Contro il liberismo e il nazionalismo per un’alternativa ecosocialista, femminista e internazionalista

Presentazione del manifesto programmatico in discussione al secondo congresso nazionale di Sinistra Anticapitalista

di Marco Parodi

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“…Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e il genere. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione.” (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)

  1. Ecosocialismo o barbarie!!!

È ormai sin troppo evidente come il modo di produzione capitalista sia causa di una devastazione sociale e ambientale senza precedenti nella storia: da un lato assistiamo a un incremento straordinario e inquietante delle disuguaglianze sociali, dello sfruttamento del lavoro salariato e della concentrazione dei redditi e della ricchezza; dall’altro lato l’emergenza ambientale mondiale ha raggiunto livelli allarmanti e il riscaldamento globale ci pone di fronte a un’alterazione esponenziale degli equilibri planetari, a catastrofi naturali e a fenomeni migratori di massa correlati al cambiamento climatico. Siamo di fronte a un bivio epocale: un altro modo di produzione anticapitalista è non solo possibile, ma assolutamente necessario.

Lo sviluppo delle forze produttive è in evidente contraddizione con i rapporti di proprietà capitalistici. La ricerca spasmodica del massimo profitto è incompatibile sia con la sostenibilità ambientale sia con la giustizia sociale. Non è possibile essere coerentemente ecologisti senza essere inequivocabilmente anticapitalisti; non è possibile combattere le ingiustizie sociali senza rompere definitivamente con il capitalismo. Chiamiamo ecosocialismo l’unico modo di produzione in grado di risolvere questa duplice barbarie capitalista.

L’ecosocialismo non è la semplice sommatoria di ecologismo e socialismo. È piuttosto, anch’esso, un modo di produzione dialettico, nel quale l’ecologismo afferma sé stesso attraverso la necessità del socialismo, come pianificazione pubblica, democratica e internazionalista, della produzione; il socialismo, al tempo stesso, si perfeziona nella sua complessità, non solo alla luce degli errori soggettivi e delle impossibilità materiali e oggettive del passato ma, soprattutto, sulla base dello sviluppo corrente e futuro delle forze produttive ecologicamente sostenibili.

Il capitale tende alla sua dissoluzione: il modo di produzione capitalistico ostacola il progresso sociale, qualitativo e sostenibile, attraverso l’imposizione della legge del valore, proprio quando questa si presenta come base miserabile di fronte allo sviluppo delle forze produttive. La società ecosocialista che proponiamo è pertanto la società della qualità contrapposta alla società della quantità; la società del valore d’uso contrapposta alla società del valore; la società dei desideri e dei bisogni contrapposta alla società del profitto e della sussistenza.

  1. Il mercato mondiale e la crisi dell’ortodossia liberista

Il profitto è motivo e scopo della produzione capitalista ed è la risultante di una duplice forza. Innanzitutto, la produzione capitalista di merci, siano essi beni o servizi, deve proiettarsi e spingersi dappertutto nel mercato mondiale, poiché la crescita quantitativa è una necessità imprescindibile della produzione per il profitto. Occorre produrre merci in ogni spazio e nel minor tempo possibile. Allora tutto diviene merce capitalista, nel tempo e nello spazio. Il mercato mondiale è il luogo dove si sviluppa la lotta spietata tra le potenze capitaliste per l’accumulazione di valore, denaro, ricchezza; la concorrenza capitalista assume la forma di uno scontro imperialista.

Al tempo stesso, il modo di produzione capitalista si distingue dalla produzione semplice di mercato nella misura in cui avviene la vendita di quella particolare merce che è la forza-lavoro. Solo quando il lavoro si trasforma in lavoro salariato allora anche il denaro si trasforma in capitale, ossia in denaro in grado di valorizzarsi, di accrescere la sua quantità in valore. Il profitto, in quanto accumulazione di plusvalore, non è altro che l’appropriazione gratuita di lavoro altrui, l’estorsione di pluslavoro da parte dei capitalisti nei confronti del lavoro salariato, la duplicità tra lavoro pagato e lavoro non pagato. Qui giace l’origine sociale del profitto.

La concorrenza capitalista nel mercato mondiale non è un pranzo di gala, come descritto nei testi dell’economia borghese. Piuttosto, si tratta di una lotta fratricida mondiale tra le borghesie in cui vince chi sfrutta di più e meglio la classe lavoratrice. Gli economisti parlano di riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto, ossia del rapporto tra il salario e la produttività del lavoro. Per vincere la sfida globale, occorre che a parità di produttività si riducano i salari e a parità di salario si aumenti la produttività del lavoro; in altre parole, per la borghesia è necessaria la riduzione del salario relativo, ossia che la quota dei salari sul reddito si riduca rispetto alla quota dei profitti. La crescente accumulazione della ricchezza è solo l’altra faccia della medaglia della crescente accumulazione della miseria; il profitto l’altra faccia dello sfruttamento.

Il mercato mondiale è il perno dell’egemonia liberista. Gli economisti esaltano le quattro liberalizzazioni, dei beni, dei servizi, del lavoro e del capitale. Si tratta di una pura mistificazione: solo il capitale è libero; il lavoro è costretto a migrare dalla legge crudele della concorrenza; i beni e i servizi sono trasformati in merce capitalista e subordinati alla logica del profitto. La concorrenza mondiale al ribasso, race to the bottom, sui salari, sui diritti sociali, sulla tassazione delle imprese, è il miglior paradiso per il capitale e il peggior inferno per la classe lavoratrice. Il mercato mondiale risulta allora dominato dallo scontro imperialista delle potenze borghesi nella forma transnazionale. Le catene globali del valore rompono gli argini degli stati nazionali; la produzione risulta talmente interconnessa a livello globale da travolgere il limite angusto degli stati nazionali. Negli accordi di libero scambio, come il TTIP o il CETA, persino il diritto formale risulta espropriato agli stati nazionali dalle grandi imprese transnazionali.

Tuttavia, la contraddizione tra la continua produzione per il profitto e la dimensione limitata di consumo su basi capitalistiche sfocia nella crisi, nella sovrapproduzione di merci e capitale, nella caduta della profittabilità e degli sbocchi di mercato. Gli stati nazionali raccolgono le macerie di questa micidiale guerra borghese e ne devono reprimere le conseguenze sociali. La concentrazione e la ristrutturazione del capitale, l’intensità dello sfruttamento, il livello raggiunto dalla disuguaglianza e dalla disoccupazione globale di massa, la crescente precarietà del lavoro, mettono definitivamente in crisi il pensiero unico e l’egemonia dell’ortodossia liberista.

  1. La minaccia velleitaria e reazionaria del nazionalismo populista

La crisi del capitalismo è inevitabilmente anche una crisi dell’ideologia liberista. Gli effetti della crisi, contraddittori ma dirompenti sul piano sociale ed economico, non possono non avere ripercussioni di tipo politico. Come conseguenza dello scontro imperialista transnazionale e della divisione internazionale del lavoro, gli stati nazionali che garantiscono le condizioni migliori al capitale, in termini di produttività e di sfruttamento del lavoro, hanno la maggiore capacità di competere e vincere la sfida globale. Tutto ciò innesca un’instabilità politica ed economica. Lo squilibrio globale è tale da generare anche un riassetto geopolitico degli stati nazionali, in cui vincitori e vinti si affermano nel nuovo disordine mondiale.

Persino la democrazia borghese non può rimanere inerte di fronte a uno sconvolgimento mondiale di questa portata. Negli stati nazionali in cui prevale la borghesia più produttiva l’ortodossia della globalizzazione liberista resta dominante; negli stati nazionali dove ha un certo rilievo la borghesia meno competitiva riaffiora l’ideologia reazionaria del nazionalismo e del protezionismo. Torna ad essere invocato l’aiuto dello stato da parte della borghesia in decadenza. Dal punto di vista di classe, la piccola e media borghesia, incapace di sostenere la concorrenza globale, invoca il protezionismo contro il libero mercato; la grande borghesia, costretta dalla libera concorrenza a ridurre i costi di produzione su scala globale, invoca il libero mercato contro il protezionismo. Dal punto di vista degli stati, i paesi in attivo sulla bilancia commerciale, come la Germania e la Cina, esaltano il libero mercato; quelli in passivo, come gli USA e il Regno Unito, tornano a lodare il protezionismo. È, in ogni caso, uno scontro interno alla classe borghese.

L’ideologia nazionalista arriva in soccorso della piccola borghesia nazionale minacciata dalla concorrenza straniera: sia attraverso le politiche protezioniste che consentono un sussidio diretto o indiretto alla produzione borghese interna; ma anche per mezzo delle politiche razziste e xenofobe in grado di imporre una nuova egemonia borghese sulle classi popolari, fondata sul primato nazionalista, sulla segregazione etnica, sulla repressione dei diritti, sulla divisione sociale.

Inoltre, nell’ideologia liberista, secondo la teoria del “gocciolamento”, trickle-down, il beneficio economico per i più ricchi automaticamente sfocia anche in un miglioramento minimo a vantaggio dei più poveri, nel senso che qualcosa dovrà pur gocciolare dall’alto in basso. In una fase di declino, invece, le destre nazionaliste ricorrono piuttosto al populismo, ovvero alla necessità di rimpiazzare il gocciolamento di mercato con una nuova forma di elemosina di stato. Il populismo soccorre la borghesia in due modi: attraverso il paternalismo caritatevole tenta di scongiurare l’esplosione sociale delle classi popolari; per mezzo di una nuova forma di nazionalizzazione, orientata allo sviluppo delle piccole e medie imprese, concede alla borghesia fallita la tanto amata “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti” di antica vanagloria fascista.

Nazionalismo e populismo sono accomunati dal fatto di non mettere mai in discussione l’ordine borghese e capitalista. La piccola borghesia pretende al tempo stesso la complicità delle classi popolari, attraverso la truffa del populismo, e il compromesso con la grande borghesia, in nome della comune convenienza al nazionalismo. Si tratta, tuttavia, di uno sforzo velleitario e perdente. Per la grande borghesia, il costo del protezionismo è troppo alto nel mercato mondiale; persino l’elemosina populista può risultare indigeribile. Per queste ragioni, il nazionalismo è velleitario e tipicamente reazionario. Ciò nonostante, è proprio il suo carattere sostanzialmente reazionario a renderlo particolarmente minaccioso e preoccupante, con più facili ricadute belliciste e militariste.

  1. Un programma di classe, antiliberista e anticapitalista

Dopo il Brexit nel Regno Unito e la vittoria di Trump negli Stati Uniti, anche il governo reazionario della Lega e del Movimento Cinque Stelle rappresenta l’ennesima miscela esplosiva di nazionalismo, razzismo e populismo. Da “America first” a “Prima gli italiani” il passo è stato breve. Il programma nazionalista è condito di un populismo tipicamente velleitario e piccolo borghese. La truffa del reddito di cittadinanza, per esempio, risiede nel fatto che non è finanziato attraverso le tasse sui redditi alti e sul patrimonio; non si tratta affatto di una redistribuzione fiscale; anzi, il populismo piccolo borghese pretende soprattutto una riduzione consistente della tassazione sulle imprese. Il populismo si rileva allora come una truffa borghese in quanto per nulla in contrasto con il profitto e il liberismo.

Già Marx aveva ammonito sulla relazione inversa tra salari e profitti; non è possibile aumentare i salari senza ridurre i profitti. Il populismo rispolvera invece l’alleanza proudhoniana tra il salario e il profitto contro la rendita; rimuovendo la necessità della rendita finanziaria, al posto delle tasse si può ricorrere al deficit pubblico. Ma nel capitalismo non esiste la moneta libera, come pensava Proudhon; il denaro è piuttosto vincolato dalla produzione e accumulazione di valore. Accade così l’eterogenesi dei fini. La borghesia invece di pagare subito con le tasse, presta denaro a tassi d’interesse elevati, come si conviene a chi si indebita al di sopra delle proprie possibilità, ossia la sussistenza minima salariale compatibile con il profitto e l’accumulazione capitalista. Il populismo del deficit pubblico è, in ultima analisi, l’ennesima truffa della borghesia che si rifiuta di aprire il portafoglio; la fattura finisce alla fine sul conto della classe lavoratrice con tassi usurai, in termini di diminuzione dei salari, privatizzazioni e riduzione della spesa pubblica.

Abbiamo bisogno, al contrario, di un programma di transizione popolare e non populista. Esso non può che partire dalla necessità di rivendicare un miglioramento effettivo delle condizioni sociali della classe lavoratrice, dal punto di vista dell’orario di lavoro, dei salari, della libertà e dei diritti nei luoghi di lavoro, della democrazia e della effettiva partecipazione popolare all’organizzazione politica, economica e sociale. Se per il populismo è sufficiente contrastare l’avidità, la corruzione e il clientelismo, in quanto la colpa non è mai quella materialista del modo di produzione capitalista, ma quella etica dell’élite politica che ne sta a capo, il programma popolare è immediatamente indirizzato contro il profitto e l’arroganza padronale. Il programma di classe si caratterizza immediatamente come antiliberista, sul piano fiscale ed economico. In Europa, l’austerità è il cuore delle politiche liberiste; per questo proponiamo un forum sociale e politico della sinistra popolare contro le politiche di austerità, in grado di risolvere la questione salariale attraverso la tassazione e la riduzione dei profitti e la crescita economica per mezzo di una nuova pianificazione di investimenti pubblici per la riconversione ecosostenibile della produzione.

Inoltre, a differenza del programma minimo riformista, il programma di transizione è inevitabilmente anticapitalista. Il programma antiliberista condivide con la socialdemocrazia classica la necessità della redistribuzione dai profitti ai salari, ma si differenzia sul piano quantitativo e qualitativo. Non sono le riforme sociali in sé che ne esaltano le differenze, quanto la dinamica sociale rivoluzionaria che le caratterizza nel programma di transizione. Per questo, il programma di transizione mira sin da subito alla definitiva rottura con il capitalismo, con il potere e il dominio borghese; alla soppressione della proprietà privata capitalista, al controllo popolare e alla conquista della proprietà pubblica e democratica dei mezzi di produzione.

  1. L’alternativa ecosocialista, femminista e internazionalista

Dovremmo aver paura del capitalismo, non dei robot: l’avidità degli uomini porterà all’apocalisse economica. Se le macchine finiranno per produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, il risultato dipenderà da come le risorse verranno distribuite. Tutti potranno godere di una vita serena nel tempo libero, se la ricchezza prodotta dalla macchina verrà condivisa; oppure, la maggior parte delle persone si ritroverà miseramente in povertà, se la lobby dei proprietari delle macchine si batterà contro la redistribuzione della ricchezza.” (S. Hawking, Huffington Post, October 8, 2015)

A un dato punto dello sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà, dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo si convertono in catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.” (K. Marx, Prefazione a Per la Critica dell’Economia Politica)

Il programma di transizione non è statico, ma dinamico e dialettico, perché deve essere necessariamente sia antiliberista che anticapitalista. Infatti, un programma autenticamente antiliberista si pone inevitabilmente anche contro l’ordine capitalista; per questo il programma di transizione è piuttosto un programma “ponte”, di passaggio dall’antiliberismo all’anticapitalismo, in grado cioè di consentire una sempre maggiore consapevolezza della necessità di superare il sistema capitalista per raggiungere e mantenere anche le più minime conquiste sociali.

Ma anche l’anticapitalismo non basta. Il compito di una organizzazione rivoluzionaria è soprattutto quello di delineare i tratti strutturali e sostanziali di una società alternativa. Il nostro programma non è soltanto anticapitalista, soprattutto è un programma ecosocialista e femminista. Il programma di transizione non è riformista o welfarista, in quanto sin da subito comincia a fissare i punti più significativi di una società ecosocialista, femminista e internazionalista. Dall’antiliberismo all’anticapitalismo, e dall’anticapitalismo all’ecosocialismo e al femminismo: questa è la dinamica del programma di transizione e la sua costruzione, in termini conflittuali, è il compito storico per i comunisti e le comuniste del XXI secolo.

Sul piano dell’ecosocialismo, Sinistra Anticapitalista si concentra in modo particolare su due proposte, tra loro interconnesse. Innanzitutto occorre costruire una piattaforma di lotta comune per l’unità della classe lavoratrice a livello internazionale contro la divisione perpetrata dal capitale, tra lavoro e non lavoro, per la libertà e la solidarietà dei/delle migranti. A tal proposito, Sinistra Anticapitalista avanza a tutta la sinistra di classe la proposta di effettuare una campagna su larga scala per la riduzione del tempo di lavoro. Gli enormi aumenti di produttività consentirebbero da subito una riduzione drastica della giornata lavorativa a 30 ore settimanali, senza nessuna riduzione di salario. Esiste, infatti, una gigantesca questione salariale per cui le retribuzioni sono persino al di sotto dei livelli di sopravvivenza. E’ necessaria una nuova stagione di conflitto sociale per rivendicare il recupero dei salari reali sulla produttività nella contrattazione collettiva; per l’introduzione di un salario minimo a 1500 euro, agganciato all’inflazione con un meccanismo di scala mobile; per un salario sociale di 1200 euro al mese per i/le disoccupati/e e gli/le studenti/esse, al fine di rimuovere definitivamente le forma di povertà ed esclusione sociale, bassa intensità lavorativa e grave deprivazione materiale. Nella stessa direzione, occorre una riduzione dell’età pensionabile a 60 anni o con 35 anni di contributi.

In secondo luogo, di fronte alla catastrofe climatica è necessario sin da subito arrestare il modello produttivo e energetico basato sui combustibili fossili; contro le false promesse delle conferenze borghesi sul clima, è opportuna una risposta internazionalista in grado di fermare l’aumento della temperatura globale del pianeta a 1,5°C. È necessario, quindi, organizzare la produzione secondo un piano gestito democraticamente dalla collettività, in modo da controllare razionalmente le scelte energetiche e anche da orientare le scelte di consumo, in accordo con le leggi di riproduzione dell’ecosistema nel suo complesso. Sinistra Anticapitalista avanza a tutta la sinistra la proposta di effettuare una campagna su larga scala per un nuova strategia di intervento pubblico nell’economia finalizzata alla riconversione ecosocialista della produzione: da un lato occorre rendere pubblica la proprietà dei grandi mezzi di produzione, a partire dai beni comuni e dalla gestione e distribuzione di energia; dall’altro lato, occorre una massiccio piano di investimenti pubblici finalizzato al riassetto idrogeologico del territorio, alla messa al bando dei combustibili fossili, all’utilizzo dell’energia pulita, all’efficienza e alla condivisione energetica, alla eliminazione della sovrapproduzione e dello sperpero capitalista. Il capitale non è in grado di risolvere il problema. Non basta passare dalle tecnologie fossili a quelle pulite. Occorre risparmiare, ridurre e razionalizzare i consumi; produrre meno beni e più servizi; meno quantità e più qualità. Tutto ciò che l’anarchia di mercato non può e che la pianificazione ecosocialista deve.

Al tempo stesso, non è possibile una società ecosocialista che non sia anche femminista, e viceversa. L’oppressione di classe capitalista è strettamente connessa con l’oppressione patriarcale. Oppressione di genere e oppressione di classe sono infatti in relazione dialettica e possono essere vinte solo se affrontate in un orizzonte unitario; al tempo stesso, la liberazione dallo sfruttamento del patriarcato e del capitalismo è imprescindibilmente legata alla piena affermazione della libertà e autodeterminazione delle donne. Anche la violenza maschile non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società fondata sulla piena ed effettiva autonomia delle donne. Il femminismo non deve essere più un tema specifico, ma una lettura complessiva dell’esistente. Sinistra Anticapitalista sostiene il movimento femminista internazionale Non Una Di Meno, gli scioperi e le lotte delle donne, il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

È sempre più evidente che i movimenti di liberazione dallo sfruttamento del lavoro, delle donne, della natura e di tutte le specie animali, delle soggettività LGBTIQ, siano inseparabili l’uno dall’altro; nessuno potrà essere libero fintantoché non saranno liberi tutt* gli altr*. Occorre, allora, che Sinistra Anticapitalista si costituisca come una organizzazione realmente diversificata, inclusiva e dialettica, che unisca tutte le lotte di liberazione e di autodeterminazione. Sotto questo profilo, Sinistra Anticapitalista, in linea con le recenti esperienze giovanili della Quarta Internazionale, intende confrontarsi e valorizzare al proprio interno anche la risorsa del movimento antispecista, che pone la centralità della sua lotta, non soltanto sul cambiamento etico del modo di consumo individuale, quanto soprattutto sul cambiamento materiale e collettivo del modo di produzione capitalista, non più basato sull’oppressione di tutte le specie animali. Data questa relazione dialettica, non si deve più pensare a queste lotte di liberazione come a lotte sganciate tra di loro, ma bisogna invece parlare di liberazione totale. È la stessa rivoluzione che deve essere ripensata nel nome di una rivoluzione totale e permanente.