per mezzo dell’economia informale o irregolare, ma anche illegale, preferiscano evitare di varcare la porta infernale del reddito di sudditanza. D’altra parte è impensabile riformare gli strumenti di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale senza affrontare la questione salariale, a partire dall’introduzione del minimo salariale intercategoriale. I navigator e le agenzie per l’impiego saranno i gendarmi di queste cosiddette norme anti-divano. Qui siamo al capolavoro della schizofrenia liberista in salsa populista.

Di fronte alla carità dello stato, padre e misericordioso, al popolo non resta che inchinarsi e ringraziare con la dovuta deferenza e sudditanza. In definitiva, il populismo della destra è sempre stato proprio questo: scongiurare la ribellione sociale e garantire i profitti della borghesia. Anche su questo punto, il reddito di cittadinanza si trasforma in un vero e proprio regalo alle imprese. Abbiamo già visto la fine involontaria, si fa per dire, del bonus Renzi a favore delle imprese. Ebbene in questo caso è tutto legiferato apertis verbis. Infatti, è previsto che, in caso di assunzione, il reddito di cittadinanza si trasferisce magicamente all’azienda come sgravio contributivo, sino al massimo delle 18 mensilità. In pratica, mentre il lavoratore povero è costretto ad accettare la precarietà salariale e contrattuale del jobs act, l’impresa ottiene dallo stato il finanziamento di due terzi del suo salario netto. Alla faccia della misura antipovertà, anche questo trasferimento monetario finisce nelle tasche di lorsignori, padroni e padroncini del Nord. Piove sempre sul bagnato, anche nei favolosi anni populisti.

A differenza del precedente reddito d’inclusione, per il quale la platea era estesa agli immigrati con permesso di soggiorno e due anni di residenza continuativa, il reddito di cittadinanza è riservato solo agli stranieri con almeno dieci anni di residenza in Italia. Poiché la povertà sociale incide per il 34,5% sulle famiglie di soli stranieri, il 59,6% al Mezzogiorno, il reddito di cittadinanza si conferma come una misura tipicamente razzista e incapace di aggredire oltre la metà della povertà nel Mezzogiorno. Questi populisti sono dei veri geni: lo chiamano reddito di cittadinanza, ma non danno né la cittadinanza né il reddito. Inoltre, sia chiaro che il reddito di cittadinanza non può essere utilizzato come risparmio per i bisogni futuri della famiglia povera; piuttosto deve essere consumato nella sua interezza in ciascun mese, pena la sua decadenza. È ovvio che di fronte a un reddito così insufficiente per i più minimi bisogni di sussistenza, il risparmio è improbabile, ma comunque non impossibile. Ciò nonostante l’interesse della borghesia alla ripresa dei consumi è più rilevante di quello del risparmio per il benessere dei figli delle famiglie più povere. Dal reddito di cittadinanza incondizionato al consumo forzato di cittadinanza.

Sebbene questo governo razzista e xenofobo ci abbia abituati a modalità e forme tipicamente fascistoidi, non ci piace fare paragoni facili col fascismo. Tuttavia, il reddito di cittadinanza è largamente accomunabile alla legislazione sociale fascista. Innanzitutto, la filosofia populista è tipicamente nazionalista, nel senso che è lo stato a garantire la carità sociale, rimuovendo la lotta di classe e il conflitto sociale, viceversa necessario per il raggiungimento di effettivi miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice. In secondo luogo, il patto di lavoro è vera e propria gerarchizzazione, sorveglianza e carcere, come risulta evidente dalla sudditanza richiesta nelle condizioni e nei vincoli stretti del reddito di cittadinanza. In terzo luogo, il populismo è puro neocorporativismo filopadronale, come testimonia il legame stretto con i regali e gli incentivi fiscali alle imprese. In quarto luogo, si esprime la visione dello stato eticonella misura in cui si restringe la libertà individuale nella propensione al risparmio e nelle modalità di consumo; infine, in cauda venenum, il reddito di cittadinanza è tipicamente razzista, visto che esclude, a differenza del precedente reddito d’inclusione, i soggiornanti stranieri da oltre due anni. Per poco, sembra che abbiamo scampato il reddito di cittadinanza autarchico, del tipo quando fai la spesa a Unieuro compra italiano e boicotta cinese.

Quota 100: la controriforma Fornero è viva e vegeta

Ma una truffa ancora peggiore è quella della cosiddetta quota 100. In questo caso, come noto, l’obiettivo dichiarato era quello di affossare la riforma Fornero delle pensioni. In realtà, dopo l’introduzione dell’Ape sociale e dell’opzione donna, di renziana memoria, è semplicemente prevista una ulteriore opzione di uscita anticipata rispetto al sistema ordinario. In pratica, sarà possibile anticipare la pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Senza scomodarci, è statala Fornero stessa a mettere in evidenza che la struttura della sua riforma rimane viva e vegeta. La dimostrazione di tutto ciò si manifesta nelle penalizzazioni automaticamente previste per ogni anno di anticipo della pensione rispetto ai 67 anni. Infatti, per effetto della riforma Fornero, con l’introduzione del sistema contributivo pro rata per tutti, a prescindere dal sistema di calcolo a cui si è soggetti (retributivo, misto e contributivo), i contributi versati dal 2012 sono convertiti in pensione in base al sistema contributivo, che premia la maggiore età e l’ammontare del montante accumulato; inoltre, per ogni anno di contribuzione in più si beneficia di un coefficiente di trasformazione più vantaggioso. L’effetto finale nel caso di anticipo per quota 100 è quello di vedersi tagliato l’assegno pensionistico dal 5% al 34%, a seconda dell’anno di anticipo e della retribuzione lorda; per una retribuzione lorda di 30 mila euro la pensione si riduce del 22,2% e il tasso di sostituzione si riduce di sei punti percentuali, dal 65,5% al 59,5%. Insomma, una truffa vera e propria. Ciò nonostante, data l’età elevata di pensionamento di vecchiaia prevista dalla riforma Fornero, è probabile che una parte importante della classe lavoratrice sarà costretta ad accettare questa truffa. Non ci stupiremo quando questo governo meschino e infame sarà pronto a trionfare e sprizzare di gioia di fronte a questo ennesimo sciacallaggio populista.

Il programma nazionalista è condito di un populismo tipicamente velleitario e piccolo borghese. La truffa del reddito di cittadinanza, per esempio, risiede nel fatto che non è finanziato attraverso le tasse sui redditi alti e sul patrimonio. Non si tratta affatto di una redistribuzione fiscale; anzi, il populismo piccolo borghese pretende soprattutto una riduzione consistente della tassazione sulle imprese. Infatti, non solo non è minimamente messo in discussione lo strapotere dei padroni, ma addirittura tutto ruota attorno alle ulteriori agevolazioni fiscali per le imprese e i lavoratori autonomi. Dalla manovra di bilancio sono usciti altri due miliardi circa per la riduzione di nove punti dell’aliquota IRES e oltre 700 milioni di altri sgravi fiscali per l’iperammortamento sulle imprese. Non solo, ma si introduce la flat tax, al 15% e al 20%, per i lavoratori autonomi sino a 100 mila euro di compensi e ricavi, come stava scritto anche nel programma dei Cinquestelle sul fisco, che forse in pochissimi avevano letto, per un totale di 2,5 miliardi a regime di sgravi fiscali; mentre i lavoratori dipendenti possono arrivare a pagare sino al 43% di aliquota marginale. Così dall’IRPEF sono usciti tutti i redditi da capitale, e adesso fuoriesce anche circa l’80% del reddito da lavoro autonomo. Il risultato è che, in Italia, alla faccia dell’articolo 53 della Costituzione, il principio di progressività vale solo per il reddito da lavoro dipendente e da pensione. Un capolavoro di liberismo per il governo del cambiamento, che premia profumatamente capitalisti, imprenditori e liberi professionisti. Sicuramente non finirà qui, viste le promesse a venire sulla flat tax, a questo punto riservata a premiare manager e amministratori delegati. Il populismo si rileva allora come una truffa borghese in quanto per nulla in contrasto con il profitto e il liberismo. Per questo, invece, i gilet gialli, che pongono al centro delle loro rivendicazioni la reintroduzione dell’imposta patrimoniale cancellata da Macron, sono una possibilità concreta di cambiamento sociale, e non una nuova ondata di truffa populista.

Già Marx aveva ammonito sulla relazione inversa tra salari e profitti; dato il livello di produzione, non è possibile aumentare i salari senza ridurre i profitti. Il populismo rispolvera invece l’alleanza proudhoniana tra il salario e il profitto contro la rendita. L’ideologia populista, rimuovendo la necessità della rendita finanziaria, vorrebbe, al posto delle tasse, ricorrere piuttosto all’aumento illimitato del deficit pubblico. Ma nel capitalismo non esiste la moneta libera, come pensava Proudhon; il denaro è piuttosto vincolato dalla produzione e accumulazione di valore. Accade così l’eterogenesi dei fini. La borghesia invece di pagare subito con le tasse, presta denaro a tassi d’interesse elevati, come si conviene a chi si indebita al di sopra delle proprie possibilità, ossia la sussistenza minima salariale compatibile con il profitto e l’accumulazione capitalista. Il populismo del deficit pubblico è, in ultima analisi, l’ennesima truffa della borghesia che si rifiuta di aprire il portafoglio; la fattura finisce alla fine sul conto della classe lavoratrice con tassi usurai, in termini di diminuzione dei salari, privatizzazioni e riduzione della spesa pubblica. Dal reddito di cittadinanza al prestito di cittadinanza.

Per un programma di emergenza sociale

Abbiamo bisogno, al contrario, di un programma di transizione popolare e non populista. Esso non può che partire dalla necessità di rivendicare un miglioramento effettivo delle condizioni sociali della classe lavoratrice, dal punto di vista dell’orario di lavoro, dei salari, della libertà e dei diritti nei luoghi di lavoro, della democrazia e della effettiva partecipazione. Tuttavia, non si può che partire dalla necessità di risolvere il problema della precarietà e della disoccupazione di massa. Esiste, inoltre, una gigantesca questione salariale per cui le retribuzioni sono persino al di sotto dei livelli di sopravvivenza. Per questo Sinistra Anticapitalista avanza a tutta la sinistra di classe la proposta di effettuare una campagna su larga scala per la riduzione del tempo di lavoro. Gli enormi aumenti di produttività consentirebbero da subito una riduzione drastica della giornata lavorativa a 30 ore settimanali, senza nessuna riduzione di salario. Anzi, è assolutamente necessaria una nuova stagione di conflitto sociale per rivendicare il recupero dei salari reali sulla produttività nella contrattazione collettiva; per l’introduzione di un salario minimo intercategoriale a 1500 euro, agganciato all’inflazione con un meccanismo di scala mobile; per un salario sociale di 1200 euro al mese per i/le disoccupati/e, e comunque al fine di rimuovere definitivamente tutte le forma di povertà ed esclusione sociale, bassa intensità lavorativa e grave deprivazione materiale. Nella stessa direzione, occorre una riduzione dell’età pensionabile a 60 anni o con 35 anni di contributi, nonché il ritorno al sistema di calcolo retributivo al posto di quello contributivo.Ciò realizzerebbe una redistribuzione del lavoro e il superamento del problema della disoccupazione di massa.

Se per il populismo è sufficiente contrastare l’avidità, la corruzione e il clientelismo, in quanto la colpa non è mai quella materialista del modo di produzione capitalista, ma quella etica dell’élite politica che ne sta a capo, il programma popolare è immediatamente indirizzato contro il profitto e l’arroganza padronale. Il programma della classe lavoratrice si caratterizza immediatamente come antiliberista, in grado di risolvere sia la questione salariale, attraverso la riduzione dei profitti e la tassazione progressiva dei redditi e dei patrimoni, sia la crisi economica, attraverso una efficace espansione monetaria finalizzata a stimolare una nuova crescita di tipo qualitativo e non quantitativo, per mezzo di una pianificazione di massicci investimenti pubblici per la riconversione ecosocialista del modo di produzione.